Spagna, la dittatura del tempo. Perché a Madrid il sole non vuole mai calare

Umberto Baldo
Tempo d’estate, tempo di vacanze. Milioni di europei passano settimane a confrontare alberghi, spiagge, musei, ristoranti e voli aerei.
C’è chi sceglie una meta per il clima, chi per la cucina, chi per il mare.
Quasi nessuno, invece, controlla il fuso orario prima di decidere dove andare.
Eppure è proprio il fuso, a volte, a raccontare la storia di un Paese meglio di un museo.
Per molti anni sono stato un assiduo frequentatore della Spagna, un Paese che continuo ad amare profondamente.
Ma c’era sempre una cosa che, durante i miei viaggi, attirava la mia attenzione: in giugno quasi alle undici di sera il sole era ancora lì, ostinatamente sospeso sopra l’orizzonte.
Non era soltanto un effetto della latitudine, od un benevolo regalo del Mediterraneo.
Era qualcosa di più, anche perché l’effetto è lo stesso a Vigo come a Salamanca, a Cadice come a Valencia.
La Spagna, infatti, vive ancora con il fuso orario dell’Europa Centrale, lo stesso dell’Italia e della Germania.
Questo crea un paradosso fisico insuperabile. Immaginiamo due turisti, uno a Roma ed uno a Madrid, che guardano i propri orologi: entrambi segnano le ventuno. Ma mentre in Italia la notte è già scesa, in Spagna il sole deve ancora compiere l’ultimo tratto del suo cammino verso ovest, accumulando un ritardo astronomico di oltre un’ora rispetto alla lancetta artificiale.
Il risultato è che la luce spagnola non è più lunga per concessione divina, ma semplicemente perché l’orologio corre un’ora avanti rispetto al cielo.
Eppure, basta osservare una carta geografica per accorgersi immediatamente di questa anomalia: quasi tutta la penisola iberica si trova sul meridiano di Greenwich, anzi in gran parte è posizionata perfino più a ovest dell’Inghilterra.
Anzi, la faccenda è talmente paradossale che persino Gibilterra, orgogliosissimo lembo di terra Britannica, pur di non restare isolata dal resto della penisola iberica, ha preferito abbandonare l’ora della madrepatria per allinearsi agli orologi di Madrid. Come dire: la geopolitica economica-turistica confinaria batte la Corona inglese sul fuso orario.
Dal punto di vista geografico ed astronomico, non c’è dubbio che Madrid dovrebbe avere la stessa ora di Londra, Lisbona e Dublino.
Ma come abbiamo visto non è così, e la spiegazione non si trova nell’astronomia; si trova nella storia.
Fino al 1940 la Spagna seguiva regolarmente il fuso di Greenwich.
Poi, nel pieno della Seconda guerra mondiale, il Caudillo Francisco Franco decise di spostare avanti gli orologi di un’ora.
La motivazione ufficiale parlava di fumose ragioni organizzative e di coordinamento, ma quella vera era molto più semplice: un esplicito omaggio ideologico ai fascismi dell’epoca.
Franco voleva sincronizzare la Spagna con la Berlino di Adolf Hitler e con la Roma di Benito Mussolini.
Era un gesto politico, un manifesto di appartenenza.
La guerra finì, nazismo e fascismo crollarono e, infine, nel 1975 Franco morì.
La Spagna si è trasformata in una democrazia moderna e vibrante, è entrata nella NATO e nell’Unione Europea, costruendo uno dei sistemi costituzionali e civili più avanzati del continente.
Eppure, gli orologi sono rimasti fermi a quel marzo del 1940.
Nel frattempo, gli spagnoli hanno semplicemente adattato tutta la loro vita a questa sorta di jet lag permanente.
Pranzano non prima delle due, cenano alle dieci di sera ed oltre, e le trasmissioni televisive in prima serata iniziano quando mezzo Continente sta già andando a letto.
Ci si è talmente abituati all’anomalia da non considerarla più tale, al punto da generare curiose situazioni interne.
Non tutta la Spagna, infatti, condivide lo stesso orario: le Isole Canarie, collocate geograficamente al largo dell’Africa occidentale, mantengono un’ora in meno rispetto alla terraferma.
Questo comporta un piccolo paradosso culturale: ogni anno gli spagnoli celebrano due volte il Capodanno. Quando alle Canarie si brinda al nuovo anno, nel resto della penisola le lancette segnano già l’una della notte.
Ogni tanto qualcuno propone di tornare al fuso naturale.
Commissioni parlamentari, medici, esperti del sonno ed economisti hanno più volte dimostrato che gli spagnoli vivrebbero e produrrebbero meglio seguendo il ritmo del sole anziché quello imposto ottant’anni fa dal “franchismo”.
Ma non è mai successo nulla.
L’inerzia delle abitudini e la straordinaria convenienza economica per l’industria del turismo – che lucra su quelle interminabili serate illuminate – hanno sempre congelato ogni riforma.
Ed è qui che la storia diventa irresistibilmente ironica.
Negli ultimi decenni la Spagna democratica ha fatto di tutto per fare i conti con il franchismo.
Ha cambiato il nome delle strade, ha rimosso monumenti, ha eliminato simboli ed approvato severe leggi sulla memoria storica.
Ha perfino trasferito la salma di Franco dal monumentale Monastero della Valle de los Caídos, trasformando quella decisione in un potente e dibattuto gesto simbolico di rottura con il passato.
Eppure, ogni mattina, quando milioni di spagnoli guardano l’orologio prima di andare al lavoro, stanno ancora obbedendo all’ora che Franco impose per compiacere Hitler.
È un paradosso straordinario.
Si possono abbattere le statue, si possono riscrivere i libri di storia, si possono cambiare i nomi delle piazze e si possono persino spostare le tombe.
Ma cambiare le abitudini quotidiane di un intero popolo è un’impresa infinitamente più difficile.
La storia possiede un senso dell’umorismo crudele e ci insegna che i simboli più resistenti non sono quelli scolpiti nel marmo o nel bronzo.
Sono quelli che finiscono per abitare la nostra normalità, mimetizzandosi dentro una consuetudine o, semplicemente, nell’ora segnata da un quadrante.
Per questo, mentre quest’estate migliaia di turisti sorseggeranno una cerveza sulla Costa del Sol o passeggeranno per le Ramblas ammirando un tramonto che sembra non voler arrivare mai, pochissimi immagineranno la verità dietro quella luce tardiva.
Non è un effetto ottico.
È, in un certo senso, l’ultima invisibile vittoria postuma del Caudillo.
Non perché gli spagnoli siano ancora franchisti – sarebbe un’assurdità totale sostenerlo – ma perché ciò che nasce come un gesto ideologico, se dura abbastanza a lungo, si spoglia della politica per diventare pura abitudine.
E le abitudini, a differenza delle dittature, sopravvivono quasi sempre ai loro stessi creatori.















