8 Giugno 2026 - 9.39

Oltre l’Overtourism, c’è lo Stupid tourism o “Turismo ovino”: le ferie guidate dall’algoritmo

Umberto Baldo

Ve ne siete già accorti? Con la fine delle scuole inizia inevitabilmente un’altra fase della nostra quotidianità e, fatalmente, ci si comincia a concentrare sulle ferie. 

Per dirla meglio, c’è un momento, ad ogni inizio estate, in cui l’umanità decide collettivamente di spegnere il cervello per consegnarsi, mani e piedi legati, ai server della Silicon Valley. 

Non parliamo più del vecchio “Overtourism”, fenomeno ormai superato e quasi romantico; oggi siamo entrati ufficialmente nell’era dello “Stupid tourism”. 

Una patologia transnazionale, un’epidemia indotta da algoritmi, intelligenze artificiali e social network, il cui unico scopo è portarci tutti insieme nello stesso identico momento, nello stesso identico carnaio. 

Basta accendere un telegiornale a luglio o agosto. 

I servizi sui “vacanzieri” – termine orrendo che andrebbe radiato dal vocabolario assieme a chi lo pronuncia – sembrano girati con lo stampino. 

Stessi collegamenti, stesse code in autostrada, stesse spiagge ridotte a distese di carne umana grigliata, stessi ristoranti dove un finto chef ti spaccia per chilometro zero un piatto precotto. 

Eppure, il telespettatore medio guarda quel disastro e, invece di terrorizzarsi, pensa: “Che bello, voglio andarci anch’io”. 

È l’ansia da prestazione sociale, il terrore ovino di essere tagliati fuori dal gregge (FOMO, per dirla come chi ha studiato). 

E così si finisce per desiderare solo ciò che viene promosso ovunque. 

I social e le guide creano bolle ipnotiche in cui tutti vedono le stesse cose, trasformando in un quarto d’ora la meta più esclusiva in un formicaio di massa.

La cosa più straordinaria dello Stupid tourism è la sua totale impermeabilità alla geopolitica. Della guerra in Ucraina ormai non frega più niente a nessuno, è roba vecchia. 

Ma persino il Medio Oriente in fiamme e le tensioni in Iran vengono vissuti dal viaggiatore compulsivo non come una tragedia, ma come un fastidio logistico. 

Dubai e le mete esotiche del Golfo sono diventate improvvisamente meno appetibili, e non tanto per questioni etiche, quanto per il rischio concreto di vedersi recapitare un drone kamikaze nel cocktail a bordo piscina, o per i voli cancellati che rischiano di farti saltare il selfie di rito.

Il risultato di questa ritirata strategica? 

Un catastrofico effetto imbuto. 

Masse oceaniche, private del loro deserto artificiale condizionato, probabilmente si riverseranno come orde di barbari sulle mete storiche del Mediterraneo: Italia, Grecia, Spagna. 

Luoghi già assediati da anni, oggi letteralmente al collasso. 

E mentre l’ecosistema scoppia, i mercanti del tempio si sfregano le mani. 

Giusto l’altro giorno, mio nipote spagnolo mi raccontava che l’hotel di Corfù dove aveva soggiornato lo scorso giugno ha pensato bene di ritoccare il listino: un bel +50% sul prezzo della camera. 

Perché? Perché possono. 

Perché lo Stupid tourism non ha limiti di budget né di dignità. 

Se l’algoritmo decreta che devi andare a Corfù, tu ci vai. 

Mansueto, mutuo alla mano, pronto a farti rapinare da un albergatore ellenico.

Ma proviamo a fare un passo indietro: chi lo decide, davvero, dove dobbiamo andare? 

Un tempo c’erano le vecchie agenzie di viaggio, che potevano starti simpatiche o meno, ma erano fatte di esseri umani. 

Oggi siamo ostaggio di piattaforme digitali che, con la scusa di “personalizzare” l’esperienza, applicano la più feroce delle standardizzazioni. 

