4 Giugno 2026 - 12.33

L’addio di Pina Picierno ed il paradosso del PD a Trazione Schlein

Umberto Baldo

Ho scelto oggi di parlare di Pina Picierno, e della sua decisione di lasciare il PD, perché so già che molti a sinistra hanno tutto l’interesse a minimizzare o silenziare la notizia, per cui vedrete che fra qualche giorno non se ne parlerà più. 

La liquideranno come un fatto personale, un capriccio passeggero, un incidente di percorso isolato. 

Invece, credetemi, è un fatto politico enorme.

L’addio di Pina Picierno al Partito Democratico non è una scelta a cuor leggero, né l’esito di un calcolo tattico; è una lacerazione profonda, umana prima ancora che politica. 

Per comprendere il peso di questa decisione, bisogna guardare alla biografia di una donna cresciuta letteralmente dentro quelle mura: dai passi mossi da ragazzina come Segretaria dei Giovani della Margherita fino alla fase fondativa del PD nel 2007. 

Il Nazareno non era una semplice sede di partito, ma la “casa” in cui ha intrecciato legami umani profondi, e dove ha creduto nell’ambizioso amalgama di Walter Veltroni: unire le migliori tradizioni democratiche, socialiste e liberal-democratiche del Paese.

Oggi, nel giorno in cui viene resa nota la sua decisione di lasciare il partito, Picierno riconosce con amara lucidità che “quella casa non esiste più”. 

Il sogno del Lingotto si è spento, sostituito da un senso di estraneità insopportabile. 

La sofferenza della Vicepresidente del Parlamento Europeo si misura soprattutto nella scelta del silenzio e dell’isolamento subiti in questi anni dalla sua stessa comunità. 

Nel momento di massima esposizione personale, costretta a vivere sotto tutela a causa delle minacce e degli attacchi ibridi del regime di Putin, Picierno ha sperimentato il deserto attorno a sé. 

Dal gruppo dirigente nazionale non è arrivata solidarietà, ma un sistematico tentativo di “silenziarla”, negandole spazi mediatici e, cosa ancora più grave, tollerando o coordinando attacchi interni contro di lei.

Il nucleo centrale del ragionamento di Pina Picierno si trasforma in una radiografia nitida e impietosa di cosa sia diventato il PD sotto la guida di Elly Schlein: un soggetto politico irriconoscibile, che ha abdicato alla sua vocazione originaria per scivolare verso una deriva movimentista, identitaria e regressiva.

La critica si articola su tre direttrici fondamentali:

Il Ripiegamento Identitario ed il rifiuto della Complessità: Il riformismo, per sua natura, nasce per governare la realtà e misurarsi con le sue trasformazioni (guerra, intelligenza artificiale, transizione energetica). Il PD attuale ha fatto l’esatto contrario: ha smarrito la tensione verso il governo, preferendo la mera rappresentazione di una minoranza. Invece di costruire consenso parlando a chi la pensa diversamente, si è chiuso nella tutela della propria purezza identitaria (una sorta di “limpieza de sangre” che certifica l’ascendenza dai Centri Sociali e dal Mondo Antagonista)

La Contaminazione Grillina e il “Manierismo” Politico: Il vero limite del PD non è la forza numerica del Movimento 5 Stelle, ma l’influenza culturale che il populismo ha esercitato sui democratici. Il partito ha finito per assimilare il linguaggio ed i riflessi condizionati di Giuseppe Conte: una cultura politica fatta di veti, di “No” ideologici (Tav, Tap, inceneritori, nucleare) e di una costante riduzione della complessità a scontro morale. Invece di sfidare culturalmente l’antipolitica, la segreteria Schlein si è adattata ad essa. Come sottolinea con arguzia Picierno, “in politica, come nell’arte, il manierismo raramente produce innovazione”.

L’Ambiguità Internazionale e l’Ipocrisia sulla Politica Estera: Il punto di rottura più drammatico riguarda la postura internazionale. Di fronte alla più grave crisi di sicurezza europea dalla fine della Guerra Fredda, il PD ha trasformato il dibattito sulla Difesa comune e sul sostegno a Kyiv in una discussione interna di posizionamento. Picierno evidenzia una colpevole subalternità e una forma di cautela diplomatica verso il M5S, volta a non disturbare l’alleato strategico a spese della linearità atlantica, europea ed antifascista.

Il silenzio del Nazareno davanti al “fascismo putiniano” svela il volto più buio della nuova gestione: pur di preservare l’equilibrio del “campo largo”, si è preferito sacrificare la difesa attiva della frontiera di libertà che oggi è Kyiv, rifugiandosi in una retorica stanca ed in un pacifismo di facciata

La radiografia del PD della Schlein si conclude con l’analisi di una tara culturale profonda, che Picierno mi sembra  attribuire direttamente alle origini della Segreteria:  l’assetto ideologico della segreteria Schlein è assai carente, molto retorico, identitario e quindi conviene alla sua cerchia creare una nemica pubblica anziché sedersi a discutere. 

È tipico di certa cultura vetero comunista, diciamocelo. 

Viviamo in tempi in cui invece le differenze sono determinanti per costruire identità, casematte da cui escludere gli altri per essere certi della propria presunta superiorità morale. 

