2 Ottobre 2026 - 9.23

L’Onu: un tavolo del 1945 per il mondo del 2026

Umberto Baldo

Quando si parla di Nazioni Unite, quasi tutti pensano all’Assemblea Generale: l’enorme sala, i Capi di Stato e di Governo, le bandiere alle spalle, i discorsi solenni e gli appelli alla pace nel mondo.

Ma il vero cuore politico dell’Onu è altrove.

È il Consiglio di Sicurezza, l’organo che ha la responsabilità principale del mantenimento della pace e della sicurezza internazionale.

Quindici Paesi. Cinque permanenti: Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Regno Unito.

E qui sta il dettaglio che rende il club parecchio esclusivo: i cinque hanno il diritto di veto.

Gli altri dieci membri vengono eletti dall’Assemblea Generale per due anni e non hanno diritto di veto.

Tradotto: i dieci possono discutere, proporre e votare. 

Ma se uno dei cinque dice no, una risoluzione sostanziale può essere bloccata.

Non proprio la democrazia condominiale.

Del resto, quando il Consiglio di Sicurezza venne concepito, nel 1945, il mondo era quello uscito dalla Seconda guerra mondiale. 

Le potenze vincitrici erano quelle che contavano, gli imperi coloniali erano ancora in piedi, e molti Paesi non avevano neppure raggiunto l’indipendenza.

Sono passati più di ottant’anni.

Sono scomparsi gli imperi coloniali, sono nati decine di nuovi Stati, il peso demografico ed economico è cresciuto enormemente, e gli equilibri geopolitici mondiali sono cambiati.

Ma la fotografia dei cinque membri permanenti è rimasta praticamente la stessa.

E qui arriviamo all’Africa.

Perché l’Africa è l’unico continente completamente assente dai cinque seggi permanenti del Consiglio di Sicurezza.

Non è un dettaglio da poco.

Stiamo parlando di un continente di oltre un miliardo e mezzo di abitanti, formato da 54 Stati, con un peso crescente nelle questioni energetiche, migratorie, economiche e di sicurezza internazionale.

Eppure, nella stanza dove siedono i cinque Stati che dispongono del veto, l’Africa non ha una poltrona. Gli africani lo fanno notare da tempo.

La loro posizione è stata formalizzata nel 2005 con il cosiddetto Consenso di Ezulwini,elaborato dall’Unione Africana.

La richiesta è precisa: due seggi permanenti per l’Africa, con gli stessi diritti degli attuali membri permanenti, quindi anche il diritto di veto, più cinque seggi non permanenti a rotazione.

E una rivendicazione ulteriore: dovrebbe essere l’Unione Africana a decidere quali Paesi africani occupare quei seggi.

Una posizione che il continente mantiene da oltre vent’anni.

E bisogna riconoscere che, sul piano della rappresentanza, la questione è difficilmente liquidabile con una scrollata di spalle.

Il mondo del 1945 non esiste più.

Il problema è che, appena si passa dalla constatazione alla soluzione, cominciano i guai.

Perché se all’Africa spettano due seggi permanenti, la domanda successiva è inevitabile: a chi?

Nigeria? Sudafrica? Egitto? Algeria? Etiopia? Kenya?

O magari a qualche altro Paese che oggi non viene nemmeno indicato fra i principali pretendenti?

La faccenda non è banale.

Un conto è dire che l’Africa deve essere rappresentata. Un altro è decidere chi debba rappresentarla.

E qui il continente rischia di trovarsi davanti allo stesso problema che accompagna praticamente ogni riforma internazionale: tutti sono d’accordo sulla necessità di cambiare le regole, fino al momento in cui bisogna decidere chi ci guadagna.

Il Consenso di Ezulwini cerca di evitare il problema affidando all’Unione Africana la scelta dei rappresentanti.

Ma sappiamo tutti che, qualora in palio ci fossero due seggi permanenti, e soprattutto il diritto di veto, la diplomazia africana avrebbe davanti una partita tutt’altro che semplice.

