22 Giugno 2026 - 9.36

Tra la “bomba” Vannacci e la Repubblica di Pulcinella. La via del ritorno al passato?

Umberto Baldo

Nelle mie riflessioni di venerdì scorso ho cercato di scattare, per quanto possibile, una fotografia della situazione politica del nostro Paese (https://www.tviweb.it/lestremizzazione-dei-poli-apre-una-prateria-per-il-centro-e-i-liberaldemocratici/).

Un’analisi che cercava di mettere in luce come l’estremizzazione dei poli potrebbe aprire una vera e propria prateria per le forze di centro e per l’area liberaldemocratica. 

Oggi, quelle problematiche si intrecciano inevitabilmente con due fattori dirompenti: il tentativo in atto di riscrivere la legge elettorale, e l’irrompere sulla scena del generale Roberto Vannacci. 

Un ingresso, quest’ultimo, che fin dalle prime avvisaglie lascia sorgere un serio dubbio: il bello deve ancora venire? 

Proviamo allora a sviluppare qualche ulteriore ragionamento. 

Considerazioni che forse lasceranno il tempo che trovano, ma che possono contribuire a chiarirci un po’ le idee sul futuro che ci attende.

Partiamo dalle regole del gioco. 

Cambiarle a partita in corso è un vizio tutto italiano, una consuetudine alquanto scorretta che ci conferma, ancora una volta, nei panni della “Repubblica di Pulcinella”. 

Viene alla mente l’immortale aforisma di Ennio Flaiano: “In Italia la situazione è grave ma non è seria”.

Le modifiche attualmente ipotizzate paiono spingere con decisione verso un aumento della polarizzazione, prevedendo un consistente premio di maggioranza alla coalizione capace di raggiungere una soglia attorno al 42% dei voti (sebbene i dettagli tecnici siano ancora oggetto di mercanteggio). 

La finalità sbandierata è sempre la stessa: garantire la stabilità degli Esecutivi. 

Tuttavia, la realtà ci mostra un quadro ben diverso. 

Se è vero che il Governo di Giorgia Meloni si avvia a battere il record di durata nella storia repubblicana, è altrettanto evidente che le profonde distanze ideologiche, ed i costanti disallineamenti tra le forze della sua maggioranza, non hanno affatto garantito una navigazione tranquilla, e men che meno risultati significativi per il Paese.

A complicare questo scenario già precario è arrivata la “bomba nucleare” del Generale Vannacci. 

Con le sue posizioni palesemente radicate nell’estrema destra, ed un’alleanza convinta con l’AfD tedesca e il Rassemblement National di Marine Le Pen, Vannacci mette la Premier di fronte ad un bivio drammatico.

Se Meloni decidesse di lasciare il Generale come battitore libero al di fuori del perimetro del Centrodestra, rischierebbe quasi certamente di consegnare la vittoria alla Schlein ed alla sua “compagnia di giro”. 

Se, al contrario, decidesse di imbarcarlo stabilmente nella coalizione, sposterebbe fatalmente l’asse politico verso gli estremi. 

Il rischio concreto è quello di trasformare il Generale nel vero leader de facto dell’alleanza, o comunque in colui che distribuisce le carte e detta i tempi dell’agenda politica. 

Fossi nei panni della Premier, la notte non ci dormirei: perché su questa scelta, volente o nolente, si gioca l’intero suo futuro politico.

La storia insegna, fin dalla notte dei tempi, che non esistono sistemi politici ideali o perfetti. 

Se così non fosse, saremmo probabilmente ancora fermi alla Democrazia ateniese, al Principato augusteo, all’assolutismo di Luigi XIV o, per converso, alle tragiche derive del comunismo sovietico, cambogiano o cubano. 

Ogni epoca storica tenta semplicemente di darsi l’ordinamento “meno peggio”, ovvero quello che, in un dato contesto, permette un minimo di governabilità e coesione sociale.

In questa fase che si preannuncia prospetticamente convulsa, perché allora non guardare al nostro passato, nello specifico ai primi decenni della Repubblica? 

Se le coalizioni forzate portano con sé l’indubbio svantaggio di amplificare a dismisura il peso ed il potere di ricatto delle componenti più radicali, perché non accarezzare l’idea di un ritorno al sistema proporzionale con il voto di preferenza?

Bene o male, questo meccanismo ha regolato la vita democratica del Paese dal 1948 al 1992: quasi mezzo secolo. 

Non era neanche quello il sistema ideale – sia chiaro – ma oggi avrebbe un merito straordinario: svelenire il clima politico, ridimensionando drasticamente il peso specifico ed i condizionamenti dei partiti posizionati all’estrema destra o all’estrema sinistra.

È vero, con il proporzionale non conosceremmo il nome del Premier la sera stessa delle elezioni. 

Ma, dopotutto, anche nella Prima Repubblica l’incarico veniva tradizionalmente affidato al leader del partito numericamente più forte, il quale aveva poi l’onere di cercare in Parlamento le forze disposte a convergere su un programma ed a partecipare al governo.

È proprio in questo passaggio che io vedo l’aspetto più rivoluzionario ed interessante della questione. 

Con un sistema proporzionale, il Premier incaricato non sarebbe più un ostaggio politico, costretto a reclutare alleati e Ministri (spesso solo quello che passa il convento) esclusivamente nel recinto blindato di coalizioni pre-elettorali eterogenee e litigiose. 

Potrebbe, al contrario, presentarsi alle Camere con un programma innovativo, moderno e coraggioso, cercando alleanze “con chi ci crede e ci sta”. 

In parole povere: anziché essere costretti ad imbarcare un Vannacci od un Di Battista per fare numero, si potrebbe guardare all’area centrista, liberale ed europea.

Certamente, una simile prospettiva solleverebbe un coro di feroci critiche. 

In prima fila ci sarebbero quei Partiti abituati a pretendere rendite di posizione, e Parlamentari nominati dall’alto dai capibastone di turno. 

L’accusa più prevedibile sarebbe quella di voler restaurare la stagione degli “inciuci” e del trasformismo tipici della Prima Repubblica.

Tuttavia, dovremmo chiederci cosa intendiamo davvero per “inciucio”. 

Se per tale si intendono i metodi democratici utilizzati in Germania, in Francia o nei Paesi del Nord Europa – dove ci si impegna in estenuanti e trasparenti trattative post-elettorali per dare vita a maggioranze talvolta multicolori ma basate su precisi contratti di governo – allora ben vengano gli inciuci. 

Sarebbe un passaggio di maturità: sostituirebbe il ricatto ideologico delle ali estreme con la cultura del compromesso programmatico e della responsabilità repubblicana. 

Una soluzione imperfetta, forse, ma drammaticamente necessaria per evitare che il Paese rimanga schiacciato nella morsa degli estremismi.

Umberto Baldo

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