17 Giugno 2026 - 9.47

Guerra del Golfo: l’illusione di Washington ed il nuovo ordine di Teheran

Fare previsioni in geopolitica è un esercizio che ricorda da vicino l’antica arte degli auguri: scrutare il volo degli uccelli e trarne auspici, sapendo che ogni analisi resta valida solo fino al momento in cui non viene clamorosamente smentita dai fatti. Oggi, mentre i venti di guerra nel Golfo sembrano placarsi, la prudenza mi impone di non parlare di “pace”, bensì di una semplice, provvisoria “fine delle ostilità”. 

I termini della tregua cambiano radicalmente a seconda che la narrazione provenga da Teheran o da Washington, ed è tutt’altro che difficile prevedere l’inizio di lunghe, estenuanti trattative, destinate forse a sfociare in un esito di tipo “coreano”: un conflitto congelato, una linea di demarcazione armata e nessuna reale risoluzione.

Eppure, al di là delle nebbie della propaganda, quello che oggi si riesce chiaramente a percepire, tra le pieghe della realtà, è il profilo di un profondo, irreversibile shock geopolitico. 

Quella che si intravvede non è una pax americana, ma il trionfo politico della Repubblica Islamica, che si avvia a diventare il vero arbitro degli equilibri mediorientali dopo aver resistito a trentasette giorni di bombardamenti ed a  quattro mesi di ostilità. 

Quando una potenza dominante come gli Usa decide di battere in ritirata sotto la pressione di un conflitto logorante, il vuoto che si lascia alle spalle viene istantaneamente riempito da chi ha dimostrato di saper resistere.

C’è un vizio di fondo che accomuna le grandi potenze contemporanee quando cedono alla tentazione della protervia militare: la totale incapacità di ascoltare i propri consiglieri, soprattutto quelli in uniforme, e l’illusione che la superiorità tecnologica si traduca automaticamente in capitolazione politica dell’avversario. 

Lo abbiamo visto in Europa con l’avventura di Vladimir Putin in Ucraina, finita in un ginepraio strategico. 

Lo stiamo vedendo oggi in Medio Oriente, dove la guerra di Donald Trump contro l’Iran, nata sotto i vessilli dell’annientamento e della “massima pressione”, si sta spegnendo nel modo più paradossale: con una ritirata americana mascherata da accordo (una “calata di braghe” si sarebbe detto in altri tempi).

Al di là della retorica roboante della Casa Bianca, che cercherà di vendere l’imminente “lettera d’intenti” (ma conviene aspettare venerdì)  ed i successivi 60 giorni di tregua e di trattative come un capolavoro negoziale, la nuda realtà dei fatti dice che Washington ed il suo alleato israeliano questa guerra l’hanno persa.

L’Iran ha subito danni pesanti, ma la sua dirigenza siede oggi al tavolo delle trattative consapevole di aver logorato la leva più importante degli Stati Uniti: la credibilità dell’uso della forza. 

Non è un caso che il dossier su cui Teheran mostra più retinenza a cedere, persino più del nucleare (relativamente al quale sembra che l’America sia disposta a concedere che l’arricchimento dell’uranio resti in Iran”- Sic!),  sia proprio la formalizzazione del suo nuovo status nello Stretto di Hormuz. 

Attraverso la neonata Autorità dello Stretto (PGSA), l’Iran ha pubblicato una mappa in cui rivendica il controllo regolatorio su un tratto di mare che si estende in profondità nelle acque territoriali degli Emirati Arabi Uniti e dell’Oman, spingendosi fino a sud di Fujairah (Fujairah è fuori da Hormuz!) 

Una mossa eversiva per l’ordine internazionale, che ha già spinto cinque Paesi del Golfo ad avvertire formalmente, tramite l’Organizzazione marittima internazionale (IMO), le compagnie di navigazione di non ottemperare a tali richieste.

Il nodo del controllo del Golfo non è un dettaglio geografico, né sarebbe una semplice tassa di passaggio. 

Sarebbe la trasformazione di un bene comune globale, regolato dal diritto internazionale, in una dogana geopolitica privata e selettiva. 

Se questo principio dovesse in qualche modo passare — consentendo all’Iran di decidere chi transita e chi paga, favorendo la flotta ombra cinese o i partner russo-asiatici, ed escludendo gli occidentali — crollerebbe il pilastro della libertà di navigazione su cui si regge il commercio mondiale.

Quindi non è un caso se il Ministro degli Esteri iraniano ha detto che l’intesa provvisoria includerebbe la riapertura dello Stretto, ma ha anche precisato che “il passaggio sicuro avverrà sotto sovranità iraniano-omanita”.   Cosa questo voglia dire lo vedremo presto, credetemi. 

