15 Giugno 2026 - 9.39

L’illusione del denaro perpetuo e la sindrome del sussidio europeo

Umberto Baldo

La recente decisione della Banca Centrale Europea di ritoccare all’insù il costo del denaro dello 0,25%, era ampiamente scontata nelle previsioni di tutti gli osservatori internazionali. 

Eppure, l’annuncio dei vertici di Francoforte sembra aver colto di sorpresa il leader degli industriali italiani.

Emanuele Orsini ha infatti espresso forte perplessità per questa manovra, dichiarando che si sarebbe atteso una mossa di segno opposto, ovvero una sforbiciata ai tassi (sic!). 

La motivazione addotta poggia su una correlazione quantomeno insolita: il rialzo della BCE coincide temporalmente con il debutto dei nuovi incentivi governativi italiani legati all’ iperammortamento per gli investimenti  aziendali, configurando a suo dire una mancanza  di visione a lungo termine (“non è una visione a lungo termine. Abbiamo bisogno che le imprese corrano, investano e si incrementi la produttività” queste le parole del Presidente).

Tanto per capirci l’iperammortamento promosso dal Ministro Adolfo Urso (all’interno del Piano di Transizione del Ministero delle Imprese e del made in Italy)   è un’agevolazione fiscale che permette alle imprese di dedurre dal reddito imponibile un valore superiorea quello effettivamente speso per l’acquisto di beni strumentali, materiali e immateriali. 

Tornando ai tassi ed alla “visione di Orsini”, si tratta a mio avviso di una chiave di lettura decisamente eccentrica. 

Con un tasso d’inflazione che è ora stimato stabilmente sopra i target strutturali del 2%, (e non mi si venga a dire che gli effetti non si vedono già negli scaffali dei supermercati), ed in presenza di  significativi fattori di rischio che spingono verso l’alto (crisi geopolitiche e conflitti in corso), pretendere che una Banca Centrale adotti una strategia espansiva appare fuori da ogni logica di ortodossia economica.   

Secondo questo schema interpretativo, le severe tutele monetarie della zona euro dovrebbero piegarsi e congelarsi ogniqualvolta un singolo Stato membro deliberi un piano di sgravi fiscali per macchinari o software (tipo appunto l’iperammortamento italico). 

Per i tecnocrati di Francoforte, già impegnati a calibrare le mosse dell’Eurozona tra fiammate geopolitiche ed instabilità globali, l’introduzione anche del calendario dei sussidi ministeriali italiani come variabile macroeconomica, rappresenterebbe un elemento di imprevedibilità del tutto ingestibile.  Io aggiungo al limite del demenziale.

Se la dialettica politica nostrana ci ha abituati a costanti lamentele e comunicati di fuoco contro ogni stretta monetaria da parte di esponenti governativi – gli stessi che nel recente passato contestavano qualunque  aumento dei tassi mentre l’inflazione galoppava verso la doppia cifra – l’uscita del Presidente di Confindustria desta maggiore sconcerto. 

Auspicare riduzioni dei tassi in piena pressione inflazionistica evoca, infatti, le ricette monetarie fallimentari già sperimentate dal peronismo argentino o nelle recenti politiche non ortodosse nella Turchia di Erdogan.  

Per non dire che sulla stessa linea si muove Donald Trump, che pretende che la Fed abbatta i tassi, e vedremo a breve se il Presidente fresco di nomina Kewin Warsh si allineerà ai diktat presidenziali o deciderà di fare i conti con dati e scenari che non giustificano certo allentamenti.

Ciò che mi stupisce ulteriormente è l’incoerenza rispetto alle posizioni espresse soltanto pochi giorni prima al vertice dei giovani imprenditori a Rapallo, dove Emanuele Orsini si era proclamato in perfetta sintonia con la linea prudente della Banca d’Italia e del Governatore Fabio Panetta. 

Peccato che quest’ultimo, in sede BCE, abbia votato convintamente a favore del rialzo, sancito da un consenso unanime e privo di alternative sul tavolo delle trattative.

Nelle sue recenti Considerazioni finali, lo stesso Governatore di Palazzo Koch aveva anticipato la necessità di calibrare la stretta monetaria proprio per disinnescare la miccia di un’inflazione strutturale, capace di radicarsi nelle aspettative di imprese e famiglie, e di innescare una pericolosa rincorsa tra prezzi e salari.

Se questa era la lettura della componente tradizionalmente più attenta alla crescita nel Board europeo, risulta difficile comprendere con quale tesi o teorie economiche Orsini si professi ora realmente allineato.

Ma, la butto là, forse l’unica vera spiegazione di questa presa di posizione va ricercata nell’idea di Europa  che la Confindustria nostrana ha via via mutuato della filosofia della nostra classe politica.  

Da un lato si contesta il rigore delle normative green (e fin qui ci sono ragioni da vendere), dall’altro si invoca la creazione di debito comune, e la neutralizzazione dei vincoli del Patto di Stabilità. 

Si profila così una visione delle Istituzioni comunitarie ridotte ad una sorta di erogatore automatico di risorse e flessibilità finalizzate all’ azzeramento dei freni di bilancio per aumentare l’indebitamento interno, all’emissione di debito comunitario per finanziare la politica industriale, e con tassi azzerati dalla Bce per amplificare l’effetto dei sussidi statali.

Non vi sembra  che si tratti dell’applicazione su scala continentale della medesima filosofia che ha alimentato la stagione italiana del Superbonus 110%, di cui l’Organizzazione degli industriali è stata, come l’intera classe politica, convinta sostenitrice? 

Esauriti i margini di manovra della finanza pubblica nazionale (avendo letteralmente finito i fondi interni), l’obiettivo si sposta ora sul bilancio europeo, chiedendo a Francoforte e Bruxelles di farsi carico, attraverso moneta facile e debito condiviso, di un modello strutturalmente dipendente dagli incentivi.

Questa inclinazione verso una deriva sudamericana che di fatto  ignora  i fondamentali macroeconomici, segnala a mio avviso la sempre maggiore diffusione di una cultura anti-sistema che non appartiene più soltanto a frange dell’elettorato populista, ma contagia anche settori della Rappresentanza produttiva. 

La pretesa di rilanciare la competitività del sistema Paese non attraverso riforme reali dello Stato, maggiore rigore nei conti,  ed incrementi di produttività, ma confidando nel presupposto che i partner europei finanzino indefinitamente i nostri ammortizzatori fiscali, rischia di produrre duri risvegli. 

Mi auguro che il tessuto produttivo italiano, composto da imprenditori abituati a confrontarsi quotidianamente con il mercato e la realtà,  alla fine dimostri sul campo di sapersi muoversi  programmando le proprie attività su binari di concreto realismo, assai distanti dalle suggestioni “assistenziali” invocate dai vertici confindustriali.

Umberto Baldo

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