L’estremizzazione dei poli apre una prateria per il Centro e i liberaldemocratici

Umberto Baldo
Immaginare un’alternativa politica al bipopulismo italiano appariva, soltanto due anni fa, come un esercizio velleitario.
Oggi, la prospettiva sta diventando una necessità dettata dalla realtà dei fatti.
Le due grandi coalizioni, destra e sinistra, hanno fallito la prova della responsabilità: invece di offrire un’alternanza coerente e governativa, si sono avvitate su se stesse, inseguendo il consenso attraverso una radicalizzazione costante.
Non è un’opinione, ma l’evidenza di un sistema che, per sopravvivere a se stesso, cerca disperatamente di correggere la rotta verso modelli ancora più maggioritari, blindando un bipolarismo che non rappresenta più il Paese.
Eppure, proprio mentre i poli si estremizzano nel tentativo di nascondere le proprie linee di frattura, si apre una finestra di opportunità per chi ha ancora il coraggio di proporre una visione autenticamente liberaldemocratica ed europeista.
In altre parole, la tesi secondo cui l’unica democrazia possibile sia quella bloccata tra due coalizioni forzate, incapaci di governare ma abilissime nel demonizzarsi a vicenda, sta crollando sotto il peso della sua stessa inadeguatezza.
E paradossalmente, proprio mentre Giorgia Meloni ed Elly Schlein studiano correzioni iper-maggioritarie alla legge elettorale per blindare lo status quo, la realtà sembra stia spingendo il sistema verso una radicale scomposizione.
Una forza centrifuga che sposta i baricentri dei due poli verso gli estremi e che, per la prima volta dopo anni, rischia di spalancare vere e proprie praterie politiche per un’offerta liberaldemocratica.
Per comprendere la natura di questo sbriciolamento basta guardare ai programmi che i due schieramenti dovranno mettere sul tavolo da qui al 2027.
Non sono più le componenti moderate a dettare la linea, ma le pulsioni più radicali ed esterne.
A destra, l’irrompere sulla scena del Generale Roberto Vannacci ha sdoganato un armamentario identitario ed autarchico che flirta apertamente con il modello civile della Russia di Putin.
Una deriva che toglie il respiro all’area sedicente liberale del centrodestra – da Forza Italia all’orbita Moratti – costretta all’eterno e rassegnato traino agli estremisti di coalizione.
A sinistra la situazione è speculare, se non più marcata.
Sotto la guida di Elly Schlein, il Partito Democratico sta completando una progressiva metamorfosi nel suo perfetto anagramma: DP, ovvero Democrazia Proletaria.
Più che un partito a vocazione maggioritaria, il Nazareno somiglia oggi a un’assemblea d’istituto che rimpiange i fasti della sinistra radicale di Nichi Vendola o, peggio, che si fa dettare l’agenda sociale ed economica da Maurizio Landini e quella sullo sviluppo da Angelo Bonelli.
In uno scenario ipotetico di governo del “Campo largo”, i Ministeri chiave potrebbero essere guidati da figure pronte a varare patrimoniali e blocchi alla crescita, il tutto condito dall’ambiguità strutturale sulla politica estera, sul sostegno all’Ucraina e sul riarmo europeo imposta dal veto di Giuseppe Conte.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: le posizioni di Matteo Salvini sulla Russia sono sovrapponibili a quelle di Giuseppe Conte; l’antiamericanismo di Vannacci si specchia in quello di Alessandro Di Battista.
Gli estremi si toccano, i programmi diventano acrobazie ed i riformisti rimasti nel PD assistono sbalorditi ed inerti alla negazione dei principi fondanti del 2007, preferendo per pavidità girarsi dall’altra parte.
C’è molta vita dentro quella piccola fessura che divide il centrodestra dal centrosinistra, anche se il paradosso attuale è evidente: i poli maggiori, dove tutti la pensano in modo diverso, stanno insieme per fame di potere; al centro, dove tutti convengono sui medesimi valori e principi, si tende ancora a combattersi gli uni contro gli altri.
Lo abbiamo purtroppo visto qualche anno fa nelle “baruffe chiozzotte” fra Renzi e Calenda.
Eppure, qualcosa si muove. I
l recente successo di pubblico al Teatro Franco Parenti di Milano per l’iniziativa di Europeisti.eu dimostra che la domanda politica per un’alternativa di mercato, pro-Ucraina, e seriamente federalista, esiste ed è trasversale.
Ma la vera novità geopolitica del centro è il movimento tellurico generato da alcune figure femminili della sinistra riformista che hanno rifiutato la sottomissione al bipopulismo.
L’uscita dal PD di Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento Europeo, ha impresso una scossa salutare.
Il suo Spazio Pubblico – esplicito richiamo alla Place Publique con cui Raphaël Glucksmann sta sfidando in Francia sia il lepenismo sia il populismo della gauche di Mélenchon – si candida ad essere la miccia per una nuova aggregazione.
Attorno a quel palco si incrociano destini e strade diverse: Picierno con la sua nuova creatura, Marianna Madia (approdata da indipendente nell’alveo riformista), Elisabetta Gualmini (approdata in Azione), fino a Lia Quartapelle e Simona Malpezzi che resistono nel PD esprimendo un malessere non più occultabile.
È la dimostrazione plastica che il recinto del centrosinistra Schlein-Conte non è più inclusivo.
Chi crede nell’Occidente e nell’integrazione europea non può convivere con l’ambiguità morale di fronte alle autocrazie.
In questo schema in pieno movimento, la posizione di Matteo Renzi resta l’incognita più fluida. Dopo il fallimento del Terzo Polo alle Europee, il leader di Italia Viva ha scelto la strada del “gregario fedele” nel centrosinistra per pura tattica di sopravvivenza.
Una scelta legittima, che lo ha costretto però a sottoscrivere quasi tutto lo sbandamento populista del Campo largo, senza riuscire a farsi accettare né dai grillini (che continuano a porre veti) né dal PD.
Ma la fluidità politica di Renzi è nota: difficilmente si farà contenere e ridimensionare da Schlein e Bettini da qui alle prossime elezioni politiche.
Il vero nodo, semmai, riguarda la capacità delle forze autenticamente terze, a cominciare da Azione di Carlo Calenda, dal neonato Partito Liberaldemocratico di Luigi Marattin, e dalle reti liberal-socialiste, di superare una volta per tutte i personalismi e gli egoismi di vertice,
lavorando per un centro forte che provi ad intercettare quel 10% di elettorato moderato orfano e spaventato.
Perché vedete, a differenza del Centro destra e del Campo Largo, costretti a nascondere sotto il tappeto le proprie contraddizioni su tasse, giustizia e soprattutto collocazione internazionale, le forze liberaldemocratiche ed europeiste non devono fare sacrifici programmatici drammatici.
Un programma comune tra Calenda, Marattin, Picierno ed i radicali a mio avviso si potrebbe scrivere in un pomeriggio, senza dover propinare agli elettori “balle spaziali” frutto di mediazioni all’ultima virgola.
Certo non è ancora tutto rose e fiori, il quadro è forse ancora confuso, frammentato e appesantito da vecchi rancori ed ego smisurati.
Ma se si pensa che il destino di questo Paese non possa essere ridotto al ballottaggio perpetuo tra il sovranismo di Vannacci e il massimalismo della nuova “Democrazia Proletaria”, allora l’uscita di sicurezza dal Dio bipopulista va aperta adesso.
C’è ancora tempo per costruire una vera alternativa, e da qualche parte bisogna pure cominciare.
Umberto Baldo













