26 Giugno 2026 - 16.04

Calcio SpA: la brama di profitto che ha ucciso il gioco più bello del mondo

Umberto Baldo

Ritorno immediatamente sul tema del calcio perché alcuni di voi mi hanno spedito a tamburo battente i loro commenti all’editoriale di oggi; commenti tecnici o meno tecnici, mettendo in campo anche l’aspetto economico che avevo volutamente trascurato.
Se la prima faccia della medaglia ci mostra un’inevitabile transizione demografica e antropologica impressa sui volti dei calciatori, basta girare il conio per accorgersi che il fenomeno è ancora più profondo.
Dietro la facciata romantica delle bandiere e degli inni nazionali si muove infatti una gigantesca macchina economica e geopolitica in cui il calcio ha smesso di essere solo un gioco, per diventare l’avamposto della finanza globale più spietata.
Uno snodo in cui capitali, geopolitica ed algoritmi si fondono, cancellando ogni residua sfumatura locale.
Il primo cortocircuito è identitario e riguarda la proprietà del giocattolo.
Chi possiede oggi il calcio?
A parte qualche eccezione come il Real Madrid, certamente non più le comunità locali, e quasi mai gli storici imprenditori locali legati al territorio.
Il risiko delle proprietà dei Club e dei grandi eventi fotografa la mappa del denaro mondiale: da un lato i Fondi di Private Equity americani, che applicano allo sport le rigide metriche della monetizzazione pura e della massimizzazione del valore per gli azionisti; dall’altro i Fondi Sovrani, in particolare del Golfo Persico, che utilizzano i club e i tornei come formidabili strumenti di soft power e di sportwashing per accreditarsi sullo scacchiere internazionale, anche a livello politico.
In questo scenario, il tifoso subisce una metamorfosi irreversibile: cessa di essere un custode della memoria sportiva e viene declassato a mero “cliente” di una piattaforma di intrattenimento globale.
Ed è qui che scatta un paradosso grottesco: mentre il calcio si trasforma sempre più in un asettico business planetario, una parte della tifoseria, i cosiddetti ultras, continua a mettere in scena spettacoli indegni di violenze e devastazioni nelle nostre città.
Lungi dal comprendere di essere ormai solo ingranaggi marginali di un gigantesco gioco globale che li ha già ampiamente superati, questi professionisti del disordine, spesso anche razzisti, si azzuffano per “identità cittadine” che esistono solo nella loro testa, offrendo uno spettacolo tanto anacronistico quanto deplorevole.
Ma il denaro non si limita a comprare i Club; ne altera profondamente la natura attraverso una dinamica che, con un termine macroeconomico oggi fin troppo abusato, potremmo definire una vera e propria greedflaction del pallone.
È l’inflazione da avidità: la fame insaziabile di diritti televisivi spinge le istituzioni sportive (Fifa e Uefa in testa) ad una bulimia organizzativa senza precedenti.
I calendari si ingolfano, i formati si dilatano, nascono sempre nuove competizioni ed i campionati si allargano a dismisura.
Più partite significano più passaggi televisivi, più abbonamenti da vendere, più sponsor.
Poco importa se questo stress strutturale logora la salute dei calciatori o prosciuga le tasche degli appassionati, costretti a districarsi tra pay-tv sempre più frammentate e costose.
Lo spettacolo deve andare in onda, a ciclo continuo, per un pubblico globale e disattento, preferibilmente seduto davanti ad uno schermo a migliaia di chilometri di distanza dallo stadio.
Questa standardizzazione economica ha finito per contagiare inevitabilmente anche il rettangolo di gioco lungo quei famosi centodieci metri.
Come ho già scritto, chi ha memoria del calcio del Novecento ricorda che una volta esistevano le “scuole” nazionali: il rigore tattico e l’ermetismo del catenaccio italiano, il fútbol bailado e la fantasia anarchica dei brasiliani, la potenza atletica tedesca, o il ritmo forsennato del kick and rush inglese.
Erano proiezioni culturali dei rispettivi popoli.
Oggi, la circolazione globale degli allenatori, la centralizzazione dei dati e la dittatura dell’algoritmo fin dai settori giovanili hanno livellato tutto.
Si gioca ovunque nello stesso identico modo, con gli stessi movimenti codificati e la stessa ossessione per la statistica.
Il calcio liquido ha globalizzato l’estetica del gioco, sacrificando il “genius loci” sull’altare dell’efficienza standardizzata.
Guardare una partita a Londra, a Milano, a Riad o a Miami offre ormai lo stesso identico prodotto, preconfezionato e privo di asperità.
Ecco allora che il cerchio della globalizzazione si chiude, perfetto e spietato.
Se da una parte il calcio registra l’ineludibile fluidità delle nostre società civili, dall’altra si impone come il perfetto manifesto del tardo capitalismo: un mondo senza confini, dominato da capitali apolidi, regolato da algoritmi e guidato da una brama di profitto che non si ferma davanti a nessuna tradizione.
Resta da chiedersi se, una volta cancellata l’ultima sfumatura e l’ultimo briciolo di poesia, quel campo verde rimarrà capace di emozionarci o se finirà per annoiarci, ridotto ad un gigantesco e ripetitivo spot pubblicitario.
Umberto Baldo

Potrebbe interessarti anche:

Calcio SpA: la brama di profitto che ha ucciso il gioco più bello del mondo | TViWeb Calcio SpA: la brama di profitto che ha ucciso il gioco più bello del mondo | TViWeb

Testata Street Tg Autorizzazione: Tribunale Di Vicenza N. 1286 Del 24 Aprile 2013

Luca Faietti Direttore Fondatore ed Editoriale - Arrigo Abalti Fondatore - Direttore Commerciale e Sviluppo - Paolo Usinabia Direttore Responsabile

Copyright © 2026 Tviweb. All Rights Reserved | Tviweb S.R.L. P.Iva E C.F. 03816530244 - Sede Legale: Brendola - Via Monte Grappa, 10

Concessionaria pubblicità Rasotto Sas

Credits - Privacy Policy