La Lega al bivio di Treviso

Umberto Baldo
Forse qualcuno si stupirà della frequenza con cui osservo le dinamiche interne della Lega di Salvini.
Le motivazioni sono in primis perché ormai è il più vecchio di tutti i Partiti italiani attualmente nell’agone politico, e poi perché un veneto come me, che negli ultimi trent’anni ha vissuto in una Regione a trazione leghista (con l’ambiguità sempre presente fra Liga veneta e Lega salviniana), non può non essere interessato alle sue evoluzioni ed al suo futuro.
Non trascurando inoltre che la Lega non solo ha condizionato un po’ tutti i Governi degli ultimi tempi, ma negli ultimi quattro anni, sia pure con qualche tono dissonante, è stata una delle forze della maggioranza di Giorgia Meloni.
Come accennato, sul tema mi sono soffermato svariate volte su Tviweb nel corso degli anni, e da ultimo con il pezzo “La Lega rinasce… ma solo dove comanda Zaia” (https://www.tviweb.it/la-lega-rinasce-ma-solo-dove-comanda-zaia/), in cui facevo il punto dopo le ultime elezioni regionali.
Il problema della Lega, nonostante Salvini cerchi di esorcizzarlo grazie anche al ferreo controllo che esercita sulla struttura del Partito, esiste, e viene ora accentuato dall’irrompere sulla scena politica del nuovo Partito di Vannacci, che per carità è un problema per tutta la destra, ma ancora di più per la Lega che ha a suo tempo fatto da trampolino di lancio al Generale.
È inutile girarci intorno: la strategia del “Capitano” ha esaurito la sua spinta propulsiva, e sta presentando un conto salatissimo.
Quel progetto di trasformare il “sindacato del territorio settentrionale”, così come plasmato da Umberto Bossi, in un partito nazional-sovranista, in grado di fare concorrenza a Fratelli d’Italia, è naufragato nei numeri.
Gli ultimi sondaggi Youtrend e Ipsos parlano chiaro: il Carroccio è scivolato pericolosamente sotto la soglia psicologica del 6% (attestandosi intorno al 5,9%), mentre “Futuro Nazionale”, la creatura politica nata dalla scissione del generale Vannacci, vola già verso il 4,8%.
L’incubo del sorpasso “all’indietro” non è più un’ipotesi di scuola, ma uno scenario concreto che ogni giorno si autoalimenta sui social, dove il Generale celebra il traguardo delle ottantamila tessere.
Questo smottamento non può non provocare un vero e proprio terremoto psicologico, e pratico, nella classe dirigente leghista.
Con le percentuali attuali, i 95 seggi ottenuti a Roma nel 2022, frutto di una trattativa con una generosa Giorgia Meloni, basata su vecchi fasti elettorali, sono pura utopia.
La prospettiva reale è quella di perdere una quarantina di seggi, un’ecatombe che spinge molti parlamentari “a rischio” a cercare paracadute altrove.
Nelle chat riservate di Deputati e Senatori regna il panico.
Il travaso verso la creatura di Vannacci è già iniziato con l’addio di Laura Ravetto, ma le indiscrezioni che filtrano da via Bellerio indicano che l’emorragia potrebbe essere solo all’inizio.
Anche sui territori la terra frana sotto i piedi di Salvini: in Veneto, la roccaforte per eccellenza, si registrano abbandoni pesanti come quello dell’ex capogruppo in consiglio regionale Alberto Villanova.
La sensazione diffusa tra i militanti è drammatica: continuando sulla linea nazional-sovranista, la Lega si presenterebbe agli elettori come una copia sbiadita di Vannacci.
Con l’aggravante che il Generale può fare una comoda opposizione di bandiera, mentre la Lega si ritrova logorata dalle responsabilità e dai compromessi del governo romano.
A gettare benzina sul fuoco del malcontento dei “nordisti” c’è l’accordo sulla nuova legge elettorale che Salvini avrebbe (per me il condizionale è d’obbligo in questi casi) siglato con Giorgia Meloni, il cui iter parlamentare inizierà a ridosso dell’appuntamento di Treviso.
Si tratta di un meccanismo proporzionale con premio di maggioranza (https://www.tviweb.it/ennesima-nuova-legge-elettorale-serve-proprio/) che, per calcolo politico centralista, sacrifica i collegi uninominali.
Una scelta che penalizza quasi esclusivamente il Partito del Nord.
Per capire la rabbia e le preoccupazioi dei leghisti settentrionali bisogna guardare i freddi numeri della geometria elettorale.
Nel 2022, grazie al sistema dei collegi uninominali basato sul radicamento territoriale, la Lega era riuscita a fare il pieno eleggendo ben 17 deputati e 6 senatori nei suoi feudi storici: aveva conquistato la metà dei collegi in Veneto, un terzo di quelli in Lombardia e due terzi in Friuli.
In quei collegi il candidato leghista ci metteva la faccia, il nome e la forza dei Sindaci locali.
