Messina, Orcel, e l’ “articolo quinto”

Umberto Baldo
C’è una domanda, apparentemente fuori contesto, ma in realtà cruciale, che mi ronza in testa osservando l’attuale frenetico risiko bancario italiano: ma alla fin fine, c’è poi così tanta differenza fra la politica e gli affari?
O, per dirla meglio: le caratteristiche di un grande politico sono le stesse di un grande banchiere?
Di primo acchito potrebbe sembrare una provocazione retorica.
Eppure, proviamo a grattare la superficie.
Cosa differenzia un “politico di razza” da un banale “politicante”, buono solo per alzare la mano a comando in Parlamento?
La risposta è semplice: la visione.
Un politico vero è colui che riesce a guardare ed a vedere il domani; il politicante ha lo sguardo mestamente ripiegato sulle prossime elezioni.
È la differenza che passava tra Winston Churchill – che sotto le bombe naziste vedeva già la vittoria – e coloro che, terrorizzati dal presente, imploravano un umiliante accordo con Hitler.
Per come la vedo io, nel mondo degli affari e dell’alta finanza la genetica del comando è identica.
Senza le visioni profetiche di Steve Jobs, oggi non avremmo in tasca uno smartphone.
Allo stesso modo, i grandi Banchieri non sono semplici contabili con la cravatta buona: sono figure capaci di vedere equilibri geopolitici e finanziari ancora di là da venire.
Prendiamo il caso di cui di dibatte in questi giorni: quello del Monte dei Paschi di Siena.
Non serve che mi soffermi troppo sui dettagli dell’Opas da 30 miliardi lanciata da Intesa Sanpaolo ed Unipol.
Quella partita, piaccia o meno ai senesi o all’Amministratore delegato Lovaglio, a mio modesto avviso, è virtualmente chiusa.
Il motivo è brutale ma pragmatico: quando un gigante ti mette sul tavolo oltre 30 miliardi cash, o hai la forza di rilanciare a 35, oppure abbozzi.
Ci si può incazzare, ci si può appellare alla storia, alle radici senesi ed alle tradizioni secolari, ma più in là non si va.
È il famoso “articolo quinto” di Cucciana memoria: chi ha i soldi in mano ha vinto.
Ma la vera politica-finanziaria di razza – quella che cambia i destini economici di una nazione – adesso la si vede muovendo lo sguardo oltre Siena, verso Trieste.
La notizia bomba lanciata dal principale quotidiano economico italiano, e rilanciata dalle Agenzie, è di quelle che ridisegnano le mappe: Andrea Orcel, il timoniere di Unicredit, avrebbe tentato la mossa del cavallo su Assicurazioni Generali, offrendo alla holding Delfin (la cassaforte dei Del Vecchio) uno scambio azionario per rilevare il loro 10% del Leone.
L’operazione sulla carta sarebbe dirompente; ai valori di mercato attuali si tradurrebbe in circa il 5% del capitale di Unicredit in cambio del pacchetto Generali.
Per Andrea Orcel il risultato sarebbe rilevante: la partecipazione di Unicredit in Generali si assesterebbe a ridosso della soglia del 20%, trasformandola in uno degli azionisti dominanti della compagnia triestina.
Delfin, invece, diventerebbe il primo azionista della stessa Unicredit con una quota vicina all’8%.
Certo, pare che Delfin per ora avrebbe risposto “no grazie” (i Del Vecchio sarebbero al momento interessati più alla liquidità che ad ulteriori pacchetti azionari), ma il segnale politico-finanziario è stato lanciato.
Ed è un segnale di una lungimiranza straordinaria.
Perché sappiamo tutti che Generali non è una semplice compagnia di assicurazioni.
Con oltre 40 miliardi di Btp in portafoglio ed il controllo del risparmio degli italiani, Generali è il cuore pulsante del capitalismo tricolore.
In altre parole chi controlla Generali, controlla la stabilità finanziaria del Paese.
Spero vi siate resi conto che a questo livello la finanza diventa alta politica.
