Trump chiude (forse) la guerra che ha scatenato, senza vincere nulla

Un accordo di pace firmato in fretta, un conflitto che resta pieno di punti interrogativi e un protagonista che rivendica il risultato di una guerra che, secondo molti osservatori, ha contribuito a innescare. È in questo scenario che Stati Uniti e Iran hanno sottoscritto un Memorandum d’intesa destinato a porre fine alle ostilità e a riaprire lo Stretto di Hormuz, snodo strategico per il traffico energetico mondiale.
La firma dell’intesa è arrivata mentre Donald Trump ha rivendicato il successo della mediazione, definendo l’accordo come una svolta per la stabilità globale. Un’intesa che, nelle intenzioni, dovrebbe mettere fine alle operazioni militari su tutti i fronti e avviare un percorso negoziale di 60 giorni verso un accordo definitivo. Tempi brevi per una crisi che, al contrario, si è sviluppata rapidamente e in modo altamente instabile.
Secondo il testo del Memorandum, gli Stati Uniti e l’Iran si impegnano alla cessazione immediata delle ostilità, al rispetto reciproco della sovranità e alla riapertura del transito nello Stretto di Hormuz per almeno 60 giorni. In cambio, Washington avvierà la rimozione del blocco navale e procederà alla revoca graduale delle sanzioni, mentre viene previsto anche un piano di ricostruzione da 300 miliardi di dollari destinato all’Iran, finanziato in larga parte dai partner regionali del Golfo.
Proprio questi ultimi tirano un sospiro di sollievo, seppur cauto: la riapertura dello Stretto di Hormuz garantisce la ripresa del traffico marittimo, dopo settimane segnate da tensioni, droni e attacchi missilistici che avevano messo sotto pressione uno dei principali corridoi energetici del pianeta.
Resta però il nodo più delicato, quello nucleare. L’accordo prevede che Teheran ribadisca l’impegno a non sviluppare armi atomiche, ma rinvia a negoziati successivi tutte le questioni cruciali sul controllo dell’arricchimento dell’uranio e sulle modalità di verifica internazionale. Un passaggio che, secondo diversi analisti, lascia aperti margini di ambiguità significativi, soprattutto alla luce del fatto che un precedente accordo del 2015 era stato abbandonato proprio durante la presidenza Trump.
Il quadro politico resta altrettanto complesso. Israele non è stato coinvolto direttamente nei negoziati e il primo ministro Benjamin Netanyahu ha mantenuto un silenzio prudente, mentre all’interno della sua stessa coalizione emergono critiche all’intesa. Anche negli Stati Uniti non mancano le reazioni contrarie, con esponenti repubblicani che parlano di accordo “debole” e privo di garanzie sufficienti sul programma nucleare iraniano.
Sul fronte opposto, l’Iran appare soddisfatto per l’allentamento delle sanzioni e per l’apertura economica prevista dal memorandum, mentre la ripresa delle esportazioni petrolifere e lo sblocco dei fondi congelati rappresentano un risultato immediato e concreto.
La firma, celebrata come un successo diplomatico, chiude formalmente una fase di conflitto ma apre una fase altrettanto incerta. Perché, al di là dei toni trionfalistici, il documento sembra soprattutto un rinvio: 60 giorni per costruire una pace definitiva su un terreno che resta instabile.
E così, mentre il mondo prende atto della “pace firmata”, resta una domanda non secondaria sullo sfondo: se questa guerra è davvero finita o se si è solo entrati nella sua versione negoziata.













