19 Giugno 2026 - 16.49

Addio Doddo

Questa mattina, sfogliando i giornali, la notizia mi ha colpito dritto al cuore con la forza discreta ma inesorabile del tempo che passa: Adolfo Battaglia ci ha lasciato. Aveva 96 anni.

Sarebbe fin troppo facile, e forse persino scontato, indulgere nel classico epitaffio untuoso, formale e lacrimoso. 

Sappiamo fin troppo bene che, una volta che ce ne siamo andati, il mondo tende a dipingerci tutti come anime buone ed impeccabili. 

Ma Adolfo non amava le ipocrisie, e io non voglio celebrarlo con la retorica del cordoglio pubblico. Non occorre che rimarchi che fu una delle più importanti figure di spicco del panorama politico e giornalistico italiano.

Desidero invece raccontarvi, in punta di piedi, chi era e chi è stato l’uomo, prima ancora del leader: il “Doddo” che ho avuto il privilegio di conoscere e di chiamare amico.

Il nostro primo vero incontro risale alla fine del 1978. 

Fino ad allora per me era stato solo una figura autorevole e distante, ammirata dalle tribune dei congressi del Partito Repubblicano Italiano. 

Era l’uomo di punta, l’intellettuale brillante che tutti vedevano come il naturale successore del grande Ugo La Malfa. 

Poi, come spesso accade, la storia ha preso strade impreviste. 

Quando Giorgio La Malfa rivendicò la leadership, ne scaturì un confronto serrato tra due forti personalità che si risolse con una saggia e pragmatica divisione dei ruoli: a Giorgio andò la guida del partito, a Battaglia la guida delle delegazioni repubblicane al governo.

Ma quel giorno del 1978, ben lontano dai palazzi romani, Doddo mi chiese un incontro strettamente riservato. 

Mi guardò dritto negli occhi e, con la sua consueta capacità di sintesi, mi disse: «Il partito ha deciso di provare a radicarsi anche in Veneto. Devo essere eletto deputato nella circoscrizione di Padova, Verona, Vicenza e Rovigo. Per vincere questa sfida mi servono persone come te, che conoscano profondamente il territorio. Sei disposto a darmi una mano?»

Non era una scommessa facile. La dirigenza padovana del PRI non lo vedeva di buon occhio; per molti era il classico leader “calato dall’alto, da Roma”, mentre l’apparato locale avrebbe preferito un candidato del posto. 

Eppure, l’uomo mi conquistò all’istante per stile e intelligenza. 

Dopo qualche giorno di riflessione, accettai. 

Fu una scelta che per certi versi cambiò la mia vita: mi misi in temporanea aspettativa dalla Banca in cui lavoravo, trascorsi un breve periodo a Roma al Ministero degli Esteri dove Doddo era Sottosegretario, per coordinare i flussi informativi, e tornai in Veneto per organizzare pancia a terra una campagna elettorale che si rivelò vincente.

Da quella vittoria nacque un sodalizio profondo, durato decenni, cementato da un rispetto reciproco così solido che credo di essere stato uno dei pochissimi a potergli dire sempre, senza peli sulla lingua, esattamente ciò che pensavo, anche le cose che non gli piacevano.  

Doddo non mi fece mai mancare il suo appoggio nei dieci anni in cui guidai la Segreteria Provinciale di Padova, tanto che un giornalista in un articolo del settimanale L’Espresso arrivò a definirmi, con una formula colorita, il «proconsole di Battaglia nel Veneto».

Ma al di là della politica dei palazzi e delle correnti, è l’Adolfo vero, intimo, quello che mi preme consegnare alla memoria.

Doddo era un intellettuale raffinatissimo, di una cultura sterminata e cosmopolita. 

Era cresciuto in un ambiente eccezionale: la madre era la contessa Annie Cancani Montani e il padre, Achille Battaglia, un illustre giurista che era stato tra le guide della Resistenza romana nelle file di Giustizia e Libertà.

Ricordo l’emozione delle rare volte in cui venni ospitato nella sua splendida casa quattrocentesca in Piazza Teatro di Pompeo a Roma. 

Tra quelle mura intrise di storia, mi raccontava, si erano decisi i destini del Paese, con personaggi del calibro di Ferruccio Parri, Giorgio Amendola, Mario Berlinguer, Arturo Carlo Jemolo, Giuliano Vassalli e altri.

Eppure, nonostante le origini nobiliari e l’altissimo lignaggio culturale, Adolfo detestava le esteriorità ed i fasti del potere. 

Quando viaggiava in Veneto per curare il suo collegio elettorale, pretendeva una cosa sola: che andassi a prenderlo io, da solo, all’aeroporto di Tessera.

Ma la politica ha le sue liturgie e, quando divenne Ministro, la cosa si fece complicata. 

Devo ancora sorridere se ripenso alle telefonate accorate e alle lamentele del Viceprefetto di Padova, il quale, quasi disperato, mi ripeteva che lo mettevo in grave difficoltà perché la legge gli imponeva di garantire la scorta a un membro del governo. 

La mia risposta era sempre la stessa, un ritornello immutabile: «Caro dottore, io la capisco, ma il Ministro non vuole scorte, non vuole auto della Polizia o dei Carabinieri. Vuole solo la mia 127 blu. e io che caspita posso farci?»

Così, per anni, quella modesta Fiat 127 blu divenne, suo malgrado, una bizzarra “auto ministeriale”. 

Tra un trasferimento e l’altro, lungo le strade del Veneto, abbiamo condiviso ore di riflessioni, confidenze e lunghissime conversazioni che custodirò sempre tra i ricordi più cari.

C’è un ultimo frammento, profondamente privato, che mi legherà a lui per sempre. 

Nel 1984 gli chiesi di farmi da testimone di nozze. 

Accettò con una gioia autentica ed entusiasta, specialmente quando gli spiegai lo spirito intimo della cerimonia. 

Eravamo solo in quattro: io e mia moglie Ivana, lui e l’altro testimone, oltre al celebrante, l’allora sindaco di Padova Settimo Gottardo. Nessun formalismo, solo affetto puro.

Mi fermo qui. 

Ci sarebbe ancora moltissimo da scrivere, ma ci sono dettagli e sfumature che è giusto non dare in pasto alla pubblica piazza e continuare a custodire gelosamente nel cuore.

Buon viaggio Doddo, e grazie di tutto. 

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