1 Giugno 2026 - 11.28

L’italiano medio e il miracolo di sapere tutto senza aver mai aperto un libro

L’italiano medio e il peso insostenibile della propria cultura. (Ovvero: come sapere tutto senza aver mai imparato niente)

Di Alessandro Cammarano

Esiste una figura mitologica che percorre i salotti, i bar, i social network e le tavolate di questo paese con la sicurezza implacabile di chi non ha mai avuto un dubbio in vita sua. Non è un intellettuale — ci mancherebbe, quello è un termine sospetto, quasi un insulto. È qualcosa di più raro e prezioso: è l’Italiano Medio Colto, ovvero uno che non ha letto niente ma sa tutto, non ha visto niente ma giudica tutto, non ha mai messo il naso fuori dalla propria provincia ma è pronto a spiegare il mondo intero con la competenza silenziosa di un oracolo in pantofole.

Quello che segue è un breve catalogo — necessariamente incompleto — delle sue specialità.

L’arte

“L’arte? Noi italiani ce l’abbiamo nel sangue.”

Magnifico. Straordinario. E come si manifesta, questo sangue arterioso e rinascimentale? In genere con una visita al Colosseo fatta alle medie, in gita scolastica, con la professoressa che urlava dietro a Mirko che aveva tirato una bottiglietta. Da allora, l’Arte è un argomento su cui l’Italiano Medio si esprime con l’autorevolezza di un soprintendente, pur non essendo mai entrato in un museo volontariamente, pur non avendo mai aperto un catalogo, pur confondendo stabilmente il Mantegna con il Caravaggio e Caravaggio con “quello dei chiaroscuri, sai, quello lì”. Ma siccome è nato a settanta chilometri da Firenze — o da Roma, o da Venezia, la geografia varia ma il meccanismo è identico — ritiene di aver assorbito per osmosi geografica quello che altri hanno studiato per decenni. È come se un francese sostenesse di saper cucinare perché è nato in un paese con un McDonald’s.

La cucina

“La nostra cucina è la migliore del mondo. Punto.”

E fin qui, volendo essere generosi, si potrebbe anche soprassedere. Il problema è il passaggio successivo, quello che trasforma un’opinione legittima in un atto di fede tribale impermeabile a qualsiasi evidenza. L’Italiano Medio difende la cucina italiana con il furore di un martire, poi va a fare la spesa all’hard discount, compra la pasta da novantanove centesimi al chilo, il parmigiano “tipo grana” in busta sottovuoto, il pomodoro in scatola che sa vagamente di ruggine, e cucina tutto insieme con la soddisfazione di chi ha appena eseguito una ricetta di Escoffier. Il ragù lo fa con la carne macinata mista comprata in offerta, lo lascia sul fuoco venti minuti, e poi lo serve agli ospiti spiegando che “il segreto è il soffritto, bisogna avere pazienza.” La pazienza. Venti minuti. Capolavoro.

Il vino

“Il vino italiano è il migliore del mondo. I francesi ci copiano.”

L’Italiano Medio beve vino in brick. Non è una critica al vino da cinquanta centesimi al litro, ci mancherebbe: è una bevanda onesta per quello che costa. La critica è che beve roba da poco e contemporaneamente si erge a difensore della viticoltura italiana contro le incursioni dei Bordeaux, come se stesse proteggendo un patrimonio che conosce da dentro. Sa distinguere un Barolo da un Brunello? No. Sa cosa significa “tannino”? Vagamente, è “quella cosa aspra”. Ha mai visitato una cantina? Sì, una volta, in gita aziendale, e ha soprattutto mangiato il salame. Ma sulla superiorità del vino italiano non transige: è una questione di principio, e i principi, si sa, non richiedono conoscenze specifiche.

La letteratura

“Dante, Leopardi, Manzoni — mica scemi.”

No, infatti. Ma Dante, Leopardi e Manzoni li ha letti? “Alle superiori.” I Promessi sposi interi? Silenzio, poi: “Beh, qualche capitolo, poi è lunga.” Leopardi? “L’infinito la so.” Tutta? “Sì, quella dell’orizzonte.” Dante? “L’Inferno, i primi canti.” Quelli che ha fatto la professoressa, insomma. Da allora, la letteratura italiana vive in una bolla fuori dal tempo, un pantheon intoccabile di geni morti che giustifica l’assenza totale di lettura nel presente. I romanzi contemporanei italiani non li legge perché “non scrivono più come una volta.” Quelli stranieri non li legge perché “preferisco l’italiano.” In pratica, non legge. Ma ha Dante nel sangue, e questo, evidentemente, basta.

La musica classica

“Verdi, Puccini — roba nostra. Il melodramma l’abbiamo inventato noi.”

Verissimo, per inciso. Peccato che l’ultima volta che l’Italiano Medio abbia sentito Verdi dal vivo fosse a Natale, in televisione, perché davano il Concerto dell’Anno Nuovo — che è viennese, ma lasciamo perdere. L’opera, nella sua esperienza concreta, è una cosa che esiste in astratto, come la Costituzione o il rispetto dei turni allo stop: la si evoca con orgoglio, non la si pratica. Andare a teatro costa, è vero. Ma soprattutto annoia, e richiede di stare seduti in silenzio per quattro ore senza guardare il telefono, il che per l’Italiano Medio è equiparabile a una forma di tortura medioevale. Però Pavarotti, quello sì. Nessun Night I’ll forget. Anzi: no, aspetta — Nessun dorma. Uguale.

