La legislatura scade nel 2027. Il consenso potrebbe scadere prima

Umberto Baldo
C’è una parola che nella politica italiana viene pronunciata con una certa solennità: “scadenza naturale”.
Naturale.
Una parola bellissima. Fa pensare alle stagioni, alle rondini, ai cicli della vita, e magari anche alle bollette, che quelle sì, hanno una loro puntualissima naturalezza.
In politica, invece, la “scadenza naturale” vale soprattutto quando conviene arrivarci.
Quando non conviene più, improvvisamente compare la “responsabilità”, la “situazione del Paese”, l’“interesse nazionale” e tutta quella meravigliosa collezione di espressioni con cui i politici riescono a spiegare perché ciò che ieri era indispensabile oggi è diventato assolutamente rinviabile.
Questa legislatura dovrebbe arrivare alla sua conclusione nel 2027.
Dovrebbe.
Perché una cosa è la durata “costituzionale” di una legislatura, un’altra è la sua durata “politica”.
E io, fossi Giorgia Meloni, una riflessione la farei.
Anzi, visto che non devo essere eletto da nessuno, posso permettermi di dirla senza troppi giri di parole: se fossi al suo posto, penserei seriamente ad andare a votare prima possibile.
Non perché il Governo sia necessariamente in difficoltà oggi.
Ma proprio perché la politica, quando le cose possono cambiare, dovrebbe avere la buona abitudine di non aspettare che cambino veramente, magari in peggio.
Il motivo principale ha un nome molto poco ideologico e molto concreto: inflazione.
Come accennato in un altro mio editoriale di oggi, a settembre i prezzi al consumo in Italia sono aumentati del 4,2% su base annua, contro il 3,3% di agosto.
Ed i prodotti acquistati con maggiore frequenza dalle famiglie (i generi alimentari) sono aumentati del 5,3%.
Non è ancora la fine del mondo.
Ma è esattamente il genere di numero che può trasformarsi in un problema politico se comincia ad entrare stabilmente nelle abitudini quotidiane delle famiglie.
Perché l’elettore può anche essere un raffinato conoscitore delle dinamiche geopolitiche, dei mercati dell’energia e delle guerre commerciali.
Poi va al supermercato, e guarda lo scontrino.
A quel punto tutte le spiegazioni diventano un po’ meno convincenti.
Potremmo chiamarla la “legge dello scontrino”: il cittadino non attribuisce necessariamente al Governo la responsabilità di ogni aumento, ma tende a chiedere conto a chi governa del fatto che il suo potere d’acquisto si sia ridotto.
Non è sempre giusto. È però terribilmente umano.
Lo hanno scoperto anche gli americani.
L’amministrazione Biden si trovò nel 2024 a fronteggiare un paradosso non molto diverso: diversi indicatori macroeconomici americani erano tutt’altro che disastrosi, ma una parte consistente degli elettori continuava a percepire l’economia come negativa, soprattutto per il costo della vita.
E ad un certo punto persino il prezzo delle uova divenne uno dei simboli della questione.
Non furono certamente le uova a determinare da sole il risultato elettorale americano.
Ma quella storia ci dice qualcosa di importante: l’economia reale che gli elettori percepiscono può contare più dell’economia che leggono nei comunicati stampa.
E questo, per Giorgia Meloni, dovrebbe essere un campanello d’allarme.
Perché se l’inflazione dovesse continuare a mordere nel 2027, il Governo potrebbe trovarsi nella scomoda posizione di dover spiegare perché le cose non vanno bene proprio nel momento in cui chiede agli italiani di rinnovargli la fiducia.
E spiegare, in politica, è quasi sempre più difficile che promettere.
La tentazione, quindi, potrebbe essere quella di arrivare alla prossima legge di bilancio, concentrare le risorse disponibili su alcune misure immediatamente percepibili, magari dare una sforbiciata all’Irpef per il ceto medio (aliquota 33% fino a 60mila euro), mettere qualche euro nelle tasche di altri settori (le solite marchette elettorali) e poi andare alle urne.
Prima che il conto del supermercato diventi più pesante del conto politico.
Io, francamente, lo farei.
Anche perché dall’altra parte non vedo esattamente né la “gioiosa macchina da guerra” di occhettiana memoria, né l’Armada Invencible di Filippo II di Spagna.
Vedo un’opposizione che dovrebbe approfittare della situazione economica e che invece continua a fare una cosa nella quale la politica italiana ha raggiunto livelli di eccellenza olimpica: discutere di se stessa.
Schlein, Conte, Fratoianni, Bonelli e compagnia devono ancora trovare un accordo su parecchie cose.
