Mondiale. Undici passaporti, una maglia, quando le squadre non rappresentano più nessuno

Umberto Baldo
Non sono quello che si definisce normalmente un “patito” di calcio”.
Ciò non vuol dire che non ami questo sport, il quale, dopotutto, chiunque di noi ragazzi di un tempo ha in qualche modo praticato.
Non sono un tifoso, e a dire la verità ogni Campionato cambio la squadra da sostenere per la vittoria dello scudetto.
Non sono di quelli che guardano qualunque partita venga trasmessa, ma difficilmente perdo i match decisivi sia delle Coppe internazionali che dei Mondiali.
Insomma avrete capito che seguo il calcio con moderazione, e che apprezzo, e come potrebbe essere diversamente, il bel calcio, quello giocato dalle grandi Squadre, al quale a poco a poco sono riuscito ad avvicinare anche mia moglie Ivana.
In questi giorni, proprio assistendo a qualche partita del mondiale americano (nel senso di Continente) non ho potuto non riflettere su come il calcio sia cambiato rispetto ai miei anni giovanili.
Mi sto rendendo conto sempre di più che guardare un Mondiale di calcio, oggi, offre una lezione di sociologia e macroeconomia ben più profonda di qualsiasi trattato accademico.
Se esiste un ambito in cui la globalizzazione ha completato il suo ciclo, abbattendo barriere ed uniformando i paesaggi, è quel campo verde lungo centodieci metri.
Il primo impatto è visivo, quasi antropologico.
Chi è cresciuto con il calcio del Novecento fa fatica a ritrovare i vecchi punti di riferimento cromatici ed anagrafici.
Nelle nazionali scandinave o mitteleuropee, i biondi con gli occhi azzurri sono ormai mosche bianche.
Al posto degli Olav o dei Gunnar, i tabellini dei marcatori oggi registrano gli Ahmed, i Muhamad o gli Ousmane.
Le maglie delle nazionali non rappresentano più un’omogeneità etnica o storica, ma fotografano la realtà delle nostre società civili post-migratorie, anticipando spesso la politica.
È un processo ineludibile ed ormai consolidato di fronte al quale chi ha ancora negli occhi il calcio del secolo scorso può provare un moto di stupore, una fatica ad abituarsi ad una realtà antropologica così radicalmente mutata.
Ma il calcio non inventa nulla: si limita a registrare, con la sua formidabile cassa di risonanza, la demografia della fluidità contemporanea.
Ma questa è solo una faccia della medaglia.
L’altra, strettamente connessa, riguarda la geopolitica del pallone e la fine delle gerarchie consolidate.
Un tempo il calcio d’élite era un club esclusivo: c’era l’Europa, il Sudamerica e poco altro.
Il resto del mondo partecipava ai Mondiali con il ruolo di comparsa.
Erano le cosiddette “squadre materasso”, formazioni folkloristiche spedite al macello tattico contro le corazzate storiche, per le quali il semplice fatto di esserci rappresentava il massimo traguardo.
Risultati tennistici e dilettantismo nostalgico erano la norma.
Oggi quel mondo è evaporato.
Il calciatore moderno è un lavoratore altamente specializzato, un globetrotter, un nomade d’élite che risponde alle leggi del mercato transnazionale prima che a quelle della propria bandiera.
L’Europa del calcio è diventata una gigantesca idrovora che importa talenti da ogni angolo del globo, li inserisce nei propri club e li standardizza attraverso accademie ultra-professionali.
Il risultato è un formidabile effetto di ritorno per le Nazioni un tempo considerate periferiche.
In passato, il timore reverenziale verso le grandi Nazionali europee o sudamericane giocava un ruolo enorme.
Oggi, quel timore è svanito perché i giocatori delle “meno titolate”, nel quotidiano dei club, sono sempre più spesso compagni di squadra dei campioni che si trovano di fronte come avversari ai Mondiali.
Il calcio è diventato un’industria globale dove la distanza tecnica tra un giocatore di una nazionale “minore” ed uno di una “maggiore” è spesso colmata dall’appartenenza allo stesso ecosistema professionale.
Detta con altre parole, se il difensore di una nazionale africana o asiatica affronta ogni domenica i campioni della Juventus, del Real Madrid o del Manchester City, o ci gioca assieme nei rispettivi club, la consuetudine cancella il mito.
Ai Mondiali non esiste più la sudditanza psicologica, perché la distanza tecnica e metodologica è stata colmata dalla quotidianità.
Il know-how europeo – tattico, atletico, medico – è stato esportato ovunque, livellando i valori verso l’alto.
Le squadre materasso non esistono più perché tutti giocano, corrono e pensano alla stessa maniera.
Siamo di fronte ad un paradosso affascinante e cinico: il Mondiale non è più un torneo tra culture calcistiche diverse, ma una sfida tra diverse selezioni di calciatori formati nella medesima scuola.
Una volta c’era il catenaccio italiano, il calcio bailado dei brasiliani, il rigore teutonico o il “kick and rush” inglese.
Oggi, con la globalizzazione degli allenatori e delle scuole calcio, tutte le nazionali giocano nello stesso identico modo (fatto di pressing alto, costruzione dal basso e schemi ripetitivi).
La globalizzazione ha tolto “identità” anche allo stile di gioco, non solo ai tratti somatici.
C’è poi da sottolineare il “Risiko” dei club che svuota le Nazionali: il fatto che i calciatori ormai appartengano a club multinazionali (spesso di proprietà di fondi americani o sovrani arabi) fa sì che il Mondiale non sia più uno scontro tra culture calcistiche diverse, ma una gigantesca esibizione di dipendenti della stessa “grande azienda globale” dell’intrattenimento.
Concludendo, la globalizzazione ha democratizzato il talento, regalando equilibrio e dignità alle Nazioni emergenti, ma ha anche preteso un prezzo altissimo: la perdita di quella meravigliosa biodiversità che rendeva affascinante il confronto tra mondi lontani.
Proprio come accade con il turismo di massa, che trasforma ogni centro storico in un franchising identico a se stesso, anche il football globale rischia di diventare un unico, immenso e ripetitivo campionato europeo sia pure giocato in continenti diversi.
Cambiano solo i colori delle maglie.
Umberto Baldo















