Il male oscuro che paralizza l’Inghilterra

Le dimissioni del Premier Keir Starmer rappresentano la prova provata che c’è qualcosa di profondamente enigmatico nella crisi politica britannica degli ultimi anni.
A prima vista potrebbe sembrare una normale alternanza di governi in difficoltà, Primi Ministri che si succedono a ritmo quasi italiano, Partiti che si lacerano al proprio interno, ed un elettorato sempre più volatile.
Ma fermarsi alle apparenze sarebbe un errore.
Per capire cosa sta accadendo davvero nel Regno Unito, secondo me bisogna andare “allo strucco”, come si dice dalle nostre parti.
Bisogna cioè arrivare al nocciolo della questione.
Ed il nocciolo della questione per me non è la Brexit; e non è nemmeno il collasso del National Health Service (Servizio Sanitario Pubblico), la crisi abitativa, od il sistema elettorale.
Questi sono sintomi; perché la malattia è più profonda.
L’Inghilterra soffre di una sorta di nostalgia istituzionale che le impedisce di guardare con lucidità alla propria condizione reale.
Per oltre due secoli il Regno Unito è stato letteralmente il “centro del mondo”.
Ha costruito il più vasto impero della storia moderna, ha dominato il commercio globale, la finanza internazionale e la politica mondiale.
Ha accumulato un patrimonio immenso di prestigio, competenze, istituzioni, ed influenza.
Ancora oggi Londra rimane una delle grandi capitali del pianeta, e l’inglese è diventato la “lingua del mondo”.
Ma il problema è che nessuna Nazione perde una simile posizione senza conseguenze psicologiche e culturali.
Da anni la politica britannica sembra oscillare tra ciò che il Paese pensa di essere, e ciò che realmente è diventato.
La Francia vive ancora nel mito napoleonico, la Russia in quello imperiale, e la Gran Bretagna continua a confrontarsi inconsciamente con l’ombra del proprio Impero.
Molti britannici continuano a percepire il loro Paese come una grande potenza globale autonoma, mentre la realtà economica e geopolitica li colloca ormai tra le medie potenze avanzate.
Non è un declino drammatico, è semplicemente la normalità; ma accettarlo è difficile.
La Brexit è stata forse l’espressione più evidente di questa contraddizione.
La promessa della “Global Britain” evocava un ritorno ad una sovranità piena, ad una capacità autonoma di orientare il proprio destino nel mondo.
Una narrazione potente, capace di mobilitare milioni di elettori; in fondo non molto diversa da quel “Make America Great Again” che ha ridefinito oltreoceano la politica di Donald Trump.
Ma una narrazione, per quanto suggestiva, non basta a creare crescita economica, investimenti, infrastrutture moderne o maggiore produttività.
E qui emerge il primo grande problema.
Dal 2008 la produttività britannica cresce a ritmi anemici, gli investimenti pubblici e privati sono insufficienti, le infrastrutture mostrano segni di invecchiamento, intere aree del Paese vivono una condizione di stagnazione economica che contrasta violentemente con il dinamismo della Capitale.
La sensazione è quella che coesistano due Inghilterre.
Da una parte la Londra, globale, cosmopolita e finanziaria che compete con New York e Singapore, dall’altra parte le Midlands, il Nord industriale e molte città costiere che faticano a ritrovare una propria identità economica dopo decenni di trasformazioni, e persino a competere con molte regioni dell’Europa continentale.
La Brexit, in fondo, è stata anche una rivolta della seconda Inghilterra contro la prima.
Ma la politica non è purtroppo riuscita a trasformare quella protesta in un progetto credibile di rilancio.
Anzi.
Negli ultimi anni ha progressivamente sostituito il tradizionale pragmatismo britannico con una continua guerra culturale fatta di slogan identitari, polemiche simboliche e battaglie ideologiche.
L’Inghilterra che inventò il metodo empirico sembra aver smesso di chiedersi una domanda fondamentale: “Funziona oppure no?”.
Nel frattempo il deterioramento dei servizi pubblici è diventato sempre più evidente.
Il National Health Service, considerato per generazioni quasi una religione civile nazionale, appare oggi sotto una pressione enorme; le liste d’attesa si allungano, il personale scarseggia, ed il sistema fatica a rispondere alle esigenze di una popolazione che invecchia.
La crisi della casa rende sempre più difficile per molti giovani costruire un futuro.
I trasporti pubblici e numerosi servizi locali mostrano problemi cronici.
Perfino alcune amministrazioni comunali hanno dovuto dichiarare sostanzialmente bancarotta.
Quando i cittadini vedono peggiorare la qualità della loro vita quotidiana, inevitabilmente cresce la sfiducia verso le istituzioni.
Ed è qui che si inserisce il terzo elemento della crisi.
Il sistema elettorale maggioritario britannico era stato progettato per garantire stabilità, governi forti ed alternanza chiara.
Oggi produce spesso l’effetto contrario.
Milioni di elettori si ritrovano sottorappresentati, mentre i grandi Partiti vengono spinti a inseguire le proprie componenti più radicali nel tentativo di preservare i collegi marginali.
La distanza tra il voto popolare e la composizione del Parlamento alimenta un crescente sentimento di estraneità e cinismo.
Cambiano i leader, cambiano gli slogan, cambiano le coalizioni interne ai Partiti, ma i problemi strutturali restano lì.
Forse, allora, il vero male oscuro dell’Inghilterra contemporanea è la crisi della sua classe dirigente.
Per secoli la forza britannica è stata la capacità di adattarsi ai cambiamenti della storia senza traumi rivoluzionari.
Era il Paese del pragmatismo, del compromesso intelligente, delle riforme graduali.
Oggi, invece, sembra prevalere una politica che preferisce raccontare il Paese piuttosto che governarlo, o forse raccontare un Paese che non esiste più.
Eppure la realtà è ostinata.
L’Inghilterra non è più la Nazione che governava mezzo mondo; ma non è nemmeno un Paese in declino irreversibile.
Rimane una grande democrazia, una potenza economica di primo piano, una società ricca di energie e talenti.
La sfida consiste nell’accettare ciò che è diventata, invece di inseguire ciò che era.
Riassumendo, secondo me il vero problema britannico non è la mancanza di risorse, né di competenze; è la difficoltà di guardarsi allo specchio senza vedere ancora riflessa l’ombra dell’Impero.
E forse il primo passo verso la guarigione consiste proprio in questo: smettere di rimpiangere il passato e tornare a costruire il futuro.
Perché le Nazioni, come gli individui, non possono vivere all’infinito dei ricordi dei tempi migliori.
Possono soltanto decidere cosa fare del tempo che resta loro davanti.














