15 Giugno 2026 - 9.41

Dal PD alla Dp: la mutazione genetica di Elly Schlein

Umberto Baldo

A volte la lingua italiana offre cortocircuiti semantici che superano la fantasia dei politologi.

Prendete il PDPartito Democratico.

Basta un semplice anagramma,  invertire l’ordine delle lettere per ottenere DPDemocrazia Proletaria

Per i più giovani si tratta di una sigla oscura; per chi ha qualche capello bianco, era il partito della sinistra radicale degli anni ’70 e ’80 guidato da Mario Capanna. 

Uno schieramento massimalista, perennemente con la kefiah al collo, arroccato sul dogma dell’antimperialismo, antisionista per vocazione e, non a caso, destinato all’irrilevanza governativa.

Ebbene, quello che può sembrare solo un mio divertissement linguistico si sta trasformando, sotto la gestione di Elly Schlein, in una clamorosa e preoccupante realtà politica. 

Il Partito Democratico nato a vocazione maggioritaria, riformista e plurale,  atlantico ed europeista, a mio avviso sta completando la sua mutazione genetica: il PD sta  diventando una nuova “Democrazia Proletaria”.

L’addio dell’eurodeputata Pina Picierno (https://www.tviweb.it/laddio-di-pina-picierno-ed-il-paradosso-del-pd-a-trazione-schlein/)  è l’epitaffio di un’epoca. 

Le sue parole – “la casa dei riformisti non c’è più” – certificano il definitivo seppellimento di quella stagione che, piaccia o meno, aveva portato il partito ai suoi massimi storici, varando riforme concrete come il Jobs Act, il “Dopo di noi” e le unioni civili.

Oggi, chi difende l’atlantismo senza tentennamenti, chi sostiene l’Ucraina aggredita (contro le tesi di Conte e Vannacci) e chi rifiuta la demonizzazione di Israele  è diventato un ingombro. 

Meglio accompagnarlo alla porta. 

Schlein liquida i dissensi interni (da Picierno a Madia e Gualmini) con la consueta gelida indifferenza, parlando di una linea “chiara e progressista”. 

Traduzione: il nuovo corso esige l’omologazione ideologica. 

Il pluralismo è morto, sostituito dal richiamo della foresta populista, in totale rincorsa al Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte.

Ma è sui diritti civili e sulla politica estera che il nuovo corso tocca il fondo del cinismo e della selettiva empatia. 

Il silenzio della leadership dem davanti a quanto sta accadendo in vista del Roma Pride 2026, che si terrà il 20 giugno, è assordante, per non dire complice.

L’esclusione di Keshet Italia, l’unica associazione LGBTQ+ ebraica italiana, dal Pride di Roma è una vergogna senza giustificazioni. 

Questi cittadini sono stati cacciati dall’evento dei “diritti per tutti” semplicemente perché non si sono piegati alla parola d’ordine della piazza, rifiutandosi di bollare le azioni israeliane a Gaza come “genocidio”. 

Una purga ideologica in piena regola.

Da sempre non sono un estimatore dei Gay Pride, che ritengo inutili e provocatori, ma nella specie la penso come   Paola Concia, storica attivista e un tempo esponente di spicco proprio del PD,  che ha denunciato questa “contraddizione gigantesca” come un atto discriminatorio che tradisce l’anima della sinistra. 

Eppure Schlein tace. 

Tace sul Pride e tace davanti ai dati agghiaccianti del Cdec, che registrano un’impennata di quasi mille episodi di antisemitismo in Italia, comprese aggressioni fisiche.

Nella logica del Campo largo la comunità ebraica e gli elettori atlantisti, numericamente piccoli ma politicamente scomodi, di fatto vengono trattati come una minoranza sacrificabile.

Meglio perdere qualche voto riformista e liberale piuttosto che disturbare la narrazione delle piazze pro-Hamas, animate da masse social-media dipendenti che ignorano i drammi dei cristiani nigeriani o dei giovani iraniani, ma si mobilitano chirurgicamente quando la macchina della propaganda di Teheran e Mosca decide dove orientare l’indignazione.

Il risultato di questa deriva è sotto gli occhi di tutti. 

Il PD di oggi, sui temi geopolitici, assomiglia spaventosamente ai deputati  DemoProletari della Prima Repubblica che sventolavano slogan contro l’Occidente, pronti a stare dalla parte degli “oppressi” anche quando questi assumono le sembianze di mostri assassini e teocratici. 

C’è un’amara ironia nel vedere Schlein corteggiare quegli stessi ambienti filorussi e massimalisti da cui provengono le minacce che costringono Pina Picierno a vivere sotto scorta da oltre un anno.

Racchiuso nella sua purezza ideologica, temo che il PD si avvii a percorrere lo stesso identico binario morto di Democrazia Proletaria: un partito forse identitario per i militanti più radicali, ma totalmente incapace di parlare al Paese produttivo e del tutto irrilevante per governare.

Fortunatamente, l’area riformista e atlantista non sembra intenzionata a firmare la propria resa. 

La nascita di Spazio Pubblico, lanciato da Picierno con il sostegno di figure come Paola Concia e l’area radicale di Marco Taradash, dimostra che c’è vita fuori dal massimalismo. 

Mentre Schlein rincorre il populismo e si rifugia nell’archeologia del secolo scorso, i riformisti veri si riorganizzano……… altrove.

Umberto Baldo

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