L’algoritmo non vuole che tu scopra il mondo; vuole ottimizzare i flussi commerciali. 

Il software deve incastrare al meglio l’interesse delle compagnie aeree con quello delle società di “Rent a car, dei grandi gruppi alberghieri e della ristorazione. 

E l’ottimizzazione matematica si ottiene in un solo modo: mandando tutti nello stesso posto.

E così, milioni di individui finiscono per guardare lo stesso identico panorama, ordinare lo stesso piatto fotografato su Instagram, e vivere un’esperienza totalmente fotocopiata. 

Questo porta a scene assurde, come code di ore in montana solo per farsi una foto su una roccia famosa.

Non è più viaggio, è transumanza digitale. 

E’, appunto,  “turismo ovino”, dove l’algoritmo di Instagram o Tik Tok funge da cane da pastore,  che dice alla massa di pecore dove andare, cosa mangiare, dove farsi il selfie, dove farsi “tosare”. 

Siamo diventati i figuranti di un gigantesco reality show globale a pagamento. 

Paghiamo cifre folli per stare stipati come sardine in borghi storici che hanno perso l’anima, ridotti a fondali di cartone.

Basta guardare i resoconti filmati  estivi di località come Salò sul Garda, Capri, o Firenze per chiedersi: ma come fanno a starci tutte quelle persone in quegli spazi?

Eppure ci stanno, pigiate come acciughe nella loro classica scatola, con l’ombrellino in una mano ed il gelato che si scioglie nell’altra, nonostante il termometro sfiori i 40 gradi all’ombra. 

Ma volete mettere la soddisfazione di inviare un selfie a Masi (piccolo paesino della bassa padovana lungo l’Adige) direttamente dalle pendici dell’Everest o da Machu Picchu!

Fra tutti i “vacanzieri” quelli che mi fanno pena e rabbia allo stesso tempo sono i tardoni, categoria sociologicamente interessante: uomini e donne sopra i 60 che decidono, in preda ad un rigurgito adolescenziale, che non possono non visitare le Vanuatu, o morire senza aver  dormito in una capanna con tetto di banano nelle Filippine.
Li riconosci: hanno lo zaino tecnico da trekking, spesso la GoPro sul petto, ed il colesterolo a 240.
Li vedi stramazzare a Petra, boccheggianti sul Partenone, tramortiti a Bangkok, ma felici, perché c’è il Wi-Fi e possono inviare tutto su WhatsApp alla sorella più anziana, rimasta sempre in quel di Masi. 

A questo punto, credo che l’unico vero atto di ribellione, l’unica vera avanguardia culturale rimasta, sia una sola: il gran rifiuto. 

Praticare la resistenza visitando zone bellissime fuori stagione (chi decide poi quando è la stagione migliore per il tuo riposo?), rigorosamente fuori dai circuiti dei software, oppure optare per la resistenza passiva massima: starsene a casa.

Riscoprire il lusso supremo dell’invisibilità e del silenzio. 

Uscire in giardino, fare due passi in collina, stappare una bottiglia fresca senza l’ansia patologica di doverla taggare. 

La vera pace la trovi nella quiete di un pomeriggio pigro, non nell’inferno logistico di tre scali aerei per raggiungere un paradiso blindato che non ti appartiene.

Anche perché, credetemi, il punto di rottura è vicino. 

Non saranno solo i droni od il cambiamento climatico a fermare questa frenesia. 

La vera diga la alzeranno i residenti delle città d’arte e delle località balneari. 

Quella parte di cittadinanza che non pretende di vivere un anno lavorando tre mesi a colpi di scontrini folli (ammesso che  li emettano!), che non guadagna un euro dal business del turismo, ma che subisce quotidianamente lo sfratto strisciante della propria vita quotidiana. 

Prima o poi, esasperati dall’essere espropriati delle proprie strade e della propria dignità, diranno basta. 

Ed a quel punto, davanti ad una popolazione veramente incazzata, l’algoritmo non saprà più che pesci pigliare.

Umberto Baldo

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