Anche perché l’Africa non è un Paese.

È un continente enorme, politicamente, economicamente e culturalmente molto diverso al suo interno.

E mentre l’Africa rivendica il proprio spazio, gli altri aspiranti al club dei permanenti non stanno certo alla finestra.

India, Brasile, Giappone e Germania da anni chiedono una riforma del Consiglio di Sicurezza.

E c’è anche l’Italia, che fa parte di Uniting for Consensus, il gruppo che non sostiene l’allargamento dei seggi permanent, e propone invece un aumento dei seggi elettivi.

Insomma, tutti vogliono riformare il condominio.

Naturalmente, ciascuno preferirebbe che il nuovo appartamento fosse assegnato a lui.

Ma proprio qui emerge il problema più interessante.

Perché possiamo discutere all’infinito di quanti debbano essere i membri del Consiglio di Sicurezza, di quali Paesi debbano entrarci, e di chi debba rappresentare l’Africa.

Ma dovremmo anche porci una domanda meno diplomatica: quanto conta oggi, davvero, quel Consiglio?

Perché l’Onu non è affatto inutile.

Continua a svolgere un lavoro enorme sul piano umanitario, sanitario, diplomatico e della cooperazione internazionale. Le sue agenzie sono presenti in moltissime delle aree più difficili del pianeta, e milioni di persone dipendono quotidianamente dalle loro attività.

Ma sul terreno della grande politica internazionale il problema esiste.

Le crisi degli ultimi anni hanno mostrato spesso un’Organizzazione incapace di assumere decisioni efficaci quando le grandi potenze sono direttamente contrapposte.

Basta guardare all’Ucraina, a Gaza, alla Siria, al Sudan, ed a molte delle crisi africane.

Quando uno dei cinque membri permanenti è parte del problema o ha un interesse diretto nella questione, il diritto di veto può trasformare il Consiglio di Sicurezza in una macchina diplomatica che gira a vuoto.

E quando il Consiglio non riesce a decidere, gli Stati finiscono per cercare altrove gli strumenti per affrontare le crisi: coalizioni, alleanze militari, accordi regionali, G7, G20 e organizzazioni continentali.

Non è necessariamente un male in sé. Ma è il segnale di una trasformazione.

L’Onu rischia progressivamente di passare da “centro” della politica internazionale a “luogo” della politica internazionale.

Una differenza non proprio irrilevante. 

E allora la questione africana assume un significato ancora più ampio.

Perché l’Africa ha certamente il diritto di chiedere una rappresentanza più adeguata al proprio peso nel mondo.

Ma la riforma non può limitarsi ad aggiungere qualche poltrona ad un Consiglio progettato nel 1945.

Occorre chiedersi se quel Consiglio sia ancora in grado di governare il mondo del 2026.

Ma proprio per questo la riforma dell’Onu appare sempre più necessaria, ma sempre più difficile.

Il rischio è che si continui a discutere per altri vent’anni su chi debba avere una poltrona, mentre il mondo reale continua a prendere decisioni altrove.

Perché questa, alla fine, potrebbe essere la vera domanda del futuro delle Nazioni Unite: non soltanto chi deve sedersi al tavolo, ma se quel tavolo è ancora il posto dove si decide il destino del mondo.

E sarebbe una domanda piuttosto imbarazzante per tutti.

Soprattutto per chi quel tavolo lo occupa da ottant’anni.

Umberto Baldo

PS: Io credo che il diritto di veto all’ONU sia un problema analogo all’“unanimità” richiesta dall’UE per molte decisioni.   In entrambi i casi, basta un “no” per fermare tutti. Una regola forse comprensibile nel 1945, quando i vincitori della guerra volevano evitare di perdere il controllo del nuovo ordine mondiale. Ma nel 2026 rischia di essere semplicemente un meccanismo di paralisi. Per questo io il diritto di veto lo casserei del tutto. E probabilmente, se si potesse fare altrettanto con l’ “unanimità” in Europa, non sarebbe una cattiva idea.

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