L’attivismo di Orcel su Trieste non è un semplice dispetto a Carlo Messina (Intesa).
Al contrario, nel gergo romano dei corridoi finanziari, sta prendendo corpo il cosiddetto “patto della cacio e pepe”, prendendo spunto dal fatto che sia Carlo Messina che Andrea Orcel sono “romani de Roma”.
E qual’ è la grande idea della “cacio e pepe”?
Una strategia in cui nessuno comanda da solo, tutti sono presenti, ed i pesi si bilanciano reciprocamente.
Una Generali presidiata da due soci forti (Intesa ed Unicredit a specchio), con la benedizione di Delfin, toglierebbe le castagne dal fuoco a tutti.
Darebbe vita ad una fortezza inattaccabile dagli appetiti stranieri, senza che nessuno debba consolidare il rischio nei propri bilanci.
In fondo, una parte del mercato ritiene da tempo possibile questa forma di coabitazione tra i due grandi gruppi bancari attorno a Generali.
Lo confermano le stesse dichiarazioni di Carlo Messina: ciò che interessa a Intesa non è una faticosa e politicamente complessa scalata assicurativa, ma il solido contributo economico e patrimoniale che il Leone può garantire.
È la realpolitik finanziaria al suo meglio: massima resa col minimo rischio di rigetto da parte delle Authority.
A ben rifletterci questo scenario di coabitazione conviene a tutti, in primis a mio avviso ad Intesa Sanpaolo.
Ecco perché:
Il bando dell’Ivass: L’autorità di vigilanza sulle Assicurazioni, per bocca del presidente Paolo Angelini, ha già avvertito che i presupposti prudenziali verranno esaminati col lentino.
Il nodo della concorrenza: Intesa, tramite l’operazione Mps, si troverà a controllare Mediobanca (e quindi il 13,2% di Generali). Ma Intesa ha già la sua Intesa Vita. Diventare il padrone assoluto del suo principale concorrente (Generali) aprirebbe un caso gigantesco di Antitrust e Vigilanza.
E la politica romana, quella dei palazzi governativi?
Giorgia Meloni si schermisce, dichiara a margine del G7 che il governo “non ha alcun ruolo“ e guarda con distacco le dinamiche di mercato.
Ma credetemi che si tratta di un “finto disinteresse diplomatico”.
Il dossier Assicurazioni Generali era, è, e resterà eminentemente politico.
Da un lato c’è la necessità di blindare l’”italianità” degli asset rispetto alle mire straniere (si veda il Banco BPM spinto dall’Agricole), dall’altro c’è la scaltrezza geopolitica di Orcel.
Il Ceo di Unicredit sta giocando una partita difficilissima in Germania su Commerzbank, scontrandosi con i nazionalismi di Berlino.
Comprare pezzi di Generali e stringere patti di ferro in Italia serve ad Orcel per diversificare il rischio politico tedesco: se la partita a Francoforte si fa troppo dura, Unicredit riafferma la sua centralità indiscussa nel sistema Italia.
E credetemi che, qualora Messina ed Orcel trovassero la quadra sulle Generali (Delfin permettendo) a quel punto a Roma riscoprirebbero l’”italianità” di Unicredit, negata al tempo della Golden Power sull’operazione Banco Bpm.
Torniamo allora alla domanda iniziale: c’è differenza tra politica e affari?
No, quando si parla di livelli così alti.
Il politicante aspetta il voto di domani, il banchiere mediocre guarda il bilancio del trimestre.
Ma il politico di razza ed il grande banchiere guardano lo scacchiere a dieci anni.
La mossa di Unicredit su Generali, incastrata perfettamente nell’asse Intesa-Mps, dimostra che la finanza italiana sta provando a scrivere il proprio futuro prima che qualcuno da fuori decida di scriverlo al posto suo.
E lo fa applicando l’unica vera legge che la politica e gli affari condividono da sempre: creare un equilibrio di potere così solido da rendersi indispensabili.
Umberto Baldo













