Dal carabiniere Stelluti al Nord-Est

L’altra mattina, mentre facevo colazione smanettando con il telecomando Tv, per caso mi sono fermato su un canale che stava riproponendo per l’ennesima volta, pensate un po’, un film del 1954: “Pane amore e gelosia” di Luigi Comencini.
L’avevo già visto ovviamente, ma rivedendo alcune scene non ho potuto non rilevare che c’è un’immagine che il cinema del dopoguerra ha impresso a lungo nella memoria collettiva italiana: quella del veneto buono, candido, impacciato e fatalmente subalterno.
Se si rivedono oggi i capolavori del “neorealismo rosa” degli anni Cinquanta, come appunto la saga di “Pane, amore e fantasia”, il contrasto balza agli occhi.
In mezzo alla vitalità vulcanica, rumorosa e scaltra del Centro-Sud, incarnata da Vittorio De Sica e Gina Lollobrigida, il carabiniere veneto Pietro Stelluti (interpretato da Roberto Risso) rappresentava la timidezza patologica.
Un “bamboccione” ante litteram, timorato e ingenuo, la cui parlata incerta e pesantemente cadenzata diventava la scorciatoia comica per definirne l’inadeguatezza culturale.
Era l’Italia di allora a dettare quella narrazione.
Il Veneto, terra di profonda emigrazione, povertà contadina e radicata devozione cattolica, veniva cinematograficamente codificato come una provincia infantile, incapace di stare al passo con la spregiudicatezza e il cinismo delle grandi metropoli del triangolo industriale o della Roma ministeriale.
Il Veneto era il subalterno linguistico e sociale per eccellenza: l’emigrante che scendeva al Sud per vestire la divisa, tutto dovere e zero malizia.
Poi, la storia ha bruscamente voltato pagina.
Nel giro di pochi decenni, quel mondo rurale e apparentemente immobile ha compiuto una delle transizioni economiche ed antropologiche più radicali dell’Occidente.
Quella stessa laboriosità silenziosa, e quella caparbietà che il cinema liquidava come ingenuità provinciale, si sono trasformate nell’energia cinetica del “modello Nord-Est”.
La periferia dell’Impero è diventata il motore produttivo del Paese.
Con il benessere, anche lo stereotipo ha dovuto cambiare pelle, faticando non poco a inseguire la realtà.
Negli anni Ottanta e Novanta, la commedia italiana ha smesso di dipingere il veneto come il candido Stelluti, ed ha iniziato a raccontarlo come il parvenu della fabbrichetta; il “finto tonto” arricchito, pragmatico fino all’ossessione, ma ancora visto dal resto d’Italia come antropologicamente privo di strumenti culturali complessi.
Una lettura pigra, che ignorava la complessità di un territorio che nel frattempo stava globalizzando le proprie imprese.
Oggi, guardando il Veneto contemporaneo, di quel deficit linguistico e di quel provincialismo sottomesso non rimane che un lontano ricordo in bianco e nero.
Il territorio si muove su scenari internazionali, sperimenta modelli di welfare avanzati, ed affronta le sfide della transizione industriale.
Eppure, quella vecchia lente cinematografica ci ricorda una lezione importante: gli stereotipi culturali sono quasi sempre il riflesso di rapporti di forza economici.
Quando il Veneto era povero, il cinema lo voleva ignorante ed ingenuo; quando è diventato ricco, lo ha dipinto come materialista.
La realtà, come sempre, ha saputo essere molto più ricca e complessa delle macchiette da grande schermo.
La parabola che va dal carabiniere Stelluti ai distretti industriali di oggi non è solo la storia di un riscatto economico, ma la dimostrazione di come un’intera comunità abbia saputo riscrivere la propria identità, lasciando i “bamboccioni” confinati, una volta per tutte, nelle cineteche.
Concludendo, il Veneto ha dimostrato di saper cambiare pelle senza perdere la propria capacità di lavorare e di innovare.
Per quanto mi riguarda, sarebbe un peccato se, nella corsa verso il futuro, il Veneto smarrisse anche la lingua con cui per secoli ha raccontato se stesso.
Gli stereotipi del cinema sono rimasti nelle cineteche.
Il nostro dialetto, la “lingua di San Marco”, invece, merita qualcosa di meglio di un museo: merita di continuare a vivere nelle case, nelle piazze e nelle famiglie.


















