10 Giugno 2026 - 10.33

Oltre la retorica del “burro o cannoni”. La pace non è un pranzo di gala (né un diritto acquisito)

Guardando il nostro dibattito pubblico si assiste ad una retorica pigra, dura a morire, che tende sistematicamente a mettere la Difesa in contrapposizione a sanità, scuola, energia e welfare. 

È la narrazione populista – non necessariamente di sinistra, anzi! – secondo cui ogni euro investito in sicurezza sia un furto al benessere dei cittadini o ai servizi essenziali: in fondo, una riedizione del vecchio e polveroso interrogativo “burro o cannoni?”.

Spiace constatare che la politica estera e di difesa sia diventata l’ennesimo terreno di scontro ideologico. 

Ma questo è il perfetto esempio del provincialismo e dell’immaturità di una classe politica abituata a non guardare al di là del proprio ombelico, che trova nel dividere i cittadini un veicolo di propaganda finalizzato ad una facile ed emotiva raccolta voti. 

Chi mi legge da tempo sa bene che lo considero un errore di prospettiva grossolano, una “minestra riscaldata” che ignora la realtà geopolitica, e rischia di esporre l’Italia e l’Europa a vulnerabilità fatali. 

Non si tratta di essere pacifisti o guerrafondai – un dibattito ormai privo di ogni logica e fondamento – in quanto il messaggio da fare passare nella pubblica opinione oggi è lineare: la difesa non sottrae risorse alla società (alla sanità, alla scuola ecc.) ma la protegge.

Per noi italiani, questo concetto dovrebbe essere iscritto nel DNA storico. 

La libertà e la ricchezza di Venezia – tutto sommato una piccola città che però è stata capace di imporsi per secoli quale hub globale di innovazione e commercio – non erano un dono del cielo: dipendevano direttamente da una potente  Marina capace di proteggerle. 

E quello che valeva per la Serenissima vale anche adesso per noi: la pace e la prosperità non sono eredità che si trasmettono in automatico; sono conquiste quotidiane.

Senza sicurezza, il welfare diventa fragile, l’economia si ferma, e i diritti si comprimono. 

Non c’è ospedale che possa curare, scuola che possa istruire, o azienda che possa esportare se viene meno la cornice di stabilità che solo una difesa credibile può garantire.

Negli ultimi anni l’Ucraina, pagando un prezzo altissimo in vite umane e devastazioni, ha sfatato un tabù, dimostrando che anche la “grande” Russia sul campo non è militarmente invincibile. 

Ma la lezione più dura che Kyiv impartisce all’Europa non è solo tattica, è tecnico-industriale:  quella che serve una difesa capace di innovare più rapidamente dell’avversario, e di sostenere lo sforzo nel tempo. 

E qui l’Europa si scontra con i propri limiti burocratici e strutturali. 

Per il nostro continente non basta più semplicemente cambiare marcia o schiacciare l’acceleratore: bisogna salire su un treno completamente diverso.

Siamo davanti ad un cambio di paradigma radicale, non ad una semplice accelerazione del vecchio modello. 

Kyiv è l’esempio visibile che una difesa moderna non si misura più sul numero di carri armati parcheggiati nei depositi, ma sulla capacità di integrare la ricerca pubblica, le università, ed il tessuto vitale delle startup, con l’industria strategica. 

I nuovi fattori chiave sono velocità, scala e propensione al rischio. 

Dobbiamo sviluppare la capacità psicologica ed industriale di consegnare in pochi mesi ciò che prima, ancora ieri, richiedeva anni di passaggi burocratici. 

Se un software od un drone richiede tre anni per essere approvato, quando arriva sul campo è già obsoleto. 

Non c’è tempo per accelerare il vecchio sistema; bisogna cambiarlo da cima a fondo.

Kyiv oggi è diventato giocoforza, e suo malgrado, il modello di esercito e di difesa fra i più avanzati al mondo. 

Anche perché gli ucraini le armi sono in grado di provarle immediatamente su un vero campo di battaglia. 

L’impiego massiccio di sistemi senza pilota da parte dell’Ucraina segna una svolta epocale nella condotta delle operazioni militari contemporanee. 

I droni – nelle loro varianti aeree, navali e terrestri – non sono più strumenti accessori, ma il cuore pulsante della nuova dottrina militare, dove il conflitto ha compresso drasticamente i cicli di sviluppo: un drone può essere progettato, testato ed inviato in missione in poche settimane. 

Il tempo diventa il fattore determinante: la velocità con cui emergono nuove armi o nuove contromisure rende obsoleti molti sistemi nel giro di pochi mesi. 

Chi sa adattarsi rapidamente ed innovare tecnologicamente acquisisce un vantaggio decisivo sul campo.

C’è però un fattore generazionale immenso da affrontare. 

La maggior parte della popolazione in Europa non ha mai vissuto la guerra, né l’ha vista da vicino.

Ed è un bene; è il miracoloso risultato di decenni di pace e stabilità. 

Ma proprio per questo la sicurezza rischia di sembrare un dato scontato, un elemento di sottofondo che esiste per diritto divino. 

Ai ragazzi bisogna spiegarlo con una chiarezza nuova: la sicurezza oggi non è solo questione di “armi”. 

È un sistema integrato che attraversa tutta la società. Passa per le reti energetiche, i porti, i data center ed i cavi sottomarini su cui viaggiano i loro smartphone; passa per la sanità, perché una società che non sa curarsi non sa difendersi; passa per la qualità dell’informazione e per l’etica dell’intelligenza artificiale. 

E passa, in modo decisivo, per la cultura: una società che dimentica chi è, e quali valori esprime, è una società intrinsecamente indifendibile. 

La Difesa, allora, non sottrae risorse ai giovani, ma garantisce loro lo spazio vitale per studiare, lavorare, produrre, viaggiare e innovare.

Nonostante la mattane personali di Donald Trump, questo “test di maturità” industriale, culturale e strategico, coincide con le richieste americane di una maggiore condivisione da parte europea degli oneri nella Nato. 

L’Italia, posizionata al centro di un “Mediterraneo allargato”, dove la minaccia viaggia in modo ibrido sotto la superficie dell’acqua, non può permettersi di guardare la discussione da spettatrice distratta, o credendo che bastino lo “stellone”, le marce della pace, le bandiere arcobaleno, o la “Costituzione Bella Ciao”.

Coltivare un ecosistema dell’innovazione tecnologica applicata alla sicurezza significa fare politica industriale di alto livello, creando lavoro, competenze e sovranità tecnologica. 

Investire nella Difesa oggi non significa essere guerrafondai: significa essere realisti e pragmatici. 

Significa riparare la vela con il tempo buono, prima che la burrasca travolga tutto ciò che abbiamo di più caro, per restare – finalmente – padroni del nostro futuro.

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