24 Giugno 2026 - 11.12

Il caldo e l’internazionale degli “esperti per caso”

Umberto Eco, che della natura umana aveva capito tutto ben prima dell’avvento dei social, ebbe a dire che “I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel”. 

Oggi, con la canicola che picchia duro, l’osteria si è trasferita in blocco su Facebook, X e Telegram. 

Le tastiere scottano più dell’asfalto e stiamo assistendo ad un miracolo di massa: l’improvvisa transustanziazione di milioni di Commissari tecnici della Nazionale in climatologi di chiara fama, tutti laureati con lode all’Università della Vita (mi verrebbe voglia di dire della Baucàra, ma voglio essere educato).

Questa bizzarra specie di “scienziati della domenica” ha i suoi dogmi incrollabili. 

C’è il “Nostalgico degli anni Ottanta”, convinto che se nell’ottobre del 1983 a Bellaria si schiattava dal caldo, allora la fisica dell’atmosfera sia ufficialmente un’opinione. 

C’è il “Complottista cromatico”, terrorizzato dalle mappe meteo dei telegiornali e dei social, accusate di usare il rosso scuro ed il viola solo per indurre l’eco-ansia e controllarci la mente. 

E non manca mai il “Negazionista stagionale, quello che al primo temporale sentenzia: “E anche oggi il riscaldamento globale lo sconfiggiamo domani!, convinto che se lui deve mettersi la felpa a Vicenza, allora i ghiacciai della Groenlandia abbiano smesso di fondere per solidarietà.

La cosa più sublime di questa fauna da tastiera è la loro data di scadenza: sono fenomeni stagionali. 

Non appena arriverà la prima sventagliata di aria fresca da nord od il primo temporale di fine estate, questa gloriosa comunità di fisici alternativi evaporerà nel nulla, tornando a occuparsi di calciomercato o di riforme fiscali nei bar dello sport.

Eppure, colto da un dubbio quasi evangelico, ho voluto fare come San Tommaso. 

Mi sono detto: vuoi vedere che questo bizzarro fenomeno è solo un tic tutto italiano, figlio del nostro atavico scetticismo verso le Istituzioni? 

Così sono andato a sfrugugliare nella stampa e nelle chat estere – francesi, spagnole, inglesi – per vedere cosa si dice oltreconfine di questa morsa di caldo. 

Ebbene, la scoperta è rassicurante: tutto il mondo è paese, l’osteria globale non conosce frontiere, e gli imbecilli evocati da Eco sono ormai una specie diffusa un po’ ovunque.

In Francia, nei bistrot digitali, la psicosi della “Vigilance Rouge” lanciata da Météo-France ha scatenato la solita spaccatura. 

Se da un lato c’è chi evoca lo spettro del catastrofico 2003, dall’altro i complottisti d’Oltralpe gridano all'”infantilizzazione delle masse” da parte dello Stato. 

Il tormentone preferito sotto la Tour Eiffel?  “Ai miei tempi si chiamava semplicemente estate, ora inventano i codici colore per distrarci dalla politica”. 

Peccato che 42 gradi a Nantes a giugno non si fossero mai visti da quando esistono i termometri.

Se si scende nelle tabernas di Spagna, dove l’Andalusia viaggia sui 45 gradi, la rassegnazione si mescola alla creatività pura. 

La nuova frontiera del negazionismo iberico accusa i meteorologi di posizionare deliberatamente le stazioni di rilevamento vicino ai motori dei condizionatori d’aria degli aeroporti per gonfiare i dati e giustificare la “truffa climatica. Il dogma locale è incrollabile: È solo il vento del Sahara, c’è sempre stato, vogliono solo tassarci il diesel”.

Ma il vero capolavoro della commedia umana si consuma nei pub del Regno Unito. 

Lì, dove 38 gradi con il 70% di umidità significano l’apocalisse in case costruite per trattenere il calore, i commentatori dei tabloid sono furiosi. 

L’obiettivo delle loro ire è il termine tecnico usato dal Met Office: Heat Dome (cupola di calore). Nei commenti dei sudditi di Carlo III si legge: Inventano parole nuove ed altisonanti solo per spaventarci, è solo una bella giornata di sole, andiamo tutti a berci una pinta al parco!”. 

Salvo poi invocare l’intervento dell’esercito se l’asfalto si scioglie o i binari dei treni si piegano.

Insomma, che si tratti di un bicchiere di Sangria, di una pinta di Guinness o di un’ombra di vino nostrana, la costante universale resta la stessa. 

L’esperienza personale del singolo individuo – limitata, distorta e rinfrescata dal condizionatore di casa – batterà sempre, nella mente dello scienziato della domenica, cinquant’anni di modelli matematici, di rilevazioni satellitari e di evidenze scientifiche. 

Ma l’aspetto più affascinante di questa epidemia di climatologia fai-da-te non è nemmeno l’ignoranza. Quella è una costante della specie umana e sarebbe ingeneroso scandalizzarsene.

È l’arroganza.

Mai nella storia dell’umanità è stato così facile accedere a dati, studi, statistiche, serie storiche, rilevazioni satellitari e pubblicazioni scientifiche. 

E mai come oggi milioni di persone hanno deciso che tutto ciò vale meno della memoria di uno zio che nel 1976 giocava a bocce in canottiera.

Se una mappa climatica mostra anomalie record, ecco spuntare il geofisico del dopolavoro ferroviario che posta la fotografia di una nevicata del 1985. 

Se un istituto meteorologico pubblica serie storiche lunghe un secolo, arriva il professore emerito dell’Università di Facebook che replica con una foto di lui bambino mentre mangia il gelato in spiaggia.

La scienza ragiona sulle tendenze; lo scienziato della domenica ragiona sul proprio album di famiglia. 

E naturalmente ritiene che sia più affidabile il secondo.

Perché in fondo, ripeto, il problema non è l’ignoranza. 

È la convinzione che il proprio ricordo di un’estate a Sottomarina valga quanto una serie storica di cinquant’anni. 

Curiosa forma di democrazia epistemologica: un termometro misura, un satellite rileva, un climatologo studia, ma il cugino di Facebook “ha la sua opinione”. 

E guai a contraddirlo. 

Il caldo passa. L’opinione infallibile resta.

La verità è che il web ha democratizzato molte cose meravigliose, ma ha anche abolito il pudore dell’ignoranza.

Un tempo, davanti ad un chirurgo, ad un ingegnere aeronautico o ad un fisico dell’atmosfera, la maggior parte delle persone manteneva almeno un minimo senso del limite. 

Oggi no. 

Oggi basta una connessione internet e tre post condivisi da un cugino per trasformarsi in esperti mondiali di climatologia, virologia, geopolitica, economia monetaria e magari, già che ci siamo, anche di fisica quantistica.

È la grande illusione del XXI secolo: non che tutti possano parlare, ma che tutti abbiano qualcosa di intelligente da dire su qualunque argomento.

E così, mentre mezza Europa boccheggia sotto temperature che in molte aree stanno battendo record storici e costringono Francia, Spagna e Regno Unito a misure straordinarie, sui social continua la guerra santa contro il colore rosso delle mappe meteo, accusato di essere parte di una gigantesca cospirazione psicologica.

Del resto, è molto più rassicurante credere che il problema sia il colore della cartina piuttosto che il numero segnato dal termometro.

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