9 Giugno 2026 - 9.33

Il tabù della successione e la retorica della patrimoniale: l’anomalia italiana

Umberto Baldo

Avete mai considerato che l’Italia è l’unico Paese dove chi lavora, guadagna e risparmia deve dare più giustificazioni di chi vive sulle sue spalle (e sono tanti)?

Capisco che questa affermazione possa stupire, ma sarà per la tradizione cattolica, sarà perché abbiamo avuto il Partito Comunista più grande d’Europa (la cui cultura ha lasciato profonde radici), fatto sta che sotto il sole italico la ricchezza è vista ancora come un peccato originale. 

O, peggio, come un furto. 

Non meraviglia, quindi, se periodicamente la sinistra rispolveri la “Patrimoniale” come fosse il Santo Graal in grado di sanare tutte le ingiustizie di questa terra.

Se la proposta arriva da leader come Fratoianni, espressione della gauche più radicale, ce ne facciamo una ragione. 

Diventa molto meno condivisibile quando viene accarezzata dalla Segretaria del PD, Elly Schlein, che dovrebbe guidare un partito della socialdemocrazia europea, e non un circolo di guevaristi arrabbiati. 

Ma la realtà, si sa, arriva sempre come una secchiata d’acqua gelida sui bollori rivoluzionari. 

Sono bastati pochi giorni per far capire alla pasionaria del Nazareno che quella parola, in Italia, è sinonimo di batosta elettorale. 

E così davanti alla platea dei giovani Industriali a Rapallo, la Schlein si è affrettata a dichiarare: “la patrimoniale non è tra le cose già condivise nel programma dell’alleanza progressista (non dice  “alleanza di sinistra” perché la definizione non piace a Giuseppe Conte, che sa bene che parte del suo elettorato  non è di sinistra).

Io non avevo dubbi che sarebbe finita così, come la classica boutade per “vedere l’effetto che fa”, da ritirare subito non appena si levano gli scudi. 

Tuttavia, sgombrato il campo dalla demagogia, resta un problema enorme. 

E per me  non si tratta di difendere i ricchi per principio preso, ma di guardare in faccia la realtà economica del nostro Paese.

Sgombrato il campo che la patrimoniale classica è quasi sempre una cattiva risposta: promette molto, incassa poco, spaventa i risparmiatori, e non corregge le storture, la domanda è: cosa si può fare?  

Serve aggiustare un sistema fiscale italiano che ha una grande, drammatica anomalia: quella di tassare moltissimo il lavoro “di oggi” e pochissimo i patrimoni accumulati “ieri”.

Per ragioni storiche e  di cattiva pratica politica (voto di scambio, privilegi concessi ad alcuni settori),  la classe dirigente  ha finito per concentrare il prelievo Irpef soprattutto su una categoria: il reddito da lavoro dipendente e da pensione sopra i 35milaeuro; mentre altre basi imponibili contribuiscono molto meno.

Al contrario, lo sbilanciamento sulle successioni è imbarazzante. 

In Italia, per l’eredità in linea diretta fino a un milione di euro non si paga nulla, e oltre la soglia l’aliquota è appena al 4%. 

Risultato? Lo Stato incassa meno di un miliardo all’anno da circa 60mila contribuenti. 

In Francia, il gettito delle successioni sfiora i 18 miliardi di euro (lo 0,6% del PIL), in Spagna i 3,4 miliardi. 

Guardate che non si tratta di una questione di invidia sociale o di giudizio morale, ma di pura logica economica: il nostro sistema premia l’eredità e punisce il merito di chi produce.

Questo squilibrio rischia di trasformare l’Italia in una “società ereditaria” bloccata. 

Negli ultimi trent’anni, come evidenziato da dati di Banca d’Italia, la quota di ricchezza in mano alle famiglie giovani è crollata, mentre quella degli over 65 è raddoppiata. 

I giovani affrontano stipendi stagnanti, precarietà e affitti alti; gli anziani hanno accumulato patrimoni immobiliari in tempi più felici. 

Nei prossimi anni assisteremo al più grande passaggio generazionale della storia: una massa enorme di ricchezza si concentrerà nelle mani di pochi figli, solitamente  già benestanti e più istruiti.

Come uscirne senza cedere ai riflessi condizionati della sinistra massimalista, che in questo caso qualche ragione ce l’ha? 

Riformando le cose con gli strumenti ordinari, riducendo la pressione fiscale complessiva che oggi è la più alta dai tempi del governo Monti.

Ad esempio, solo abbassando la franchigia sulle successioni a 700 mila euro (o alzando l’aliquota al 10%, mantenendo il milione attuale),  si calcola che lo Stato potrebbe ricavare circa 7 miliardi di euro.  Certo anche molto di più se ci si volesse allineare ad altri Paesi, calcando di più la mano!

Risorse però che non dovrebbero finire nel buco nero della spesa pubblica corrente ed improduttiva,  ma essere utilizzate per tagliare l’IRPEF  in particolare al cosiddetto sul ceto medio.  E con quelle entrate lo si potrebbe fare in modo consistente.

Bisogna evitare due errori opposti: proporre patrimoniali generali che terrorizzano i risparmiatori e fanno fuggire i capitali, o fare finta che il problema della concentrazione della ricchezza non esista. 

Il problema esiste, ma la risposta non è lo scontro ideologico. 

È rimettere al centro il lavoro, dando finalmente respiro a chi, in questo Paese, produce e fatica ogni giorno.

Intendiamoci: non sarà facile far digerire una riforma simile ad un elettorato abituato da sempre a considerare le eredità come una zona franca, intoccabile di fatto. 

Ma il valore di una classe dirigente si misura proprio qui: nella capacità di guardare avanti, di fare scelte coraggiose e di proporre soluzioni di lungo periodo.

A tirare a campare, dopotutto, sono capaci tutti.

Umberto Baldo

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