30 Maggio 2026 - 10.32

Quando la piazza mette a tacere la cultura

La resa della civiltà liberale: se il ricatto della piazza spegne la cultura

C’era un tempo in cui l’Inghilterra era il porto sicuro del libero pensiero.
Tra l’Ottocento e il Novecento, chiunque fosse perseguitato dalle Monarchie assolute del continente europeo — che fosse Mazzini o Marx — trovava rifugio a Londra.
La Gran Bretagna non era ancora una democrazia perfetta, ma possedeva un dogma sacro: il rispetto delle idee e dello Stato di diritto.
Oggi, nella Londra del 2026, quel riflesso di libertà sembra essersi spento sotto i colpi della codardia istituzionale.
Il rinvio di una conferenza di storia e archeologia sui regni antichi di Israele e Giuda al British Museum, per il timore di contestazioni, è la fotografia esatta di un Occidente che ha deciso di arrendersi al ricatto.
Non parliamo di un comizio politico, non di una celebrazione governativa, ma di accademia e cultura ebraica.
Eppure, la sola menzione della parola “Israele” o “ebraico” in un contesto storico basta a scatenare il panico logistico e la ritirata strategica dei custodi della nostra cultura.
Benvenuti nella nuova normalità imposta dalla frangia più radicale del mondo Pro-Pal, una fazione che ha ormai ampiamente superato il confine del dissenso politico per sconfinare nel più becero e sistematico antisemitismo.
La distinzione tra la legittima critica al Governo israeliano e l’ostilità mirata contro gli ebrei in quanto tali viene quotidianamente calpestata, con un obiettivo chiaro: cancellare lo spazio pubblico in cui un ebreo, o la cultura ebraica, possano esistere senza dover chiedere scusa o giustificarsi.
Se l’obiettivo diventa una mostra sulle vittime del 7 ottobre, un’attrice insultata per strada o una conferenza archeologica, la maschera della “causa umanitaria” cade per rivelare il volto dell’intolleranza.
Ma la colpa più grave non è solo di chi, spesso finanziato da Hamas, urla nelle piazze o minaccia i musei.
È dei Governi occidentali e delle grandi istituzioni culturali.
Con una complicità tiepida, pavida e travestita da “prudenza”, Sindaci, Ministri e Direttori di Musei preferiscono blindare, cancellare o spostare in streaming gli eventi pur di non gestire il disordine.
Ogni volta che una democrazia liberale decide di non proteggere chi parla, ma di premiare chi minaccia, muore un pezzo della nostra civiltà.
Cedere al veto della piazza non è tolleranza: è la sottomissione della libertà di pensiero alla legge del più violento.
Se per paura delle ritorsioni spegniamo la cultura, abbiamo già perso.
Umberto Baldo

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