Sudafrica, la xenofobia che non ti aspetti

Nelle ultime settimane oltre 25.000 stranieri hanno lasciato il Sudafrica, mentre cresce la pressione di gruppi non ufficiali che stanno invitando tutti gli immigrati senza documenti a lasciare il Paese. È stata anche avviata una sorta di minaccioso “conto alla rovescia”, con scadenza fissata per martedì 30 giugno.
La campagna xenofoba, in un Paese a larga maggioranza nera e associato alla decennale lotta contro l’Apartheid, secondo quanto riportato, è in corso da diverse settimane e ha raggiunto un livello di tensione particolarmente alto. Un insieme eterogeneo di movimenti anti-immigrazione e alcuni partiti politici sudafricani ha promosso l’iniziativa, alimentando un clima di paura in diverse aree urbane.
Il Sudafrica sorprende perché, nell’immaginario internazionale, è spesso associato alla fine dell’apartheid e a una forte narrativa di riconciliazione e diritti civili, simbolo di superamento delle divisioni razziali del passato. Proprio per questo l’emergere di campagne xenofobe appare inatteso: si tratta di un Paese che, sulla carta, ha una Costituzione tra le più avanzate al mondo in materia di uguaglianza e tutela delle minoranze. Tuttavia, dietro questa immagine si nasconde una realtà sociale segnata da forti disuguaglianze economiche, disoccupazione elevata e tensioni nelle aree urbane più povere, dove la competizione per lavoro informale e servizi pubblici alimenta risentimento verso gli immigrati. In questo contesto, la retorica anti-stranieri riesce a trovare spazio e consenso, soprattutto quando viene amplificata da movimenti locali e parte del dibattito politico.
Nelle principali città come Durban e Johannesburg, la situazione è diventata tesa: molti negozi hanno chiuso e la circolazione risulta ridotta. La retorica anti-immigrazione, già presente in passato nel Paese, si è diffusa nuovamente con forza, sostenendo che gli stranieri sottrarrebbero lavoro ai cittadini sudafricani e contribuirebbero alla criminalità.
Il movimento non è nuovo a episodi di violenza: si ricordano già ondate di tensione nel 2008 e nel 2015. Nell’attuale fase, però, la diffusione attraverso i social media e la circolazione di disinformazione avrebbero amplificato la portata del fenomeno.
Secondo le informazioni disponibili, quattro persone sono già morte in episodi legati alle tensioni e si sono verificati saccheggi di attività commerciali gestite da stranieri. Migliaia di cittadini provenienti da Malawi, Nigeria, Ghana, Etiopia e Zimbabwe hanno già lasciato il Paese, mentre altri sono stati rimpatriati o si sono rifugiati in campi improvvisati o presso le proprie ambasciate.
In Sudafrica, Paese di circa 65 milioni di abitanti, la popolazione straniera è stimata in circa 3 milioni di persone. Le tensioni si concentrano soprattutto nelle township e nei quartieri operai, dove la disoccupazione si avvicina al 32% e il livello di criminalità resta elevato, con oltre 60 omicidi al giorno secondo le stime citate.
Il risentimento verso gli immigrati viene descritto come sempre più diffuso e intercettato anche da alcuni movimenti politici e gruppi organizzati, tra cui viene citato “March and March”. Le intimidazioni avrebbero spinto anche alcuni datori di lavoro a interrompere rapporti con lavoratori stranieri privi di documenti per timore di ritorsioni.
Il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa ha lanciato un appello alla calma, mentre autorità locali, in particolare nella provincia del KwaZulu-Natal, hanno condannato gli episodi di violenza pur esprimendo preoccupazione per l’immigrazione irregolare.
Secondo il politologo Sandile Swana, i partiti politici starebbero utilizzando il tema migratorio per fini di consenso, con dichiarazioni sempre più aggressive. Nel suo intervento, ha citato anche posizioni dell’MK, legato all’ex presidente Jacob Zuma, e dell’ActionSA di Herman Mashaba, accusati di alimentare retoriche xenofobe. Swana ha parlato di una “nuova forma di violenza tra neri”, che distoglierebbe l’attenzione dalle cause strutturali della crisi economica.
Il fenomeno, dunque, si inserisce in un contesto di forte pressione sociale ed economica, dove la crisi occupazionale e la criminalità diventano terreno fertile per tensioni che si traducono in campagne anti-immigrazione sempre più radicali e visibili.















