Il declino dei Mullah ed il doppio tradimento del popolo iraniano

Umberto Baldo
Mentre le diplomazie internazionali si apprestano a celebrare un cessate il fuoco nel Golfo, un’illusione ottica rischia di sviare lo sguardo dell’Occidente.
Si tende a guardare alla firma dei trattati come ad un punto di ripristino, o ad una stabilizzazione dello status quo.
Ma la realtà geopolitica interna all’Iran racconta una storia drammaticamente diversa.
C’è un elemento che nessun accordo di Lucerna potrà cancellare, e che rappresenta, paradossalmente, la sola eredità palpabile di questi mesi tragici: la Repubblica Islamica dell’Iran non esiste più nella forma in cui è sopravvissuta per quasi mezzo secolo.
In altri termini, chi oggi governa a Teheran ha completato una mutazione genetica irreversibile.
Non siamo più di fronte ad una teocrazia classica, fondata sull’alleanza organica e simmetrica tra il clero sciita e l’apparato militare.
Quella formula, inaugurata nel 1979 da Khomeini, è tramontata sotto il peso dei recenti e sanguinosi sommovimenti, e infine della guerra.
Come evidenziato anche da recenti analisi dell’ Economist, siamo di fronte ad uno smottamento epocale che sta neutralizzando il ruolo dei Mullah in favore dei Pasdaran (i Guardiani della Rivoluzione).
In altre parole, con la morte di Alì Khamenei, a cui è succeduto il figlio Mojtaba, il regime appare ora meno dipendente da un’unica figura, e più affidato ad una rete di attori interconnessi, e con interessi comuni; in quello che gli addetti ai lavori vedono come un passaggio da un sistema dominato dai chierici ad una struttura di potere più incentrata appunto sul Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC)
Oggi l’Iran è una dittatura militare che si nasconde dietro una finzione religiosa: i militari comandano, il clero legittima.
Badate che non è solo una distinzione teorica.
Un regime che ha ucciso decine di migliaia dei propri cittadini in quarantotto ore, che ha spento internet, che ha deciso di sparare sulla folla in tutti e 31 i vilayat simultaneamente, è un regime che non governa per consenso e non può più fingere di farlo.
La base di consenso che i preti della Repubblica Islamica avevano cercato di coltivare – il nazionalismo religioso, la narrativa antiimperialista, la rete di welfare dei Pasdaran – è stata erosa dall’inflazione, dalla corruzione, ed infine dal sangue di piazza.
Un regime che ha l’ostilità attiva di parte della propria popolazione prima o poi finisce.
La storia non offre eccezioni a questa regola: non la offriva all’Urss, non la offriva alla Romania di Ceaușescu, non la offrirà all’Iran dei Pasdaran.
Ma quella fine non sarà merito di Trump, che ha abbandonato il processo di cambio di regime interno quando era più vicino che mai, e ha poi di fatto consolidato il blocco militare contrattando con esso un accordo internazionale che ne certifica la sopravvivenza.
I segnali di questa frattura interna al Paese arrivano proprio dalla città santa di Qom, dove i grandi ayatollah assistono impotenti all’inaccessibilità di Mojtaba Khamenei.
Un isolamento, quello della Guida Suprema, tanto più doloroso in considerazione del fatto che, nel frattempo, egli parrebbe mantenere un filo diretto esclusivo proprio con i Pasdaran.
La lunga cavalcata dei Guardiani della Rivoluzione, iniziata nelle trincee della guerra Iran-Iraq negli anni Ottanta, sembra aver infine espugnato il cuore del sistema khomeinista.
Eppure, se la transizione da teocrazia a giunta militare è ormai evidente, resta da capire da chi a chi passerà lo scettro.
Negli ultimi anni di conflitto, infatti, l’élite dei Pasdaran è stata squassata dalla guerra.
I veterani, amici e compagni d’armi del famigerato Qassem Suleimani, sono caduti come birilli.
Uomini chiave come Hossein Salami, Amir Ali Hajizadeh e Hossein Bagheri — rivoluzionari della prima ora, nati a ridosso degli anni Sessanta, forgiati dall’ideologia e dai campi di battaglia — sono stati eliminati da attacchi mirati degli israeliani.
Senza queste figure storiche che sono partite dal nulla per costruire l’impero economico e militare del regime, è difficile immaginare come si strutturerà la leadership alternativa del Paese.
In questo momento, la calma generale che sembra respirarsi in superficie può essere fuorviante.
La storia insegna che nei Paesi che hanno vissuto la Primavera araba ci sono voluti decenni perché l’ampio divario tra il popolo e la leadership si trasformasse in un grande incendio; ma quando è scoppiato, si è esteso ovunque in un istante.
Consapevoli di questa fragilità sotterranea, in assenza di disordini diffusi (dopo veri e propri massacri), gli intellettuali riformisti iraniani si stanno concentrando sul tentativo di influenzare il “giorno dopo”.
Nelle ultime settimane, specialmente sui media legati all’area riformista, si è delineato un dibattito attorno ad una domanda essenziale: cos’è l’Iran oggi e cosa dovrebbe diventare dopo la guerra?
La risposta immediata è purtroppo amara.
Alla fine della guerra voluta dal duo Donald Trump e Benjamin Netanyahu, il regime teocratico-militare iraniano non solo non è crollato, ma per molti versi si è rafforzato, potendo sventolare la bandiera della resistenza contro il “Grande e Piccolo Satana”.
A pagarne il prezzo più alto sarà il popolo iraniano ed, in particolare, la sua parte più progredita ed aperta: quella straordinaria società civile, protagonista di movimenti oceanici come “Donna, Vita, Libertà”, che ha posto al centro del proprio agire i diritti sociali, politici e civili, nella sfera pubblica come in quella privata.
Queste donne e questi uomini sono stati doppiamente traditi dal cosiddetto “mondo libero”.
Il primo tradimento è avvenuto ieri, quando le democrazie occidentali hanno evitato di sostenere con forza la loro battaglia di libertà, sacrificandola sull’altare di interessi economici, petroliferi e geopolitici, calpestando i principi universali di cui l’Onda Verde iraniana si era fatta interprete a rischio della vita.
Il secondo tradimento si consuma oggi, con una guerra che ha finito per regalare al regime la narrativa perfetta per rinsaldare il proprio potere interno.
Del rispetto dei diritti umani non vi è traccia nelle bozze di memorandum che circolano in queste ore.
Non è un caso, è la conferma di una lezione ricorrente nella storia del Medio Oriente: i falchi si possono fare una guerra spietata, ma la guerra stessa li legittima reciprocamente, li tiene assieme e li mantiene al centro della scena.
I falchi volano sempre in coppia nei cieli imbarbariti della regione.
Un intero popolo è stato sacrificato sull’altare di una cinica mossa geopolitica, con la piena soddisfazione dei teocrati di Teheran e di una nuova casta di generali arricchitasi sulla pelle dei cittadini.
Ma sotto la cenere dell’accordo, il fuoco della faglia insanabile tra la società civile e la dittatura militare mi auguro continui a covare.
Umberto Baldo













