Il dubbio cartesiano ed il “Patto di Maometto”

Umberto Baldo
Prima del celeberrimo “Cogito ego sum” – “Penso, dunque sono”, René Descartes – Cartesio – pose una colonna portante del pensiero moderno: il dubbio metodico.
Per arrivare alla verità, spiegava il filosofo, bisogna prima dubitare di tutto, fare tabula rasa delle vecchie certezze e trattenere solo ciò che resiste all’esame più severo della realtà.
Se applichiamo il dubbio cartesiano all’attuale scenario del Medio Oriente, crollano all’istante anni e anni di retorica diplomatica.
Per decenni ci è stato raccontato che la sicurezza della regione dipendeva dall’ombrello protettivo americano, e che il futuro della pace passava per una serie di accordi bilaterali isolati fra Stati arabi ed Israele.
Oggi, i fatti ci costringono a dubitare di quel racconto.
Dalle macerie di quelle vecchie illusioni sta nascendo qualcosa di inedito: il Patto di Maometto.
Quattro grandi nazioni – Arabia Saudita, Turchia, Egitto e Pakistan – stanno unendo le proprie forze in un blocco che gli analisti chiamano STEP (dalle iniziali inglesi dei quattro Paesi).
Non sembra una semplice alleanza passeggera, ma potrebbe essere una svolta storica che nasce proprio da un profondo, metodico dubbio, sull’affidabilità dell’Occidente.
Cosa ha spinto quattro giganti del mondo sunnita, spesso divisi da storiche rivalità (si pensi alle forti tensioni passate tra Ankara e Riad), a fare squadra?
La risposta sta nel crollo di due pilastri che si ritenevano incrollabili:
La certezza del garante americano: il dubbio è diventato realtà drammatica il 28 febbraio 2026, durante l’operazione congiunta USA-Israele contro l’Iran (Operation Epic Fury). La dottrina dell’ “America First” e le politiche ondivaghe legate alle scadenze elettorali statunitensi hanno dimostrato ai leader locali che non si può delegare la propria sopravvivenza ad un alleato così volatile. Questo vuoto di deterrenza non è solo un cambio di postura politica, ma un trauma strutturale. Quando i droni e i missili balistici hanno preso di mira i terminali petroliferi strategici, la mancata risposta di Washington ha svelato il bluff della dottrina del “disimpegno calcolato”.
Per Riad, vedere i propri asset energetici vitali esposti senza la copertura dell’alleato storico ha rievocato lo spettro del 2019 (l’attacco ad Abqaiq), ma con una aggravante: oggi la frammentazione della politica interna americana rende l’ombrello nucleare di Washington una scommessa a breve termine, legata ai cicli elettorali e non più a una visione di lungo periodo.
La sicurezza non può essere un “leasing” soggetto a revoca unilaterale.
L’illusione degli Accordi di Abramo: Battezzati nel 2020 come l’inizio di una nuova era, questi patti poggiavano sul presupposto che Israele potesse normalizzare i rapporti con il mondo arabo “Stato per Stato”, congelando od ignorando la questione palestinese.
Quel castello di carte ha iniziato a vacillare già nel settembre 2025 con il raid israeliano in Qatar, e oggi è definitivamente superato.
Archiviate le vecchie illusioni, la “soluzione” trovata da Riad, Ankara, Il Cairo e Islamabad è puramente pragmatica: se il vecchio garante è inaffidabile, la sicurezza va costruita in casa.
Il Patto di Maometto fa leva su una forte identità comune per superare le diffidenze reciproche e mettere sul tavolo un peso geopolitico insostenibile da ignorare.
Il “Quadrilatero Sunnita” unisce infatti i capitali finanziari sauditi, la potenza militare della Turchia (secondo esercito della NATO), la centralità politica dell’Egitto che controlla il Canale di Suez, l’arsenale nucleare del Pakistan.
La lezione di questo cambio di rotta è chiara anche per i non esperti: il tempo in cui Israele o gli Stati Uniti potevano dettare le regole del gioco mediorientale trattando con singoli attori isolati è finito.
Di fronte al dubbio sulla fedeltà dell’Occidente, il mondo sunnita ha risposto unendosi in un blocco coeso.
Da oggi, chiunque voglia stabilità nella regione dovrà fare i conti con l’intero Quadrilatero.
Da non trascurare inoltre che il Patto di Maometto può fungere da camera di compensazione regionale che prepara il terreno ad un convitato di pietra ben più ingombrante: Pechino.
La Cina non ha bisogno di stabilire basi militari ovunque se attori locali strutturati — come le quattro nazioni dello STEP — garantiscono la stabilità delle rotte della Belt and Road.
La mediazione saudita-iraniana del 2023 non è stata un episodio isolato, ma il prototipo di una “pax cinese” basata sul pragmatismo commerciale anziché sull’esportazione di modelli ideologici.
Lo STEP, offrendo una ridondanza di sicurezza interna, si propone a Pechino non come un insieme di vassalli, ma come un interlocutore unico, solido e contrattualmente forte.
Archiviata l’era dell’ombrello americano e la stagione degli accordi atomizzati, Il medio Oriente sembra deciso a smettere di essere un palcoscenico per attori stranieri.
Il Quadrilatero Sunnita si impone come il nuovo perno gravitazionale della regione, un blocco coeso che trasforma antiche rivalità in un’unica, invalicabile linea di difesa.
Di fronte al tramonto delle certezze occidentali, la risposta mediorientale è profondamente cartesiana.
Hanno dubitato di tutto, tranne che di se stessi.
E da oggi, il futuro della regione passa solo da qui.
Umberto Baldo















