Da “San Pedro” al tramonto del modello Sánchez: il crepuscolo degli dèi della sinistra europea

Umberto Baldo
C’è un riflesso condizionato che nella sinistra italiana non passa mai di moda, una sorta di tic nervoso che si attiva ogni volta che l’orizzonte domestico si fa troppo cupo: la ricerca del “santo straniero” da venerare.
l pantheon dei miracolati è affollato di meteore.
Negli anni abbiamo visto passare, con la velocità di un meteorite, Lula, Tsipras con il suo pittoresco scudiero Varoufakis, e persino Pablo Iglesias.
Tutti canonizzati d’urgenza e poi liquidati con imbarazzata damnatio memoriae non appena la realtà ha bussato alla porta.
L’esempio più clamoroso fu proprio José Luis Rodríguez Zapatero: per anni l’icona dei diritti e della modernità.
“San José” evaporò dai radar della sacrestia progressista italiana quando il suo governo mandò l’esercito a sparare ad altezza d’uomo contro i migranti a Ceuta e Melilla.
Finita un’idolatria, se ne fa un’altra.
Negli ultimi tempi l’incenso era tutto per Pedro Sánchez, elevato da Elly Schlein e compagni a baluardo democratico contro l’asse sovranista, faro dell’anti-trumpismo e della resistenza anti israeliana.
Peccato che, ancora una volta, il santino si stia sciogliendo tra le mani dei fedeli.
Ciò che sta accadendo a Madrid in questo maggio 2026 non è una semplice crisi passeggera, ma il crollo verticale di un’intera narrazione.
Sánchez aveva impostato la sua strategia per le prossime elezioni generali del 2027 (ammesso che ci arrivi) come un plebiscito morale: o la sinistra progressista o l’abisso dell’estrema destra.
Più precisamente, la narrazione che il Presidente stava costruendo per ergersi a faro della sinistra si basava su due pilastri.
Da un lato, sul piano internazionale, si posizionava come un bastione di resistenza contro il Trumpismo globale, come dimostrato dal rifiuto di piegarsi all’aumento delle spese per la difesa al 5% richiesto dagli Stati Uniti, o dallo scontro con Israele. Il recente vertice dei leader progressisti a Barcellona rientrava proprio in questa strategia.
Dall’altro lato, sebbene i risultati elettorali in comunità autonome siano stati negativi per il PSOE (dall’Extremadura all’Andalusia) i patti locali tra il PP e Vox permettevano al Presidente di rilanciare lo stesso messaggio in chiave interna.
Un castello di carte che oggi si sbriciola sotto il peso di un assedio giudiziario senza precedenti.
L’ultimo colpo, quello fatale, è arrivato di recente proprio con l’imputazione di Zapatero.
Già perché è chiaro che affinché lo schema-Sanchez funzionasse e gli elettori progressisti si mobilitassero, erano necessari punti di riferimento morali capaci di rinvigorire l’autostima dell’elettorato di sinistra, un ruolo che Zapatero aveva ricoperto con successo nella campagna del 2023.
Per il governo Sánchez, l’ex premier non era solo un militante, ma il “referente morale” necessario, il motore dell’autostima socialista.
La sua caduta in disgrazia trasforma il più grande attivo politico del partito in una zavorra insostenibile.
Ma Zapatero è solo la punta dell’iceberg.
Intorno alla Moncloa le macerie si accumulano da mesi:
I casi Ábalos e Cerdán che hanno terremotato i vertici del PSOE.
Le inchieste sul fratello del Premier e su sua moglie, Begoña Gómez.
Le ombre sul finanziamento del partito e sul salvataggio della compagnia aerea Plus Ultra (peraltro non ancora dimostrate).
In qualunque democrazia matura, un capo di governo in queste condizioni avrebbe già fatto un passo indietro per senso delle istituzioni — come fece António Costa in Portogallo.
Sánchez no.
Sánchez resta arroccato alla poltrona, sostenendo che dimettersi sarebbe “un’irresponsabilità” perché consegnerebbe il Paese alle destre.
Una tesi inquietante, che presuppone un principio pericoloso: che la sinistra abbia il diritto (e il dovere morale) di governare anche senza una maggioranza sociale, ed anche sotto le macerie giudiziarie, in nome di una presunta superiorità etica.
Il “modello Sánchez” che la sinistra italiana ha preso a scatola chiusa si basa su due enormi falsità che l’intellettuale Javier Cercas ha brillantemente evidenziato.
La favola dell’argine all’estrema destra: non solo il governo Sánchez, con i suoi scandali, sta offrendo una prateria elettorale a Vox (vedi appunto la serie di sconfitte del Psoe alle elezioni regionali), ma l’estrema destra l’ha già imbarcata in maggioranza. Junts per Catalunya, il partito separatista catalano di Puigdemont ,senza il quale Sánchez non avrebbe i numeri per stare in piedi, è a tutti gli effetti una forza di destra radicale e xenofoba. Altro che “campo progressista”.
L’incompatibilità totale con i popolari: nelle Cortes si assiste a risse apocalittiche a beneficio delle telecamere, ma a Bruxelles PSOE e PP governano insieme da decenni, votando nello stesso modo circa il 70% delle decisioni. La polarizzazione estrema è solo un’arma di distrazione di massa per coprire le debolezze interne.
A complicare la situazione c’è il fatto che il plebiscito sognato da Sánchez si presenta ogni giorno più disperato perché alla sua sinistra non c’è più un rifugio per i delusi.
Il cartello elettorale composto da IU, Movimiento Sumar, Más Madrid e Comunes è ormai una marca declassata e priva di leadership dopo il passo indietro di Yolanda Díaz, mentre ciò che resta di Podemos vaga nel limbo.
Sánchez non può più chiedere il “voto utile” a una sinistra radicale che è ridotta ad un cumulo di rovine, ed il rischio è che i socialisti logorati dagli scandali e delle sconfitte elettorali alle Regionali preferiscano l’astensione al voto di militanza.
Mentre la Spagna di Sanchez vive la sua via crucis politica (per il resto l’economia va alla grande!), in Italia Elly Schlein continua ad incensare l’internazionalismo arcobaleno, mantenendo lo sguardo saldamente rivolto al modello madrileno.
Il problema di questa perenne caccia al “Papa straniero” non è solo una debolezza estetica; è un disastro strategico.
Difendere ciecamente Sánchez oggi significa legittimare l’idea che la sinistra possa governare a prescindere dal consenso reale, dalle regole e dalla trasparenza, pur di sbarrare la strada all’avversario.
Un regalo immenso per le destre, che si vedono consegnare su un piatto d’argento la bandiera della legalità e del rispetto istituzionale.
Pedro Sánchez non è il salvatore del progressismo europeo.
È, al contrario, un drammatico avvertimento.
L’Italia e la sua sinistra non hanno bisogno di copiare modelli d’importazione che si rivelano regolarmente fallimentari alla prima prova dei fatti.
Avrebbero bisogno di serietà, competenza, e di una proposta politica seria (altro che diritti Lgbtq+ e patrimoniali) che sappia parlare al paese reale, invece di rincorrere l’ennesimo feticcio straniero destinato a cadere dall’altare.
Perché a forza di recitare il rosario per “San Pedro”, la sinistra rischia di risvegliarsi definitivamente nel deserto.
Umberto Baldo













