15 Ottobre 2026 - 9.35

E se un giorno fossimo tutti in fuga verso la montagna?

Umberto Baldo

Da qualche tempo, quando si parla di overtourism, le Dolomiti sono diventate uno degli esempi più citati. Troppa gente sui sentieri, parcheggi intasati, località prese d’assalto. Reinhold Messner propone di introdurre prenotazioni per regolare gli accessi, altri invocano ticket, numeri chiusi e limiti alle presenze.

Misure che possono avere una loro ragione.

Ma ho l’impressione che il dibattito si fermi al problema di oggi, senza interrogarsi troppo su quello che potrebbe accadere domani.

Proviamo allora a fare un’ipotesi. 

Forse azzardata, ma non del tutto campata per aria.

Se il caldo estremo diventasse una caratteristica sempre più frequente e prolungata delle estati italiane ed europee, è davvero così assurdo immaginare che un numero sempre crescente di persone cercherebbe rifugio in montagna?

Non parlo soltanto di turisti che prenotano una settimana in albergo. 

Parlo di persone che potrebbero cominciare a trascorrervi intere stagioni, di famiglie che decidono di acquistare una seconda casa, di pensionati che cercano un clima più sopportabile, di lavoratori che possono spostarsi grazie al lavoro da remoto.

Ma soprattutto penso a chi non può permettersi una seconda casa, né tantomeno mesi in albergo.

Per costoro potrebbero diventare una soluzione camper e roulotte. 

Non più soltanto strumenti per andare in vacanza, ma un modo per sottrarsi a un caldo diventato difficile da sopportare, almeno per una parte dell’anno.

Fantascienza?

Non necessariamente.

Immaginiamo estati nelle quali le temperature restino molto elevate per settimane, le notti offrano poco sollievo e gli appartamenti delle città e delle pianure si trasformino in ambienti difficili da raffrescare, soprattutto per chi non dispone di climatizzazione o non può sostenerne i costi.

Immaginiamo anziani che soffrono il caldo, famiglie con bambini, pensionati che non hanno i mezzi per trasferirsi definitivamente, e lavoratori che possono spostare altrove almeno una parte della propria vita.

A quel punto, per molti, la montagna potrebbe smettere di essere una destinazione turistica e diventare una via di fuga.

Nella storia dell’umanità il clima ha contribuito più volte a modificare gli insediamenti e a provocare migrazioni, anche epocali.

Non sappiamo se e in quale misura questo scenario si realizzerà nelle nostre regioni. Ma liquidarlo oggi come impossibile sarebbe una leggerezza.

E qui arriva il bello. Si fa per dire.

Oggi discutiamo di come impedire a troppi turisti di raggiungere le Dolomiti. Domani potremmo dover affrontare il problema di migliaia di persone che arrivano in camper e roulotte non per trascorrere una vacanza, ma perché cercano un luogo in cui vivere per qualche settimana o qualche mese.

E quando i numeri crescono, i problemi cambiano natura.

Dieci camper si sistemano in qualche modo. Cento cominciano a creare problemi di parcheggio e di servizi. Migliaia possono mettere in crisi la viabilità, gli approvvigionamenti idrici, la raccolta dei rifiuti e l’equilibrio ambientale di località progettate per tutt’altra popolazione.

E se non fossero migliaia, ma decine o centinaia di migliaia, distribuite fra le diverse aree montane del Paese?

Non sto facendo una previsione. 

Sto provando ad immaginare che cosa potrebbe accadere se una scelta individuale, del tutto comprensibile, diventasse un comportamento di massa.

Perché un conto è il camperista che cerca un parcheggio all’ombra, un altro è una comunità di persone che occupa stabilmente gli spazi disponibili, consuma acqua, produce rifiuti e ha bisogno di servizi. 

Un altro ancora è un fenomeno che coinvolga territori interi, e che le Amministrazioni locali non abbiano né le risorse né gli strumenti per governare.

Le montagne non sono infinite. Gli ecosistemi sono fragili, l’acqua può scarseggiare, le strade hanno una capacità limitata. 

In altre parole non potremmo trasformare ogni prato in un campeggio, ed ogni parcheggio in un insediamento permanente.

Ma allora che cosa potremmo fare?

Mandiamo l’esercito a presidiare i passi? Mettiamo le sbarre alle strade e respingiamo chi cerca di salire? E se fra quelle persone ci fossero anziani, famiglie con bambini e cittadini che non cercano una vacanza esotica, ma soltanto un po’ di sollievo da temperature diventate insopportabili?

Naturalmente, nessuno sostiene che si debba consentire a chiunque di piazzare una roulotte dove gli pare. Le regole ambientali, urbanistiche e di sicurezza restano indispensabili.

Ma una cosa è impedire il campeggio selvaggio. Un’altra è pensare di risolvere con divieti e posti di blocco un eventuale fenomeno di massa.

Ed è proprio qui che mi viene in mente una regola non scritta della politica, che sembra funzionare piuttosto bene anche in questa mia ipotesi.

Se si muovono dieci persone, il problema è loro. Se diventano cento, il problema è della polizia. Se arrivano a un milione, il problema diventa dello Stato.

Peccato che, quando si arriva al milione, spesso sia troppo tardi per fingere di essersi accorti del problema soltanto quella mattina.

La politica, del resto, ha una particolare abilità nel confondere la gestione dell’emergenza con la soluzione dei problemi. 

Si interviene quando le immagini diventano imbarazzanti, si convocano riunioni, si annunciano divieti e si promettono controlli. 

Poi, quando i riflettori si spengono, si torna ad aspettare la prossima emergenza.

Ma un fenomeno del genere non si governerebbe soltanto con l’ordine pubblico. Richiederebbe scelte urbanistiche, investimenti nei servizi, una pianificazione degli insediamenti temporanei, e una riflessione seria su come conciliare la tutela dei territori montani con le nuove pressioni abitative.

Perché il punto è proprio questo: potremmo trovarci di fronte a qualcosa di molto diverso dall’overtourism che oggi conosciamo.

Non più soltanto persone che arrivano, visitano un luogo e poi ripartono. 

Ma persone che cercano di fermarsi per stabilirsi, perché il luogo da cui provengono è diventato sempre meno vivibile.

E allora la domanda non sarebbe più soltanto quanti visitatori possiamo far salire sulle Dolomiti, ma quanti nuovi residenti, temporanei o permanenti, i nostri territori potrebbero accogliere senza compromettere il proprio equilibrio.

Forse dovremmo cominciare a pensarci prima che diventi un’emergenza. 

Non sappiamo se assisteremo davvero ad un esodo climatico verso le nostre “terre alte”, né quali dimensioni potrebbe assumere. 

Sappiamo però che il cambiamento climatico può modificare le condizioni in cui le persone vivono e le scelte che sono costrette a fare.

Perché una cosa è regolare il turismo. 

Un’altra è decidere come affrontare un futuro nel quale il clima potrebbe costringere una parte crescente della popolazione a cambiare abitudini, luoghi di soggiorno e perfino residenza.

Ecco perché, prima di dichiarare guerra all’overtourism, forse dovremmo chiederci se non stiamo guardando soltanto il problema di oggi, ignorando quello che potrebbe arrivare domani.

Perché se un giorno la montagna diventasse il rifugio di chi non riesce più a vivere in pianura, non basterebbe chiudere una strada. 

E non basterebbe nemmeno dire che nessuno ci aveva pensato.

Umberto Baldo

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