Il fastidio del coraggio. Se l’Italia della politica preferiva lo zio Vladimir

Machiavellus
Ha già scritto che c’è un filo invisibile, ma robustissimo, che lega il pragmatismo cinico del nostro Rinascimento alle giravolte della politica estera dei giorni nostri.
È quel riflesso condizionato, quasi genetico, riassunto nel celebre motto guicciardiniano del “Franza o Spagna, purché se magna”.
Un vizio assurdo che oggi, di fronte alle faglie geopolitiche che scuotono il mondo, torna a manifestarsi in tutta la sua imbarazzante attualità attraverso i continui ondeggiamenti e le calcolate ambiguità di molti Partiti italiani nei confronti della Russia.
Guardando l’emiciclo del nostro Parlamento, si assiste ad un singolare gioco delle parti, un tiro alla fune tutto domestico giocato sulla pelle della nostra credibilità internazionale.
Da un lato, nel centro-destra, c’è una Lega che – stretta tra il calo dei consensi, l’incalzare di Vannacci, e gli umori di un certo Nord produttivo penalizzato dalle sanzioni – non perde occasione per frenare sull’assistenza all’Ucraina, finendo per condizionare e logorare la linea rigidamente atlantista di Fratelli d’Italia.
Dall’altro lato, a sinistra, si consuma lo stesso psicodramma: un Movimento 5 Stelle che ha issato la bandiera di un pacifismo radicale e di stampo isolazionista per logorare il Partito Democratico, costringendo Elly Schlein a funambolici equilibrismi per non farsi scavalcare e per tenere in piedi l’utopia del “campo largo”.
C’è, in questo posizionamento, un retropensiero ancora più inconfessabile e meschino che sembra attraversare trasversalmente i nostri palazzi della politica: il sottile, quasi infastidito stupore per il fatto che l’Ucraina non sia crollata in tre giorni.
Ammettiamolo, per certa politica nostrana sarebbe stato tutto molto più semplice se Kiev fosse caduta subito.
Sotto sotto, si sarebbe preferito assistere alla sfilata dell’Armata Rossa per le vie della capitale ucraina, versare qualche lacrima di coccodrillo in favore di telecamera, e poi rimettersi comodamente a fare affari.
Magari sognando già le prossime vacanze sul Mar Nero, cullati dall’ala protettrice e rassicurante dello “Zio Vladimir”.
Invece, l’eroica resistenza di un popolo che si batte da pari a pari contro il gigante russo ha rotto le uova nel paniere del nostro quietismo.
Anzi, c’è persino un pizzico di stizza nel vedere come l’ingegno e la tecnologia “fatta in casa” dagli ucraini stiano mettendo in crisi i blasonati apparati di Mosca.
Questo coraggio disturba la nostra pigrizia; questa dignità mette a nudo la nostra vigliaccheria.
Ed è lo stesso fastidio che si percepisce quando si parla dell’eventuale ingresso dell’Ucraina nell’Unione Europea.
Anziché coglierne la portata storica e strategica, i nostri partiti iniziano subito a fare i piccoli calcoli di bottega: quanti fondi comunitari in meno arriveranno alle nostre regioni?
Quanto peserà la concorrenza del loro grano?
È la riduzione della grande storia ad un bilancio condominiale, la dimostrazione plastica di una leadership che non sa guardare oltre la punta delle proprie scarpe.
Ma ridursi a spiegare questo fenomeno come un semplice teatrino di tatticismi elettorali sarebbe superficiale.
La verità è più profonda e, se vogliamo, molto più amara.
Questo perenne oscillare non è cinica strategia: è il sintomo di una subalternità culturale profonda, la spia di un’atavica incapacità del nostro Paese di pensarsi come un attore maturo, sovrano e responsabile sullo scacchiere globale.
È l’eredità psicologica di un popolo che per secoli è stato terra di conquista, abituato a sopravvivere cercando la protezione del potente di turno, anziché costruendo una propria postura geopolitica.
Ed è così che nasce la sindrome tutta italiana del “doppio forno”:
l’illusione di poter stare comodamente seduti sotto l’ombrello protettivo della NATO e dell’Europa, e contemporaneamente strizzare l’occhio a Mosca o a Pechino se c’è da raccogliere qualche vantaggio commerciale immediato, o qualche fornitura di gas a buon mercato.
Non è diplomazia parallela; è il rifiuto di assumersi i costi, anche dolorosi, che le grandi scelte storiche comportano.
A questo opportunismo economico si salda poi una cronica fascinazione per l’uomo forte che arriva dall’esterno.
Laddove le istituzioni democratiche appaiono lente e affaticate, una parte della nostra classe politica e dell’opinione pubblica cede al fascino del decisionismo autoritario.
Ieri si guardava a Mosca o a Washington con fede quasi religiosa; oggi si scambia l’autocrazia russa per il baluardo dei “valori tradizionali”, dimenticando che un Paese serio non ha bisogno di cercare padri nobili (o padroni) altrove per definire la propria identità.
Il vero dramma dell’Italia è che la politica estera non è mai considerata un terreno di alto e condiviso “interesse nazionale” – come avviene in Francia o nel Regno Unito, dove i cambi di governo non scuotono le fondamenta delle alleanze strategiche – ma viene ridotta ad una clava da usare nella rissa quotidiana dei talk show.
Finché continueremo a usare i grandi drammi internazionali per lucrare mezzo punto percentuale nei sondaggi, finché confonderemo l’affidabilità con il servilismo e l’opportunismo con la furbizia, rimarremo agli occhi del mondo quello che siamo sempre stati: un alleato a metà.
Un partner da guardare con simpatia per il nostro stile di vita, ma di cui diffidare quando il gioco si fa duro, e c’è da tenere la schiena dritta.
La storia corre veloce, e il tempo delle ambiguità da cortile è scaduto da un pezzo.
Machiavellus