Pensare di contrastare la forza potentissima di Putin, Trump o Netanyahu recuperando pugni chiusi e bandiere del passato, rischia di essere quantomeno ingenuo.

Picierno chiude la porta al passato senza rancore ma senza nostalgie.

Non per fondare l’ennesimo “micro-partitino” di centro, ma per mettersi al servizio di un progetto politico largo, plurale e inclusivo. 

L’obiettivo è chiaro: ricomporre la diaspora dei milioni di elettori riformisti, socialisti, liberali e radicali rimasti orfani, costruendo un polo autonomo capace di spezzare la morsa dei populismi incrociati e di ridare all’Italia una visione europea forte, con la testa a Bruxelles e il cuore nelle città.

Per quanto mi riguarda è da anni che segnalo, non senza frustrazione, il movimentismo di Elly Schlein. 

È da anni che guardo l’evoluzione di questa leadership e mi chiedo, con crescente sconcerto, come facciano certe intelligenze, certe culture politiche strutturate, a respirare ancora dentro il Partito Democratico attuale. 

Come riescano a trovare l’ossigeno per restare.

Eppure, a ben vedere, il fil rouge che guida questo soffocamento esiste. 

E io non ho alcun timore nel riconoscere che il PD di Elly Schlein è indubbiamente diventato più identitario, più mobilitante, più immediatamente riconoscibile. 

Ma la spietata verità è che, proprio per questo, è diventato drammaticamente meno capace di contenere mondi diversi.

La mappa di questo scombussolamento  è sotto gli occhi di tutti. 

I cattolici democratici, fra un Gay pride e l’altro,  soffrono l’emarginazione. 

I pochi riformisti liberali scappano a gambe levate. 

Il sindacalismo partecipativo semplicemente non si riconosce più nei nuovi stilemi. 

I garantisti, sotto i colpi di un giustizialismo di ritorno, si sentono orfani. 

Una parte dell’ebraismo democratico (dimentichiamo Fiano?) si sente lasciata tragicamente sola di fronte a troppe ambiguità; e persino i pezzi di una sinistra non allineata al nuovo verbo faticano a trovare anche solo un metro quadro di spazio.

Il paradosso politico di questa segreteria è tanto evidente quanto letale. 

Schlein ha a suo tempo  vinto nei gazebo promettendo di riaprire il Partito alla società civile, di spalancare le finestre, ma nel frattempo il PD si è ristretto rispetto alla sua stessa storia. 

Si è rimpicciolito.

E intendiamoci: può  anche darsi che la sua sia una scelta deliberata, persino scientifica. Meno ambiguità, meno compromessi, meno lotte di correnti, più identità pura e dura (trovate grandi differenze con i Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni?). 

Ma io continuo a credere che un Partito che ha l’ambizione ed il dovere di governare una democrazia occidentale complessa non possa vivere di sola identità. 

Un grande Partito progressista deve saper parlare ai propri militanti senza spaventare gli elettori moderati; deve saper costruire coalizioni senza perdere per strada le competenze; deve saper combattere questa destra senza fare il suo gioco, ovvero senza regalarle tutti quegli italiani che non si sentiranno mai e poi mai a casa in una sinistra massimalista.

Le fuoriuscite dal Partito che abbiamo visto in questi mesi ed in questi anni, prese una per una, possono tranquillamente essere liquidate dal Nazareno con sufficienza come “piccoli incidenti di percorso” o “scelte personali”. 

Ma se le mettiamo in fila, se uniamo i puntini come in certi giochi enigmistici, diventano una fotografia d’assieme che non lascia scampo.

Questo non significa che Schlein abbia torto su tutta la linea, ma dimostra scientificamente che il suo PD sta pagando un prezzo altissimo e forse irreversibile: quello di essere più ideologicamente puro, sì, ma infinitamente meno largo; più militante, ma meno capiente; più fedele alla sua nuova anima movimentista, ma totalmente infedele alla promessa originaria, plurale e maggioritaria, del Partito Democratico nato al Lingotto.

Ecco perché la vera domanda che continuo a pormi, e che mi auguro tormenti chiunque abbia a cuore il futuro del riformismo in Italia, non è soltanto quanti altri  esponenti del PD decideranno di uscire  sbattendo la porta. 

La domanda vera è quanti, pur restando formalmente dentro per inerzia o per calcolo,  o nella speranza di una riconferma elettorale sempre più evanescente, si sentiranno ancora davvero dentro.

Umberto Baldo

Potrebbe interessarti anche:

L’addio di Pina Picierno ed il paradosso del PD a Trazione Schlein | TViWeb L’addio di Pina Picierno ed il paradosso del PD a Trazione Schlein | TViWeb

Testata Street Tg Autorizzazione: Tribunale Di Vicenza N. 1286 Del 24 Aprile 2013

Luca Faietti Direttore Fondatore ed Editoriale - Arrigo Abalti Fondatore - Direttore Commerciale e Sviluppo - Paolo Usinabia Direttore Responsabile

Copyright © 2026 Tviweb. All Rights Reserved | Tviweb S.R.L. P.Iva E C.F. 03816530244 - Sede Legale: Brendola - Via Monte Grappa, 10

Concessionaria pubblicità Rasotto Sas

Credits - Privacy Policy