Con il nuovo sistema, la musica cambierebbe radicalmente.
Il proporzionale su base nazionale alla Camera e su base regionale al Senato riduce un partito medio-piccolo come la Lega (attorno al 6%) alla possibilità di eleggere solo i primissimi capilista nei listini bloccati delle 49 circoscrizioni. Tradotto: per paradosso la Lega sarebbe penalizzata proprio nelle Regioni a più alto insediamento,
Ma il vero capolavoro di autolesionismo politico risiede nel funzionamento del premio di maggioranza.
La nuova legge prevede che la coalizione vincente non possa comunque superare il tetto dei 220 seggi alla Camera e dei 113 al Senato.
Di conseguenza, in caso di prevalenza del centrodestra, gli eletti aggiuntivi scatterebbero all’interno di un “listone” nazionale (70 deputati e 35 senatori) che rappresenta il premio della “vittoria”.
In questo modo, i voti presi in Veneto od in Lombardia potrebbero servire a far eleggere parlamentari dell’Italia centrale o meridionale inseriti nel listone. A meno che Salvini non si prenda l’impegno formale di riservare i posti blindati del listone ai candidati del Nord; una promessa a scatola chiusa a cui i Governatori e i Sindaci settentrionali probabilmente non sono più disposti a credere.
In questo scenario di autentica picchiata, l’appuntamento (o convocazione?) di fine giugno a Treviso – la due giorni di confronto che inizialmente era stata fissata per il 19 e 20 giugno e poi slittata per la visita di Papa Leone nel Nord – si annuncia come un amaro calice per il segretario del Carroccio.
I “nordisti” sembrano non volere più pateracchi o soluzioni di facciata.
Il “partito del PIL”, lo zoccolo duro che in Veneto ha dimostrato di saper ancora doppiare Fratelli d’Italia (36% contro 18% alle scorse regionali grazie al traino delle oltre 200mila preferenze personali di Luca Zaia), esige un cambio di rotta radicale.
L’uomo che apparentemente guida questo difficile tentativo di salvataggio è proprio l’ex Doge, oggi Presidente del Consiglio Regionale veneto.
Negli ultimi mesi, Zaia ha saputo tessere una tela diplomatica di altissimo livello, accreditandosi come l’interlocutore moderato, liberale e pragmatico preferito sia di Giorgia Meloni che, si mormora, di Marina Berlusconi.
Non è un mistero che l’evoluzione di Forza Italia sotto “il patrocinio” della primogenita di Silvio Berlusconi guardi con enorme interesse ad un’area di centrodestra seria, europea, attenta ai diritti e distante dalle intemperanze della destra radicale.
In questo disegno, l’effetto “Marina Berlusconi” agirebbe come un magnete per quell’elettorato produttivo del Nord che non si riconosce più nel populismo salviniano né nell’estremismo di Vannacci.
Zaia si muove in perfetta autonomia rispetto a via Bellerio, forte di questa sponda economico-politica.
Ha già rispedito al mittente l’offerta di Salvini di fare il Vicesegretario nazionale, capendo che una poltrona nominale, senza un mutamento strutturale dell’indirizzo politico, sarebbe stata solo una trappola per neutralizzarlo.
La proposta che il fronte del Nord (in cui Zaia si muove in sostanziale sintonia con i governatori Attilio Fontana e Massimiliano Fedriga) potrebbe mettere sul tavolo a Treviso è dirompente: l’adozione del modello tedesco della CDU-CSU.
Ovvero, la creazione di una “Duplice Lega”: un partito autonomo, federale, liberale in economia e sui diritti, radicato saldamente al Nord, legato da un patto federativo ad una Struttura nazionale a Roma.
Per fare questo, però, i Governatori non dovrebbero accettare compromessi al ribasso.
Dovrebbero chiedere a Salvini la convocazione di un congresso straordinario prima delle elezioni politiche, per azzerare il coordinamento centralista che via Bellerio ha insediato dopo le regionali, e ridistribuire il potere decisionale nelle articolazioni territoriali in base ai voti reali.
Salvini, forte di un mandato congressuale formalmente valido fino al 2029, si trova davanti ad un bivio storico.
Può continuare ad ignorare il fiume carsico della questione settentrionale, arroccandosi nel fortino romano della sua segreteria e scommettendo su candidature blindate da offrire ai Governatori per le prossime politiche.
Oppure può cedere ed accettare la metamorfosi richiesta dai territori che pagano i conti e portano i consensi.
Se sceglierà la prima strada, il rischio è che la Lega si spenga per asfissia elettorale, superata a destra dal Generale e sostituita al centro dal pragmatismo territoriale.
Un pragmatismo che ha già trovato in Luca Zaia il suo naturale leader d’opinione, pronto a far dormire sonni molto meno sereni a più di qualche politico a Roma.
Umberto Baldo













