Il grande disincanto di Tokyo e lo specchio italiano

C’è una notizia che arriva da Tokyo e che sembra lontanissima, ma che in realtà ci riguarda da vicino: la Banca Centrale giapponese ha alzato il tasso d’interesse di riferimento all’1%.
Non succedeva da trent’anni. Detto così, sembra un tecnicismo per addetti ai lavori.
Invece è la fine di un’illusione: per tre decenni il Giappone ha vissuto sotto anestesia, convinto che per far correre un’economia stanca bastasse stampare moneta ed azzerare il costo del denaro.
Quel grande esperimento è fallito, ed il ritorno alla normalità ci dice che la festa è finita.
Per capire come siamo arrivati a questo punto, bisogna fare un salto indietro nel tempo.
Negli anni Ottanta il Giappone sembrava invincibile: le aziende compravano grattacieli a New York, le borse volavano, gli immobili correvano, il credito era abbondante. e le Banche con gli occhi a mandorla prestavano soldi a chiunque.
Poi la bolla è scoppiata.
Il valore degli immobili e delle azioni crollò, le Banche si ritrovarono piene di crediti deteriorati, i cittadini iniziarono a risparmiare invece di spendere, le aziende smisero di rischiare; così da un giorno all’altro, famiglie e imprese si sono ritrovate piene di debiti ed hanno smesso di spendere e rischiare.
In realtà non fu un crollo violento, tipo quello del 1929, ma l’inizio di una lunga stagnazione, che per la gente comune significa una cosa sola: stipendi bloccati, consumi al lumicino ed un futuro congelato.
Allora la risposta dello Stato è stata massiccia: fiumi di denaro pubblico pompati nel sistema e tassi azzerati per convincere la gente a spendere, controllo della curva dei rendimenti, ed alla fine addirittura tassi negativi.
Ovviamente poiché nulla si crea dal nulla, tutto ciò comportò un aumento della spesa pubblica, e di conseguenza del debito dello Stato (attualmente al 236% del Pil).
Nonostante tutti questi sforzi il motore non ripartiva.
E siamo quindi arrivati al punto centrale: i soldi facili possono comprare tempo, ma non creano la produttività.
La Banca centrale può darti l’ossigeno per non farti affogare, ma non può obbligare un’azienda ad inventare un prodotto nuovo, a modernizzarsi o ad aumentare gli stipendi dei dipendenti.
A peggiorare le cose, in Giappone ci ha pensato la demografia: una popolazione che invecchia a ritmi record ed una forza lavoro che si rimpicciolisce anno dopo anno sono ostacoli che nessuna stampante di banconote può aggirare.
Se mancano i giovani, mancano i consumi, manca la propensione al rischio, ed il futuro si rimpicciolisce.
Se manca la fiducia e la voglia di investire sul futuro, la liquidità resta ferma nei conti correnti come acqua stagnante.
Ecco perché quel costo del denaro all’1%, che il Giappone non vedeva dal 1995, è molto di più di una notizia di economia; è la certificazione che il Paese ha messo la parola “fine” sulla stagnazione eterna.
E la morale che se ne può trarre la seguente: si possono iniettare quantità enormi di denaro nell’economia, ma se la produttività resta debole, la crescita resta debole.
Tutto questo scenario vi ricorda qualcosa?
Anche noi da un quarto di secolo soffriamo della stessa malattia: crescita anemica, salari reali al palo, culle vuote, produttività quasi ferma, debito pubblico elevato, investimenti insufficienti, pubblica amministrazione elefantiaca, imprese spesso troppo piccole per competere davvero sui mercati globali.
Anche da noi, per decennni, una classe politica incapace ed ignorante ha pensato che bastasse sostenere in qualche modo la domanda, aumentando la spesa, iniettando masse di denaro pubblico attraverso la distribuzione di bonus a pioggia, la protezione di certi settori, l’eterno rinvio delle profonde riforme di cui ha bisogno il Paese.
Per di più, per anni i nostri Demostene si sono illusi che i tassi bassi e lo scudo protettivo dell’Europa (tipo il Quantitative Easing) potessero bastare a tenerci a galla, usandoli come una stampella permanente, lo ripeto, per non fare le riforme e iniettare un po’ di concorrenza nel sistema.
In definitiva, possiamo girarci attorno e raccontarci tutte le balle che vogliamo, ma due sono le parole chiave per poter invertire la rotta e dare un futuro all’Italia: riforme e produttività.
Il caso Giappone ci lascia una lezione brutale ma necessaria: nessun gioco di prestigio della finanza può sostituire il lavoro vero, l’innovazione ed il coraggio di investire.
Quando l’anestesia finisce (e parliamo degli “schei” ovviamente), i nodi strutturali tornano inevitabilmente al pettine.
E la realtà, purtroppo, non fa sconti.
Umberto Baldo














