4 Giugno 2026 - 9.31

Lo spettro della Brexit si aggira per le praterie del Canada

Umberto Baldo

Se chiudete gli occhi e pensate al Canada, probabilmente immaginate una sterminata riserva naturale, una democrazia federale multietnica e pacifica, dove le tensioni del mondo moderno sembrano stemperarsi nella bellezza dei parchi nazionali, tra laghi cristallini  e foreste di aceri.

Un paradiso in terra insomma.

Secondo Stato al mondo per estensione (9 897 170 km²) dopo la Russia, abitato da circa 42milioni di persone, di cui il 75% risiede a meno di 330 chilometri dalla frontiera con gli Stati Uniti,  un confine non presidiato militarmente, e la più lunga tra le frontiere nel mondo, estesa per oltre 8000 km.

Una democrazia parlamentare  che formalmente è una Monarchia Costituzionale  con Carlo III Re d’Inghilterra come capo di Stato. 

Dal punto di vista costituzionale è uno Stato federale composto da 10 province: Alberta, Columbia Britannica, Manitoba, Nuovo Brunswick, Nuova Scozia, Ontario, Isola del Principe Edoardo, Quebec, Saskatchewan, Terranova e Labrador più  3 Territori:  Nunavut, Territori del Nord Ovest, Yukon. 

Eppure persino nel Paese degli aceri gli spazi sconfinati non bastano a contenere gli egoismi ed i risentimenti geopolitici. 

Dietro la facciata cartolinesca della Monarchia costituzionale si sta consumando una faglia istituzionale che rischia di mandare in frantumi l’unità della Stato Federale, 

Il prossimo 19 ottobre, i cinque milioni di abitanti dell’Alberta – la provincia occidentale ricca di petrolio e gas – saranno chiamati alle urne per un referendum. 

Il quesito? 

Decidere se rimanere nella Federazione Canadese, o avviare l’iter legale per un secondo voto, questa volta vincolante, sulla secessione da Ottawa.

Benvenuti nella “Wexit”, la versione canadese del cataclisma politico della “Brexit”, che dieci anni fa ha sconvolto l’Europa.

Già perché le analogie con il dramma britannico del 2016 sono così marcate da provocare un brivido di déjà-vu. 

A tirare la riga è stato lo stesso Primo Ministro canadese, il liberale Mark Carney, che nel 2016 si trovava ironicamente a Londra in qualità di Governatore della Banca d’Inghilterra. 

Carney ha definito la mossa dell’Alberta un “bluff pericoloso”, lanciando un monito chiaro ai secessionisti: “Ho visto cosa è accaduto nel Regno Unito quando la visione era: votate per l’uscita e poi negozieremo. A dieci anni di distanza, il Regno Unito sta ancora cercando di annullare quello che la gente non pensava di votare, ma ha finito per ottenere”.

Ma la somiglianza più singolare sta nella postura della Premier dell’Alberta, la conservatrice Danielle Smith. 

Esattamente come David Cameron nel 2016, la Smith ha indetto il referendum pur dichiarando che lei, il suo governo ed il suo partito voteranno per restare nel Canada. 

Si tratta di un gioco d’azzardo politico estremo: Smith ha cavalcato la furia della sua base ultra-conservatrice – rimasta orfana di una petizione separatista da 300mila firme annullata dai Tribunali per il mancato rispetto dei diritti dei nativi – fingendo di aprire la gabbia del leone, convinta di poterlo controllare.

Se la Brexit è nata dall’ostilità verso la burocrazia di Bruxelles e l’immigrazione, la Wexit dell’Alberta si alimenta di oro nero e risentimento fiscale. 

La Provincia si sente la “mucca da mungere” della Federazione, costretta a finanziare i pagamenti di perequazione verso le province orientali, mentre subisce i diktat ambientali di Ottawa.

Gli aspiranti secessionisti accusano il governo centrale di aver deliberatamente strangolato l’industria petrolifera e del gas locale con le normative sul clima. 

È la classica narrazione populista: la periferia produttiva calpestata dalle élite progressiste della capitale. 

“Abbiamo più cose in comune con l’America che con il resto del Canada”, ripetono i falchi dell’indipendenza, un mantra che ricorda molto il “Global Britain” sbandierato dai sostenitori di Boris Johnson.

Mentre i sondaggi attuali dicono che tre cittadini dell’Alberta su cinque voterebbero per restare con Ottawa, la macchina della propaganda separatista si è già messa in moto, commettendo gli stessi identici peccati di superficialità visti oltremanica.

Gli indipendentisti dell’Alberta Transition Council stanno redigendo un “Libro Bianco” per spiegare come la provincia diventerà uno Stato sovrano. 

Ma come si gestiscono la difesa, i passaporti, i trattati commerciali internazionali ed i confini in una provincia senza sbocco sul mare? 

Nessuno ha risposte reali. Si naviga a vista nel mare del pio desiderio. 

Dall’altra parte, economisti, sindacalisti ed accademici si stanno unendo nel cartello Lead Not Leave (“Guidare, non lasciare”) per denunciare quello che definiscono un distacco totale dalla realtà.

Il Canada ha già guardato l’abisso negli occhi nel 1995, quando il Québec sfiorò l’indipendenza per un soffio (50,58% contro 49,42%). 

Da allora, Ottawa si è dotata del Clarity Act, una legge che impone paletti rigidissimi: maggioranze nette, quesiti trasparenti, e negoziati complessi sotto la supervisione del Parlamento federale. 

Una secessione legale sarebbe un calvario burocratico ed economico lungo decenni.

Il referendum dell’Alberta di ottobre non sarà legalmente vincolante, ma la storia recente insegna che quando si evoca il fantasma del separatismo per calcolo elettorale, o per ricattare il governo centrale, il processo tende a sfuggire di mano. 

David Cameron pensava di usare il referendum sulla Brexit per mettere a tacere l’ala destra del suo partito; ha finito per spaccare in due il suo Paese ed isolarlo dal mondo. 

Danielle Smith farebbe bene a guardare oltreoceano: le praterie dell’Alberta sono immense, ma non abbastanza grandi da contenere i cocci di un paese frantumato.

Umberto Baldo

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