Il vero salasso non è più al distributore. È al supermercato

Umberto Baldo
C’è un mistero buffo nell’indignazione italiana: se la benzina sale di cinque centesimi al litro, scatta la sommossa popolare, i talk show aprono sui “distributori killer”, e le chat di famiglia esplodono.
Se invece l’insalata riccia sfonda la barriera dei cinque euro al chilo, la gente incassa, sospira e paga in silenzio.
Com’è che siamo prontissimi a barricarci contro il caro carburante e assolutamente rassegnati davanti al caro cibo?
È vero: arrivare al distributore e vedere il prezzo della benzina fa sempre un certo effetto.
Ma, signori miei, avete provato ad andare al supermercato?
Quello sì che sta diventando un incubo.
Ieri, al banco dell’ortofrutta di un supermercato di Abano Terme, dove risiedo, ho avuto un attimo di smarrimento: pensavo di essere al reparto gioielleria.
Insalata riccia: 4,99 euro. Insalata gentile: sfiorava i 4. Pomodori e peperoni appaiati a 4 euro. Una cipolla 0,90 euro. Per non parlare delle castagne a 6,49 euro o delle giuggiole a 3,99 euro, per una vaschetta che pareva un campione omaggio.
Tanto per capirci: un chilo di insalata riccia costa ormai più di due litri di carburante.
Una volta era la macchina a farci piangere alla pompa; adesso rischia di essere la lattuga a mandarci in riserva.
Mancava solo un sommelier del cespo di lattuga a spiegare le note aromatiche, ed un vigilante con la pistola alla fondina a scortare i cestini.
Ormai fare la spesa richiede quasi la stessa cautela finanziaria che si usa per acquistare un’obbligazione a lungo termine: ci si guarda intorno, si valuta il rischio, e si spera di non andare in default al momento della pesa.
E qui arriva il primo paradosso.
La benzina, per quanto cara, possiamo cercare di consumarla meno.
Possiamo usare meno l’auto, fare qualche spostamento a piedi, rinviare un viaggio, organizzare diversamente i nostri percorsi.
Con il cibo la faccenda è un tantino più complicata.
A meno di non voler inaugurare una nuova forma di digiuno politico-economico, qualcosa bisogna pur mangiare.
E arriva il secondo paradosso.
Da anni medici, nutrizionisti e campagne sulla salute ci bombardano con lo stesso messaggio: “mangiate più frutta e verdura”.
Meraviglioso.
Peccato abbiano dimenticato di aggiungere la clausola in piccolo: “previo fido bancario”.
Di questo passo, al posto delle tabelle nutrizionali sulle confezioni, dovranno mettere la formula per il pagamento in tre comode rate a tasso zero.
Mangiare sano non è più soltanto una scelta di vita. Rischia di diventare uno status symbol.
C’è poi una differenza di psicologia spicciola.
Il prezzo della benzina è sfacciato, spudorato: te lo piantano in faccia con i led luminosi già a cento metri dal distributore. Lo vedi, ti arrabbi, decidi magari di non fare il pieno.
Il carrello della spesa, invece, è un rapinatore con i guanti di velluto. Ti ruba dieci centesimi sulla pasta, venti sul latte, trenta sulle uova.
Un micro prelievo forzoso continuo.
Non te ne accorgi mentre riempi il carrello, ma te ne accorgi eccome quando strisci la carta e senti il tonfo sordo del portafoglio che si prosciuga.
E c’è un altro aspetto, assai meno divertente, che meriterebbe maggiore attenzione.
L’aumento dei prezzi alimentari non pesa allo stesso modo su tutti.
Per chi ha un reddito elevato, spendere qualche euro in più per la spesa può essere fastidioso, ma non gli cambia la vita.
Per chi arriva a fine mese contando gli euro, invece, può significare dover scegliere.
Tra la carne ed il pesce. Tra la frutta e qualche altro prodotto. Tra la qualità ed il prezzo.
E magari anche tra ciò che sarebbe consigliabile mangiare e ciò che ci si può permettere.
Perché questa è la parte meno simpatica della storia: quando aumentano i prezzi dei beni essenziali, non tutti hanno la stessa possibilità di difendersi.
Chi dispone di un reddito alto può assorbire il rincaro.
Chi ha un reddito basso può soltanto modificare i propri consumi. E spesso non in meglio.
Ed è proprio qui che il caro alimentari diventa qualcosa di più di una semplice questione di prezzi.
Diventa una questione di potere d’acquisto. E quindi, alla fine, di qualità della vita.
Perché l’automobile possiamo lasciarla in garage.
Il frigorifero, invece, no.
E allora forse dovremmo cominciare a guardare con maggiore attenzione anche quei cartellini del supermercato che ormai sembrano scritti da un arredatore di gioiellerie.
Perché dietro quei 4,99 euro dell’insalata, quei 3,99 delle giuggiole e quei 6,49 delle castagne, non c’è soltanto una questione di prezzi.
C’è una questione di quanto del nostro reddito siamo costretti a spendere per comprare ciò che non possiamo fare a meno di comprare.
Ci indigniamo quando il pieno dell’auto costa troppo.
Forse dovremmo imparare a indignarci un po’ di più anche quando è il carrello della spesa a costare troppo.
Perché il punto, alla fine, è brutalmente semplice: l’automobile entro certi limiti è un’opzione. La cena no.
E continuare a fare i leoni contro il prezzo del diesel, ed i conigli davanti al conto della cassa automatica, non ha molto senso.
La vera emergenza sociale non si misura soltanto in litri.
Si misura anche in cespi d’insalata.
Perché se il pieno della macchina fa male al portafoglio, il pieno della dispensa comincia a fare male alla dignità.
Umberto Baldo
PS: tanto per tirare su il morale, ieri l’Istat ha reso moto che l’indice generale dell’inflazione (NIC) è salito complessivamente al 4,2% su base annua (dallo 3,3% del mese precedente). Gli alimentari non lavorati (freschi) registrano l’accelerazione più marcata, salendo a un +5,5% su base annua (rispetto al +3,8% di agosto).
Sarà colpa delle guerre, sarà colpa del petrolio e del gas, sarà colpa del caldo estremo di questa estate, ma per chi vive a reddito fisso è sempre una grande inc…ta.




















