30 Settembre 2026 - 15.19

Wanna Marchi è un archetipo italiano

Wanna Marchi è un archetipo italiano.  Detta così, lo ammetto, sembra quasi un’eresia.

Soprattutto in questi giorni, dopo il clamore suscitato dal premio consegnato a lei e alla figlia Stefania Nobile nella Sala della Protomoteca del Campidoglio.

Ma non è del premio che voglio parlare.

E nemmeno della lunga e ben nota vicenda giudiziaria che ha portato entrambe alla condanna definitiva.

Quella storia appartiene ai tribunali.

A me interessa un’altra cosa.

Mi interessa il meccanismo.

Perché Wanna Marchi, portandolo all’estremo e trasformandolo in mestiere, ha incarnato qualcosa che nella società italiana non è affatto morto: la promessa della soluzione miracolosa ad un problema reale.

Lei vendeva scioglipancia.

Avevi qualche chilo di troppo? Nessun problema. Aveva la soluzione. E se lo scioglipancia non bastava, entravano in campo altri strumenti, compresa quella pressione psicologica che nella vicenda giudiziaria è diventata parte dell’accusa e delle condanne.

Il messaggio, in fondo, era elementare: Hai un problema? Io ho la soluzione.  Adesso cambiamo canale.

Lasciamo per un momento le televendite e guardiamo la Politica.

Che cosa sentiamo durante una campagna elettorale?

Meno tasse. Più pensioni. Più stipendi. Più sanità. Più sicurezza. Più infrastrutture. Più servizi. Meno burocrazia. Più occupazione. Più sostegno alle famiglie. 

E naturalmente tutto questo senza aumentare le tasse, senza tagliare nulla di importante, senza fare troppo debito, e possibilmente mettendo anche qualche soldo in più nelle tasche degli italiani.

Insomma, una specie di scioglipancia fiscale.

Solo che il prodotto non arriva più dentro una confezione. Arriva dentro un programma elettorale. 

Attenzione. Non sto dicendo che i politici siano tutti come Wanna Marchi. Sarebbe una sciocchezza.

E soprattutto sarebbe scorretto confondere una condanna penale con una promessa politica, per quanto ardita possa essere.

Sto dicendo una cosa diversa.

Il meccanismo psicologico della promessa miracolosa può essere sorprendentemente simile.

Tu hai un problema. Io ho la soluzione. Non preoccuparti troppo di come funzionerà. Fidati. E soprattutto non chiederti, almeno per il momento, chi pagherà.

La differenza è che Wanna Marchi vendeva un prodotto.  Il politico vende una possibilità.

La prima incassava soldi.  Il secondo cerca voti.

Una aveva una televendita. L’altro ha una campagna elettorale.

Ma entrambi hanno bisogno della stessa materia prima: la disponibilità del pubblico a credere che una soluzione semplice possa risolvere un problema complicato.

Naturalmente la politica ha una giustificazione che la televenditrice non aveva.

Una promessa elettorale è una promessa politica, non necessariamente una truffa.

E infatti il problema non è la promessa in sé.

Il problema nasce quando chi promette dovrebbe essere consapevole che ciò che sta promettendo è difficilmente realizzabile nelle condizioni date.

Perché governare un Paese non è vendere un sogno.

È fare i conti.

E i conti hanno una caratteristica particolarmente antipatica per chi fa politica: non applaudono, non votano e non si commuovono.

Prima o poi arrivano. Arrivano il bilancio dello Stato. Arriva il debito pubblico. Arrivano gli interessi da pagare. Arrivano i vincoli europei. Arrivano le conseguenze delle decisioni prese.

E arriva soprattutto quella terribile scoperta che sembra cogliere di sorpresa ogni nuova classe dirigente: i soldi non sono infiniti. 

A quel punto il miracolo cambia nome. La promessa diventa un obiettivo. L’obiettivo diventa una riforma. La riforma diventa un rinvio. Il rinvio diventa una nuova promessa. E siamo pronti per la campagna elettorale successiva. Naturalmente, però, la colpa non è soltanto di chi promette. 

Perché nessuno riesce a vendere miracoli se dall’altra parte non c’è qualcuno disposto a comprarli.

E qui forse dovremmo guardarci allo specchio.

Perché anche noi elettori abbiamo sviluppato una certa predilezione per la botte piena e la moglie ubriaca.

Vogliamo pagare meno tasse e avere più servizi. Vogliamo pensioni più alte e contributi più bassi. Vogliamo più sicurezza e meno spesa pubblica. Vogliamo più sanità, più scuola, più infrastrutture e meno debito.

Vogliamo tutto. Possibilmente subito. E possibilmente senza che nessuno ci dica quanto costa.

Quando poi arriva qualcuno a spiegare che i conti non tornano, ci arrabbiamo.

Come se la matematica fosse una posizione politica.

Come se il debito pubblico fosse un’opinione.

Come se bastasse pronunciare la parola “volontà” perché comparissero miliardi nel bilancio dello Stato.

È qui che Wanna Marchi diventa, suo malgrado, un archetipo.

Non perché la politica italiana sia una televendita.

E nemmeno perché ogni politico sia un venditore di fumo.

Ma perché il nostro Paese sembra avere una certa difficoltà a liberarsi dall’idea che per ogni problema complesso debba esistere una soluzione semplice, possibilmente immediata e, soprattutto, pagata da qualcun altro.

Wanna Marchi vendeva il miracolo dimagrante.

La politica vende il miracolo fiscale, quello pensionistico, quello salariale, quello energetico, quello della sicurezza, quello della crescita.

Cambiano i prodotti. Cambiano i venditori. Cambiano persino i linguaggi.

Ma il mercato del miracolo non muore mai.   Si limita a cambiare confezione.

E forse è proprio questo il punto più inquietante della vicenda.

Ci scandalizziamo davanti alla televenditrice che prometteva l’impossibile.

Poi, qualche giorno dopo, ascoltiamo con assoluta serenità promesse politiche che richiederebbero risorse, tempi e condizioni che spesso nessuno si prende la briga di spiegare.

La prima vendeva sogni davanti a una telecamera. I secondi li vendono davanti a milioni di elettori. 

E almeno Wanna Marchi aveva il vantaggio della chiarezza. Vendeva miracoli. La politica, qualche volta, riesce nell’impresa più raffinata: li chiama programmi elettorali.

Poi, naturalmente, arriva il conto.

Ma quello, curiosamente, non viene mai mostrato durante la televendita.

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