Sulla leadership. Sul programma. Sulla politica estera. Sull’Ucraina. Sulle alleanze. Persino sulle modalità con cui scegliere chi dovrebbe guidare il futuro schieramento.
E quando finalmente riescono a mettersi d’accordo su qualcosa, spesso si scopre che si sono messi d’accordo soltanto per votare contro qualcun altro, spesso fra loro stessi.
Nel frattempo il Movimento 5 Stelle ha dato alla propria base un mandato nettissimo contro la prosecuzione dell’invio di armi all’Ucraina, mentre nel PD i riformisti contestano apertamente quella posizione.
E non è un dettaglio.
Perché se vuoi governare insieme, prima o poi devi spiegare agli elettori su cosa governerai insieme.
Non basta dire che Meloni deve andare a casa.
Quello è un programma elettorale soltanto se il programma si intitola “A casa”.
E sul terreno economico il problema non mi pare molto diverso.
Da una parte si parla di lotta all’evasione fiscale, come se bastasse pronunciare quelle tre parole per far comparire automaticamente nelle casse dello Stato qualche decina di miliardi.
Dall’altra torna ciclicamente l’idea della patrimoniale.
Ora, sull’evasione fiscale sono tutti d’accordo: anche il ladro, probabilmente, è favorevole alla lotta al furto purché non sia il suo.
Il problema è comerecuperarla, quanto si pensa realisticamente di recuperare (mettendo nero su bianco i provvedimenti da adottare), e soprattutto cosa si intende fare con quei soldi.
Quanto alla patrimoniale, si può naturalmente discutere di progressività fiscale e di redistribuzione.
Ma in un Paese già tassato pesantemente, pensare che la risposta ai problemi economici sia semplicemente andare a cercare altri patrimoni da aggredire mi sembra una ricetta appartenente ad una cultura economica che ha ancora un piede nel secolo scorso, nei Regimi di stampo filo sovietico.
Il punto vero, però, è un altro.
L’opposizione avrebbe bisogno di rassicurare non soltanto il proprio elettorato tradizionale, ma anche quel pezzo di Italia moderata, produttiva, europeista, riformista, che non si riconosce nella destra, ma nemmeno in una sinistra che guarda con crescente interesse al M5S e alle sue posizioni più radicali.
Ed è qui che, a mio avviso, entra in gioco un nome come Giorgio Gori.
Non perché io abbia la sfera di cristallo e sappia se Gori sarebbe in grado di vincere le elezioni.
Non lo sa nessuno.
Ma perché rappresenta esattamente il tipo di profilo che potrebbe parlare anche a quell’elettorato moderato che una coalizione Schlein-Conte rischia di lasciare per strada.
E non sono soltanto mie fantasie da bar dello sport politico: proprio in questi giorni Gori è tra i nomi evocati per le primarie del centrosinistra, mentre il confronto tra l’area riformista del PD e il M5S di Conte si è fatto apertamente conflittuale.
Il problema è che per arrivare ad una soluzione del genere i “caciccì” dovrebbero fare una cosa che nella politica italiana è più difficile della quadratura del bilancio pubblico: rinunciare, almeno per una volta, all’idea che il problema dell’Italia sia soprattutto trovare un posto per loro.
Schlein dovrebbe accettare che il candidato premier non debba necessariamente essere lei.
Conte dovrebbe accettare che il candidato premier non debba necessariamente essere lui.
Fratoianni e gli altri dovrebbero accettare che un’alleanza elettorale non è un congresso permanente delle rispettive identità.
E tutti insieme dovrebbero capire che vincere una coalizione non significa sommare i propri voti: significa convincere anche quelli che oggi non ti votano.
È una differenza enorme.
E forse è proprio qui che Giorgia Meloni potrebbe avere davanti la sua finestra di opportunità.
Non perché l’opposizione sia destinata a perdere. Questo non lo può sapere nessuno.
Ma perché oggi è ancora alle prese con il problema di costruire un’alternativa credibile e riconoscibile, mentre il Governo ha davanti a sé una scadenza istituzionale precisa ed un’economia che potrebbe diventare meno benevola.
Per questo, se fossi Giorgia Meloni, non aspetterei troppo; andrei a votare,
il prima possibile.
Perché aspettare un anno, in politica, quando hai un avversario che deve ancora decidere chi vuole essere, può sembrare prudenza.
Ma può anche essere semplicemente il modo più elegante per dare al tuo avversario il tempo di diventare finalmente un avversario.
E una cosa è certa.
Le legislature hanno una scadenza naturale.
Il consenso, invece, ha una scadenza molto meno naturale e molto più imprevedibile.
E qualche volta, quando senti il campanello della scadenza, è meglio aprire la porta prima che suoni qualcun altro.
Umberto Baldo




















