30 Giugno 2026 - 11.19

L’illusione delle frontiere aperte: il Sudafrica specchio dell’Europa

Umberto Baldo

Il calendario della rabbia sociale aveva fissato una data sul muro: 30 giugno 2026.
Un ultimatum illegale, privo di qualsiasi valore giuridico, ma drammaticamente reale nella sua violenza psicologica e materiale.
In Sudafrica, la sigla populista “March and March” ha decretato che per i migranti irregolari il tempo è scaduto.
Il bilancio di questa scadenza arbitraria non si misura in decreti espulsivi, ma in cronaca nera: ronde cittadine che bussano porta a porta nelle township, baracche incendiate, negozi saccheggiati e, purtroppo, linciaggi ed esodi di massa.
Decine di migliaia di persone, terrorizzate da un annunciato “bagno di sangue”, stanno abbandonando il Paese su autobus di linea e voli di emergenza messi a disposizione dai Governi vicini.
Davanti a queste immagini di devastazione che arrivano da Johannesburg e Durban, l’osservatore occidentale rischia di cadere nel riflesso condizionato di una narrazione stereotipata, rubricando il tutto come l’ennesima crisi di un Continente instabile.
Ma lo sguardo più attento rivela una realtà ben diversa e molto più scomoda.
Il Sudafrica di oggi – una democrazia multietnica che si è liberata da decenni dal giogo del colonialismo bianco e dell’apartheid – sta mostrando al mondo dinamiche migratorie e reazioni sociali che sono l’esatta fotocopia di quelle che l’Europa sperimenta da anni.
Le radici del conflitto sudafricano non affondano nel colore della pelle, ma nella matematica spietata della scarsità.
Il Paese è la seconda economia del continente, una terra promessa per chi sfugge dalla miseria profonda di nazioni come il Malawi, il Mozambico o lo Zimbabwe.
Tuttavia, quando questa massa di disperati si scontra con una disoccupazione interna che sfiora il 30%, e con servizi pubblici al collasso, il cortocircuito è inevitabile.
È la classica, tragica “guerra tra poveri”.
Nelle periferie degradate delle città sudafricane, la competizione per la sopravvivenza azzera la solidarietà.
I migranti vengono accusati dalle comunità locali di accettare salari da fame, scardinando i diritti dei lavoratori autoctoni, e di pesare su un welfare già insufficiente.
È lo stesso identico schema retorico e sociale che alimenta i populismi nelle periferie di Roma, Parigi o Bruxelles: la percezione di un’immigrazione incontrollata vissuta come una minaccia esistenziale alla propria sicurezza economica.
Il razzismo e la xenofobia, dunque, si rivelano per ciò che sono realmente: non il retaggio esclusivo di una specifica cultura o storia coloniale, ma la reazione tossica ed universale che si scatena ovunque gli squilibri demografici ed economici non vengano governati da regole.
A certificare l’impotenza delle istituzioni non è solo il governo di Pretoria, costretto a schierare l’esercito per evitare il baratro, ma l’intera Unione African (UA).
Esattamente come l’Unione Europea, l’organismo sovranazionale africano coltiva da anni il sogno di un “Schengen continentale”, basato sulla libera circolazione e sul libero scambio.
Per entrare in vigore, il trattato necessita della ratifica di almeno 15 Stati.
Ad oggi, pochissimi paesi lo hanno ratificato. E guarda caso, sono proprio i Paesi meta di flussi (come il Sudafrica od i paesi del Nord Africa) a frena per paura di essere “invasi”.
Ma tutti i trattati comunitari proposti dall UA si infrangono regolarmente contro il muro degli egoismi nazionali e delle paure elettorali dei singoli Stati membri.
Senza poteri coercitivi, l’Unione Africana può solo assistere al fallimento della propria diplomazia mentre i confini tornano a chiudersi.
In altre parole l’UA può emettere raccomandazioni, linee guida e proporre accordi, ma non ha una “polizia delle frontiere” né la facoltà di sanzionare economicamente uno Stato sovrano che decide di respingere i migranti o di non tutelarli.
Di conseguenza, davanti alle crisi interne e alla pressione dell’opinione pubblica locale, i singoli Governi africani tendono ad ignorare le direttive comunitarie ed a proteggere i propri confini, esattamente come avviene nel resto del mondo.
Il dramma del Sudafrica ci lascia una lezione universale che demolisce, una volta per tutte, i pigri schemi ideologici di certa sinistra europea ed italica.
Per anni, dalle cattedre del progressismo occidentale, è stato fin troppo facile liquidare qualsiasi critica all’immigrazione incontrollata come un riflesso pavloviano del “razzismo bianco”, lasciando intendere che l’ostilità verso le porte aperte fosse solo una questione di colore della pelle.
Il bagno di sangue di Johannesburg fa a pezzi questo moralismo da salotto. Come la mettiamo ora che in Sudafrica a menare le mani, a bruciare le baracche e ad invocare la “remigrazione” degli stranieri sono neri contro altri neri?
La verità, tanto evidente quanto rimossa, è che la xenofobia non ha il monopolio del privilegio bianco: è la reazione brutale, ma matematica, che scatta ovunque uno spostamento di massa senza regole calpesta i diritti e la sopravvivenza di chi è già povero a casa sua.
Se la politica rinuncia a governare i flussi in nome di un astratto umanitarismo, abdica al suo dovere.
E lascia che a fare le regole siano le ronde, la violenza e la barbarie.
A Bruxelles come a Pretoria.
Umberto Baldo

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