Estate 2026. Turismo tra Geopolitica e Desiderio

Umberto Baldo
La Pasqua per gli italiani è molto più di una festività religiosa; è una sorta di spartiacque psicologico.
Con la fine dell’inverno e l’arrivo dei primi tepori primaverili, scatta un riflesso incondizionato: la programmazione delle vacanze estive.
I ponti del 1° maggio e del 2 giugno, quando il calendario è benevolo, offrono l’anticipo ideale, ma il vero obiettivo resta la pausa di luglio/agosto.
Perché a noi italiani puoi togliere tante cose, ma non le ferie sotto il solleone.
E’ in questa fase che nelle case si consuma il rito della ricerca: si sfogliano pagine e pagine di portali turistici, e si discute animatamente sulle mete dell’agognata vacanza.
La razionalità vorrebbe una prenotazione con largo anticipo per garantirsi risparmi inarrivabili rispetto all’ultimo minuto, ma quest’anno il processo decisionale è più complesso del previsto.
Mare, montagna, lago o campagna? Italia o estero? Europa o luoghi esotici?
La scelta deve fare i conti con elementi di disturbo che si intromettono prepotentemente a rovinare la festa.
Quest’anno, lo spettro che aleggia sui cataloghi è quello del conflitto in Medio Oriente e nel Golfo, con tutto quel che comporta in termini di rischi e disagi.
Lo scenario internazionale non è dei più tranquillizzanti e, inevitabilmente, la geopolitica ridisegna le rotte turistiche globali.
Ci si chiede: che fare?
Aspettare che figure come Trump, gli Ayatollah e Netanyahu arrivino a più miti consigli?
Se si resta alla finestra in attesa della pace perpetua, il rischio reale è quello di restare a casa.
D’altro canto, “gettare il cuore oltre l’ostacolo”, e partire contando sulla protezione di una polizza assicurativa è una soluzione che non mette al riparo da tutto.
Il timore non è solo economico: è il rischio concreto di trovarsi, come accaduto di recente, segregati in qualche aeroporto internazionale, o confinati in un’isola remota ad invocare l’invio di voli di Stato per tornare a casa.
A questo si aggiunge l’incertezza energetica: il caro-carburante non solo fa lievitare i costi, ma minaccia la regolarità dei trasporti, spingendo molti a temporeggiare per il timore di cancellazioni improvvise.
Questa instabilità sta creando un nuovo disegno sulla mappa del mondo.
Mete storiche come l’Egitto o la Grecia, pur non essendo direttamente coinvolte, pagano lo scotto della vicinanza ai conflitti.
Ancora più critico è il ridimensionamento delle rotte via Golfo: destinazioni da sogno come Thailandia, Maldive, Mauritius e Seychelles, collegate attraverso i grandi hub degli Emirati, vengono ora percepite come difficili o rischiose.
A tal proposito assistiamo ad un paradosso economico: per compensare il calo della domanda, le strutture alberghiere alle Maldive hanno abbassato drasticamente le tariffe. Risultato?
Volare costa molto di più, ma soggiornare nel lusso costa molto meno.
Eppure, nonostante i saldi, molti viaggiatori preferiscono guardare altrove.
Ma verso dove?
Ridotto l’interesse verso l’Est ed il Nord Africa, la bussola punta con decisione ad Ovest e a Sud.
I primi dati che filtrano dagli operatori mostrano che i Caraibi e diverse destinazioni del Sudamerica sarebbero i veri beneficiari di questa dinamica.
Parallelamente, cresce l’interesse per l’Africa Orientale — Kenya, Tanzania e Madagascar — mete percepite come una bolla di relativa serenità rispetto alle tensioni del quadrante mediorientale.
In estrema sintesi la sicurezza è diventata il primo criterio di scelta per il 55,8% dei turisti, superando la flessibilità, e spesso persino il fattore prezzo.
Ma quali sono, allora, i luoghi considerati davvero sicuri?
La risposta è facile: la vecchia Europa.
Italia, Francia e Spagna registrano infatti un forte aumento delle richieste, sia per le città d’arte che per il turismo balneare.
Penso che le nostre località nazionali, in particolare, saranno investite da una domanda massiccia: nel bene e nel mare, restiamo accoglienti e sicuri.
Eppure, proprio qui si annida il “tormentone” che rischia di guastare il clima: quello dei costi di lettino, ombrellone e caffè in spiaggia.
Ricordate l’anno scorso?
L’estate 2025 è stata un vero banco di prova per i nervi ed i portafogli degli italiani.
Soprannominata dai media l’estate del “caro-ombrellone”, perché si è scatenato un delirio di polemiche tra social e talk show.
Il calo delle presenze negli stabilimenti, stimato tra il 20% ed il 30%, è stato il segnale di un sistema in affanno: lidi semivuoti nei giorni infrasettimanali, e prezzi alle stelle giustificati dai gestori con l’inflazione, ma denunciati dal Codacons con rincari medi del 32% rispetto al 2019.
La “vacanza media” è diventata un lusso, costringendo molti a soggiorni più brevi, ed alla ricerca spasmodica dell’ultima spiaggia libera rimasta.
Chissà se la paura di andare all’estero quest’anno basterà a spegnere le polemiche che ci hanno accompagnato la scorsa estate?
Permettetemi di dubitarne: la crisi bellica attuale quasi certamente innescherà una nuova fiammata inflattiva che si scaricherà inevitabilmente sui prezzi, e quindi sulle tasche dei vacanzieri.
Concludendo, è il segno dei tempi: viaggiare non è più solo un desiderio di evasione, ma un esercizio di equilibrismo tra geopolitica e portafoglio.
Forse, nell’incertezza di un mondo che cambia rotta ogni giorno, la vera vacanza non è più andare lontano, ma andare dove ci si sente, finalmente, al sicuro.
Umberto Baldo










