13 Maggio 2022 - 18.36

Una parola che scompare dai dizionari: finlandizzazione

C’è una parola del lessico di politica internazionale che, con il passare del tempo, è finita per entrare nei vocabolari: finlandizzazione. In realtà non è poi così facile spiegare bene il significato di questo termine, perchè non si riferisce ad un qualcosa di concreto, di palpabile, bensì ad uno status, all’atteggiamento di un Paese che, al fine di conservare la propria indipendenza, subordina le proprie scelte di politica estera ai desideri di una potenza dominante e contigua.Ed è del tutto evidente che se parliamo di finlandizzazione ci riferiamo alla Finlandia, che alla fine della seconda guerra mondiale, dopo l’invasione sovietica del 1939, scelse lo status di paese neutrale.Nulla di eccezionale in fondo; lo fece anche la Svezia, e da due secoli la Svizzera , che della neutralità è addirittura l’emblema. Ma la neutralità finlandese non si sostanziò solamente in una dichiarazione formale, bensì in una serie di scelte ben precise.La Finlandia non accettò gli aiuti del Piano Marshall, non aderì alla Nato, ed entrò nell’Unione Europea dopo un certo periodo. Chi conosce un po’ di storia, sa bene che le prime due condizioni sono sempre state considerate insuperabili dall’Urss, (e adesso vediamo anche dalla Russia) che impedì a guerra finita ai Paesi dell’ Europa dell’Est di aderire al piano Marshall ed alla Nato, finendo per imporre loro la camicia di forza del Patto di Varsavia.L’adesione alla Ue invece non è mai vista del tutto negativamente dalla Russia, in quanto non considerata alla stregua di un’alleanza militare.Ebbene, la parola finlandizzazione, a quanto sembra, è destinata a sparire dai dizionari, diventando una sorta di arcaismo.Il perchè sta tutto nel fatto che la Finlandia, per bocca del suo presidente Sauli Niinistö e del primo ministro Sanna Marin, hanno chiesto al Parlamento di dare il via libera all’adesione all’Alleanza Atlantica “nei prossimi giorni”.Perchè tutta questa fretta nel cambiare un posizionamento strategico che da ottant’anni sembrava inossidabile?Perchè in meno di tre mesi l’ “operazione speciale” scatenata di Vladimir Putin contro l’Ucraina ha aperto gli occhi alle classi dirigenti di questi Paesi, nonchè alle relative opinioni pubbliche, sul rischio reale rappresentato dalla Russia, stravolgendo così il pensiero strategico di Finlandia e Svezia. E così, paradossalmente, l’obiettivo dichiarato da Putin di voler impedire un allargamento della Nato ad est, che avrebbe di fatto finito per circondare la Santa Madre Russia, ha ottenuto in realtà l’esatto contrario, dato che con l’adesione finlandese la Russia si troverà ben 1300 chilometri in più di frontiera con un Paese Nato. Detta così potrebbe sembrare anche una cosa da nulla, ma dietro questa scelta si cela da parte della Finlandia il superamento di una neutralità concordata con l’Urss con un trattato del 1948 in piena guerra fredda, e rispettato fino ad oggi, e da parte della Svezia l’abbandono della politica di non allineamento concepita dal loro leggendario leader Olof Palme. Comunque la si veda si tratta di un passaggio “storico”, capace di modificare radicalmente l’assetto geopolitico del Nord Europa.Credo non vada sottaciuto che questa vera e propria “rivoluzione strategica” sia portata avanti sostanzialmente da forze di sinistra.Entrambi i Paesi, Finlandia a Svezia, sono attualmente guidati da forze socialdemocratiche, e questo dovrebbe almeno indurre a qualche riflessione i filo putiniani della nostra gauche. Ma sapete, non c’è pacifismo di sinistra che tenga se hai 1300 chilometri di frontiera con un Paese che sta mostrando in Ucraina di quale pasta siano fatte le sue classi dirigenti. E allora trovi dalla tua parte anche i cittadini, e a dimostrarlo sono i sondaggi di opinione, che negli anni dal 1998 al 2021 ha visto la percentuale di finlandesi favorevoli all’adesione alla Nato compresa fra il 18 ed il 30%, ma che a febbraio di quest’anno è salita al 53%, ed a maggio al 76%, con un 11% di incerti, e solo il 13% di contrari.C’è da dire anche che la Finlandia non ha mai declinato la sua neutralità in un pacifismo disarmato.Al contrario il Paese dei mille laghi vanta un sistema di difesa fra i più avanzati, ha un servizio di leva che coinvolge annualmente 22mila coscritti, ed è in grado di mettere in campo un esercito di 280mila militari, più altre centinaia di migliaia di riservisti.Non male per un Paese che conta una popolazione di 5milioni e mezzo di abitanti! Ma cosa volete, quando ci si è scottati una volta, fa paura anche l’acqua tiepida, ed i Finlandesi non hanno mai dimenticato le decine di migliaia di morti e dispersi provocati dall’aggressione dell’Urss nel corso della seconda guerra mondiale, per cui pur da Stato neutrale, “finlandizzato” come si diceva, hanno sempre curato il loro apparato difensivo, applicando in pieno il principio “si vis pacem para bellum”.Di fronte a questa netta inversione di rotta, a questa presa di coscienza della realtà, da parte dei cittadini dei due Paesi baltici, è inevitabile il confronto con la nostra Italia.Dove fin dall’inizio dell’invasione si è aperto un surreale dibattito molto acceso addirittura sulle “responsabilità” (sic!) della guerra in Ucraina.A differenza di quello che avviene nella maggior parte dell’Europa occidentale, dal 24 febbraio agli italiani viene spiegato ad ogni ora del giorno e della notte che si tratta di una guerra per procura, provocata dalla Nato e dagli Stati Uniti.Un dibattito che si sta tenendo per buona parte nei talk show televisivi, e che incredibilmente sta dando uno spazio enorme a posizioni cosiddette “filorusse”, più o meno esplicite, rappresentate ad esempio da personaggi come la filosofa Donatella De Cesare, o dal prof. Alessandro Orsini.Tale anomalia tutta italica dipende a mio avviso da una parte da un certo modo di fare televisione e informazione, subordinato spesso a una ricerca dell’audience attraverso la spettacolarizzazione del dibattito tra tesi contrapposte, e a un’interpretazione molto discutibile del concetto di par condicio, ma dall’altra ha radici più profonde: ed è un sintomo di un notevole grado di russofilia dell’opinione pubblica e della politica italiana.Se a questo si aggiunge il fatto che la nostra classe politica è usa utilizzare temi di politica estera per regolare e fomentare contrapposizioni di politica interna, si capisce il livello di impazzimento cui è arrivata la nostra vita pubblica.Il destino ha voluto che Putin abbia deciso di aprire le ostilità in una fase in cui Palazzo Chigi è occupato da Mario Draghi, che pur fra i distinguo ed i disturbi di alcuni Segretari dei Partiti della maggioranza, sta tenendo il nostro Paese sulla rotta del filoatlantismo.Cosa sarebbe accaduto se al suo posto ci fosse stato Giuseppe Conte?Non voglio neanche pensarci!

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