14 Maggio 2026 - 10.17

Putin firma il “diritto di invadere”: la nuova legge russa che spaventa l’Europa

Il diritto di invadere. Con regolare timbro parlamentare

Umberto Baldo

C’è qualcosa di quasi commovente nella coerenza del Cremlino.
Mentre in Europa discutiamo per mesi sul diametro dei tappi delle bottiglie, la Duma russa ieri ha approvato in poche ore una legge che, tradotta dal burocratese imperiale al linguaggio umano, dice più o meno così:
“Se un cittadino russo ha problemi all’estero, possiamo mandare i carri armati.”
E non importa se il “problema” sia un arresto, un processo, un’indagine, o persino un procedimento davanti a un Tribunale Internazionale.
Mosca così si attribuisce formalmente il diritto di intervenire militarmente fuori dai propri confini per “proteggere” i russi.
Una specie di assicurazione legale con supporto di artiglieria incorporato.
Molto pratica. Molto russa.
La notizia l’ha pubblicata Politico Europe, che non è esattamente il bollettino parrocchiale di Vladivostok.
La legge per essere operativa aspetta ora soltanto la firma di Vladimir Putin, che ha 14 giorni di tempo.
Pensate davvero che non firmerà?
Io sono disposto a giocarmi una mano, anche la destra se serve.
Naturalmente Mosca presenta tutto questo come una misura “difensiva”.
La Russia, ci spiegano, deve proteggere i propri cittadini dalla “giustizia occidentale”, descritta dal presidente della Duma Vyacheslav Volodin come una “macchina repressiva”.
Curioso concetto di repressione.
Se la Corte Penale Internazionale emette un mandato d’arresto contro Putin per la deportazione di bambini ucraini, il problema non sarebbe il crimine contestato.
Il problema è il Tribunale che osa contestarlo e incriminarlo.
È un po’ come sorprendere un ladro in casa e sentirsi dire che la vera violenza è stata accendere la luce.
In realtà questa legge non inventa nulla di nuovo.
Semplicemente mette in forma giuridica ciò che il Cremlino pratica da anni, una sorta di aggiornamento in salsa moderna della vecchia “Dottrina Brežnev” sulla sovranità limitata.
Lo schema è sempre lo stesso:
• si distribuiscono passaporti russi all’estero (la cosiddetta passaportizzazione)
• si denuncia una presunta persecuzione dei russofoni;
• si proclama la necessità di proteggerli;
• arrivano soldati, missili e “operazioni speciali”.
E poi la si applica: Georgia nel 2008, Crimea nel 2014, Donbass, Ucraina nel 2022.
Adesso la differenza è che l’espansionismo imperialista viene trasformato in dottrina ufficiale permanente, con tanto di timbro parlamentare.
L’invasione non più come eccezione, ma come strumento ordinario della politica estera, che sia essa condotta con i cingolati o attraverso le moderne tattiche della guerra ibrida e della destabilizzazione politica.
Ed è qui che il problema diventa enorme.
Perché questa legge non riguarda soltanto l’Ucraina.
Riguarda l’intera idea europea di sicurezza.
Da molti mesi diversi servizi occidentali avvertono che Mosca potrebbe voler testare la tenuta del famoso articolo 5 (quello che imporrebbe di considerare ogni attacco ad un Paese membro della Nato come un attacco a tutti).
Il timore è quello della tattica del “salami slicing”: una piccola incursione, magari proprio in un villaggio di confine per “difendere un cittadino russo”, mettendo l’Occidente davanti al dilemma se scatenare un conflitto totale per pochi metri di terra.
A me sembra tutto molto chiaro, ma presto, ne sono sicuro, qualcuno qui in Italia ci spiegherà che anche questa nuova legge sul diritto di invadere i vicini è una chiara apertura di Putin al dialogo, ed un evidente segnale della sua sincera volontà di pace.
I Paesi baltici osservano tutto questo con un livello di serenità paragonabile a quello di una gallina davanti a un fox terrier affamato.
Eppure, nonostante ciò, in Europa continua a sopravvivere una curiosa fauna geopolitica secondo cui ogni mossa del Cremlino sarebbe in realtà “un segnale di apertura”.
Se Putin invade, è perché si sente accerchiato.
Se minaccia, è colpa della NATO.
Se arma il diritto all’aggressione, probabilmente sta chiedendo dialogo.
Tra poco, se Mosca annuncerà l’annessione della Finlandia, qualcuno spiegherà che si tratta di un importante passo verso la distensione multilaterale.
La verità è molto più semplice e molto più inquietante.
Il Cremlino sta dicendo apertamente che considera legittimo usare la forza militare ovunque ritenga minacciati i propri interessi, i propri cittadini o persino la propria narrativa politica.
Non è solo propaganda.
È la costruzione di una cornice ideologica e giuridica destinata a giustificare future pressioni, provocazioni ed interventi.
Le autocrazie funzionano così.
Prima modificano il linguaggio, poi modificano le leggi, infine modificano i confini.
E la storia europea, che pure dovrebbe aver imparato qualcosa nel Novecento, continua ostinatamente a stupirsi quando arriva l’ultimo passaggio.
Come quelli che vedono il fumo uscire dal seminterrato e continuano a discutere se sia davvero il caso di chiamare i pompieri.
Per non creare allarmismo, naturalmente.
E così mentre Mosca codifica il diritto all’invasione nel silenzio impotente di un’ONU paralizzata dai veti, resta da capire se l’Europa sia pronta a codificare il dovere alla difesa comune, o se preferirà continuare a misurare il diametro dei tappi.
Umberto Baldo

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