Israele dacci le armi. Il tramonto dell’illusione morale europea

Umberto Baldo
C’era una volta l’Europa dei “puri”, quella delle piazze indignate, dei proclami solenni e delle lezioni magistrali di etica applicata alle relazioni internazionali. Un’Europa convinta, o forse illusa, che per neutralizzare le minacce del nuovo disordine globale bastasse firmare un bando di embargo, voltare le spalle al partner scomodo di turno e lavarsi le mani in nome della superiore virtù continentale.
Ma la geopolitica, da che mondo è mondo, risponde a leggi decisamente meno celestiali e molto più ciniche.
«Poscia più che l’onor potè il digiuno», mi permetto di dire forzando un po’ il Sommo Poeta; ed oggi, nel teatro di guerra globale del 2026, più che l’onore dei proclami può il digiuno di munizioni, tecnologia e sistemi di difesa aerea.
La retorica umanitaria, pur mossa dalle intenzioni più nobili e dal desiderio sincero di raccontare le complessità delle piazze europee, finisce inevitabilmente per infrangersi contro il muro d’acciaio della realtà militare.
L’ultimo e più clamoroso esempio di questo brusco risveglio arriva dalla Slovenia.
Appena un anno fa, Lubiana veniva acclamata dai movimenti pacifisti e dalle sinistre europee ed italiche come il faro morale del Continente, primo ed unico Paese europeo ad aver decretato un embargo militare totale – sia in import che in export – nei confronti di Israele.
Dodici mesi dopo, con il cambio di Governo il dietrofront è totale: il messaggio recapitato a Gerusalemme, spogliato del linguaggio diplomatico, suona come un grottesco «scusate, abbiamo scherzato».
Il bando è stato cancellato e le forze slovene sono tornate a bussare alla porta delle aziende israeliane per acquistare le armi necessarie alla propria sopravvivenza strategica.
Ma se la Slovenia ha dovuto cedere pubblicamente, c’è chi come la Spagna ha scelto la via, decisamente più ipocrita, del purismo di facciata e degli affari sotterranei.
Il governo di Pedro Sánchez ha messo in scena un imponente teatro dei princìpi: ha stracciato contratti milionari con la israeliana Rafael per i missili anticarro Spike LR2 e per i pod di targeting Litening 5, ed ha persino cancellato un accordo da oltre 800 milioni con Elbit per i lanciarazzi Puls.
Un trionfo politico ad uso e consumo delle piazze interne, se non fosse per un piccolo, decisivo dettaglio: la Spagna non si è affatto disconnessa dalla tecnologia israeliana.
Ha semplicemente scelto di aggirare l’embargo tramite la triangolazione.
Ha prima salvato la filiera Airbus, poiché i componenti di Gerusalemme sono letteralmente insostituibili per l’aviazione ed i droni di Madrid, e poi ha ordinato gli stessi identici missili Spike ad Eurospike, un consorzio italo-tedesco controllato al venti per cento proprio dalla Rafael.
Risultato? La Spagna si difende con la tecnologia israeliana, pagandola però molto di più pur di averla sotto un rassicurante brand tedesco.
I proclami restano al popolo, gli affari e la sicurezza viaggiano sottotraccia.
La verità che l’Europa fatica ad accettare è che il Vecchio Continente, da solo, è strategicamente nudo.
La guerra moderna è mutata radicalmente, e per combatterla servono software, sistemi di intelligence ed armamenti d’avanguardia che l’industria europea, soffocata da anni di tagli e burocrazia, non è in grado di produrre.
Mentre il Pentagono valuta di ridurre il numero di caccia stanziati in Europa, la difesa dei cieli europei si poggia interamente su un mosaico composto dai Patriot americani e dai sistemi israeliani.
Dai sistemi di protezione attiva Trophy montati sui carri armati Leopard tedeschi e Challenger britannici, fino ai sistemi anti-drone e ai pod di targeting che guidano i jet di mezza Europa, la firma tecnologica dello Stato ebraico è ovunque.
Non si tratta di una scelta politica, ma di una necessità tecnica: Israele combatte simultaneamente su sette fronti contro droni iraniani, missili cinesi e sistemi di difesa russi.
Ha dovuto innovare per non soccombere, accumulando un vantaggio tecnologico che oggi la rende indispensabile.
In questo scenario di realismo geopolitico si inserisce anche la complessa evoluzione dell’industria bellica ucraina.
Nata dalle ceneri della necessità, e forgiata da anni di conflitto ad alta intensità contro la Russia, l’industria di Kyiv è diventata per forza di cose la più moderna ed efficiente sul mercato.
Non è più soltanto un recettore di aiuti occidentali, ma un attore globale capace di esportare sistemi di difesa avanzati, e di inviare addestratori militari nei paesi del Golfo Persico, ridisegnando gli equilibri di un mercato storicamente dominato dalle superpotenze.
Il tempo delle illusioni e della superiorità morale europea esibita nei talk show è scaduto.
Di fronte alle minacce simmetriche ed asimmetriche del nostro secolo, l’Europa si trova davanti ad un bivio esistenziale: continuare a cullarsi nei propri sogni di purezza, esternalizzando l’ipocrisia tramite triangolazioni commerciali, od ammettere la propria dipendenza strategica e investire seriamente nella propria difesa.
Israele, sotto la costante minaccia di distruzione, non può permettersi il lusso della debolezza.
L’Europa ritiene davvero di poterlo fare?
Umberto Baldo