Capite bene a questo punto che, nonostante i bombardamenti, Teheran si ritroverebbe in mano uno strumento di coercizione strutturale che finora  non aveva mai avuto.

Le indiscrezioni sulla rabbia e sul panico di Benjamin Netanyahu al termine di ogni recente colloquio telefonico con Donald Trump sono il sintomo plastico di questo cambio di paradigma. 

Israele si ritrova davanti allo scenario più cupo della sua storia recente: un Iran con il regime intatto, e con le mani saldamente appoggiate sulla valvola di sfogo dell’economia mondiale.

Per lo Stato ebraico, questo congelamento rappresenta una sconfitta strategica esistenziale. Un Iran più ricco, legittimato forse dal nuovo “sistema dei pedaggi”, e protetto dall’ombrello politico e tecnologico di Mosca e Pechino, significa linfa vitale ininterrotta per l’intero “asse della resistenza”, da Hezbollah ad Hamas. 

Significa, soprattutto, che Israele oggi è drammaticamente più solo.

Ma l’effetto più dirompente del passo indietro americano a mio avviso si consumerà sul piano delle alleanze arabe. 

Gli Accordi di Abramo, l’ambizioso progetto diplomatico che avrebbe dovuto unire Israele e le Monarchie sunnite del Golfo in un unico fronte di contenimento anti-iraniano sotto l’egida statunitense, per me sono di fatto morti nelle acque di Hormuz. 

La politica estera si fonda sulla credibilità della protezione: se la Superpotenza non è disposta a combattere per garantire la libertà di navigazione in un corridoio vitale, quell’ombrello cessa di esistere. 

Di conseguenza i leader di Abu Dhabi, Ryad e Mascate dovranno trarre l’unica conclusione logica possibile: non ci si può più fidare di Washington.

Di fronte a un Iran che controlla i flussi e ridisegna i confini marittimi, la scelta per le capitali del Golfo non sarebbe più tra la resistenza e la resa, ma tra il pragmatismo ed il collasso economico. 

Non deve sorprendere, allora, che Paesi come la Turchia, l’Iraq o la Corea del Sud stiano già negoziando intese temporanee con la PGSA, e che lo stesso Oman si trovi a discutere con Teheran formule di gestione dei servizi marittimi per istituzionalizzare il nuovo corso (di fatto per spartirsi i pedaggi pagati dalle navi). 

Se questi saranno gli scenari, le monarchie del Golfo saranno costrette, una dopo l’altra, a cercare un accomodamento diplomatico con la Repubblica Islamica per mettere in sicurezza i propri oleodotti, i propri impianti industriali, e le proprie città. 

Il fronte anti-iraniano si sta sfaldando sotto il peso della convenienza e della paura.

La storia è un’insegnante severa e ci ricorda che le paci frettolose, figlie della stanchezza o del calcolo elettorale, spesso gettano le basi per guerre ancora più feroci. 

L’errore che Trump si appresta a commettere evoca i fantasmi del 1919. 

La pace di Versailles, che impose condizioni umilianti alla Germania senza smantellarne il potenziale revisionista, non fu una vera pace, ma, come disse il generale Foch, «un armistizio per vent’anni». 

Il congelamento del conflitto che si profila oggi a Hormuz ha la stessa identica tara genetica: rimanda solo la crisi, forse consentendo a Teheran di utilizzare i miliardi dei pedaggi, ed il tempo del cessate il fuoco per ricostruire, con l’assistenza di Pechino e Mosca, i suoi arsenali di droni e missili balistici.

Per essere più chiaro: la credibilità non è un asset strategico astratto: è la valuta con cui si compra l’influenza globale. E The President l’ha spesa – per non comprare nulla.

Donald Trump probabilmente scommette sulla memoria corta dell’elettorato americano, e sulla tenuta di Wall Street nel breve periodo, convinto che una sconfitta geopolitica possa essere nascosta spostando l’attenzione mediatica su altri fronti, come Cuba, e che una tregua cinica basti a far scendere temporaneamente il prezzo del petrolio. 

Ma la realtà che si profila all’orizzonte non si lascia addomesticare dalla propaganda. 

Il Medio Oriente del dopo guerra probabilmente sarà un’arena permanentemente instabile, dove l’Iran detterà le regole e dove gli ex alleati dell’America si muoveranno in ordine sparso alla ricerca di garanzie che Washington non è più in grado di offrire. 

Più che una ritirata, quella di Trump ha tutta l’aria di essere la firma sulla fine del secolo americano nella regione.

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