Il cinema

“Il cinema italiano non lo fa più nessuno come una volta. Fellini, Visconti, De Sica.”

Sacrosanto. Dopodiché, l’Italiano Medio non è andato al cinema a vedere un film italiano dagli anni di Quo Vado? — e anche lì, aveva i popcorn e guardava il telefono durante i dialoghi. Fellini lo ha visto? No, Fellini è “lento”. Visconti? “Troppo lungo, poi non si capisce.” De Sica? “Ah, Ladri di biciclette, quello lo conosco” — e lo conosce nel senso che sa che esiste, che è in bianco e nero, e che c’è una bicicletta. Trama, contesto storico, regia, fotografia: tutto ciò che si trova esattamente nel documentario di RaiStoria andato in onda tre volte e mai visto. Ma il cinema italiano è morto, questo è certo. E la colpa è “dei produttori”. O “dei giovani”. O “dei critici”. L’Italiano Medio non è mai colpevole: è sempre il pubblico degli altri.

I documentari

Non li guarda. Questo non è un giudizio: è un dato strutturale. Il documentario è “pesante”, è “deprimente”, è “roba da intellettuali” — eccolo di nuovo, quell’insulto. L’Italiano Medio si informa guardando i talk show alle undici di sera, dove quattro persone urlano contemporaneamente su argomenti che nessuno dei quattro conosce, in un formato che ha lo stesso rapporto con l’informazione che il Cicchetto di bellezza ha con la dermatologia. Poi il giorno dopo ha un’opinione formata, solida, inamovibile su immigrazione, economia, politica estera, cambiamento climatico e riforma del catasto. Un’opinione che guarda caso coincide perfettamente con quella dell’ultimo che ha urlato più forte.

I viaggi

“Ho girato tutta Italia, io.”

Ha girato la Toscana in agosto, ha visto il mare in Puglia, è stato a Roma due volte — una per lavoro, una per un matrimonio — e una estate ha spinto fino a Bolzano perché “voleva vedere le montagne”. Questo, nella sua cosmogonia personale, equivale a essere un viaggiatore. L’estero è una categoria che esiste ma genera diffidenza: “Si mangia male”, sentenzia, lui che ha mangiato male anche a Napoli perché ha scelto la pizzeria con la foto plastificata sul menù. Se spinto, ammetterà di essere stato a Barcellona — “Bellissima, ma sporca” — e a Parigi — “Bella, ma i francesi sono antipatici e ci trattano male perché non parliamo francese”, il che è una critica sorprendente da parte di qualcuno che in trent’anni non ha mai aperto un libro di lingua straniera. Lingue, del resto, che “non servono”: “Parlano tutti inglese.” Lui, però, non parla inglese.

La storia

“Noi abbiamo avuto l’Impero romano. Prima che esistesse il resto del mondo, c’eravamo già noi.”

Giusto, tecnicamente, se si sorvola sul fatto che la parola “noi” in relazione all’Impero romano è una di quelle licenze storiche che farebbero impallidire qualsiasi storico. L’Italiano Medio è discendente spirituale di Cesare nello stesso modo in cui un abitante dell’Inghilterra contemporanea è discendente dei Vichinghi: cioè, non lo è affatto, ma ci tiene lo stesso. La storia concreta — quella con le date, i contesti, le cause, gli effetti — non è esattamente il suo forte. Sa che c’era Giulio Cesare, che è morto il 15 marzo, che c’entrano i pugnali. Sa che c’era Mussolini, e su quello preferisce non approfondire perché “ha anche fatto cose buone”; le solite, mitologiche, vaghe, mai specificate cose buone che ogni dittatore sembra aver fatto nell’immaginario collettivo. Sa che c’era la guerra, che è finita male. Il resto è “roba del passato.”

Il design e la moda

“Il design? L’abbiamo inventato noi. La moda? Tutta roba nostra.”

Verissimo, in larga parte. E l’Italiano Medio lo rivendica indossando una felpa comprata in all’area di sosta in autostrada, seduto su un divano di provenienza imprecisata, in un appartamento arredato con mobili da grande distribuzione svedese. Il bello è questo: la rivendicazione dell’eccellenza italiana nel design è tanto più accorata quanto più è distante dall’esperienza vissuta di chi la fa. Il made in Italy è un’identità, non una pratica. Si porta come uno stemma, non come una scelta quotidiana. Si difende a parole, poi si compra dove costa meno, poi si deplora che le aziende italiane chiudano. Il cerchio si chiude sempre, con la stessa incolpevole circolarità

Nota finale

Questo paese ha prodotto alcune delle menti più straordinarie della storia umana. Ha inventato, dipinto, scritto, composto, costruito, scoperto e scolpito cose che il resto del mondo continua a studiare con ammirazione genuina. Il problema non è l’eredità. Il problema è che l’Italiano Medio ha trasformato quell’eredità in un comodo divano su cui sedersi, convinto che il merito altrui, accumulato nei secoli, sia in qualche modo trasferibile per diritto di nascita.

Non lo è.

Ma questa è una notizia che, con ogni probabilità, non cambierà niente, perché per recepirla bisognerebbe, almeno una volta, smettere di parlare e cominciare ad ascoltare. E quello, francamente, non è mai stato il forte di nessuno.

Tantomeno nostro.​​​​​​​​​​​​​​​​

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