13 Maggio 2026 - 9.39

La libertà di stampa non muore solo in galera. Muore anche a rate

Umberto Baldo

La storia ci insegna che una delle cose che più disturba il Potere, sia nelle autocrazie che nelle democrazie, è la libera stampa.  

Dalle devastazioni delle redazioni del secolo scorso si è arrivati in troppi Paesi all’eliminazione fisica dei giornalisti scomodi come Anna Politkovskja, per fare un solo nome, o alla loro incarcerazione.

Ma ultimamente il contrasto alla libertà di stampa si è fatto più raffinato; nel senso che il Potere cerca di ridurre le voci dissonanti attraverso le querele intentate contro giornalisti e testate.

In Europa i “potenti” hanno finalmente capito che oggi non serve più mandare la polizia a chiudere un giornale.
Basta mandare un avvocato, costa meno, e fa meno scandalo.
E soprattutto permette di continuare a dichiararsi grandi difensori della democrazia mentre si strangola economicamente chi scrive qualcosa di scomodo.

Per questo l’Unione Europea ha approvato la direttiva 2024/1069, la cosiddetta “Legge Daphne”, dedicata alla memoria della giornalista maltese Daphne Caruana Galizia, anch’essa uccisa per aver ficcato il naso dove non avrebbe dovuto.
Una norma nata per contrastare le cosiddette SLAPP: le querele temerarie usate non per ottenere giustizia, ma per intimidire, sfiancare ed impoverire giornalisti, attivisti, ricercatori, scrittori satirici e piccoli editori.

La logica del potere è devastante nella sua semplicità.
Non importa vincere la causa.
Importa trascinare il bersaglio in Tribunale per anni.
Importa costringerlo a pagare avvocati.
Importa far passare il messaggio: “La prossima volta stai zitto”.

È una forma di censura elegante, in giacca e cravatta; in fondo la versione contemporanea del manganello.

E l’Italia, tanto per non smentire la propria vocazione al tragicomico istituzionale, è diventata uno dei Paesi europei più colpiti dal fenomeno (l’anno scorso il primo in Europa).
E badate bene non da oggi.  Da anni.

La libertà di stampa italiana vive infatti in una situazione surreale: tutti la difendono a parole, ma appena un cronista pesta il piede sbagliato, parte immediatamente la querela milionaria.
Politici, grandi aziende, amministratori pubblici, personaggi potenti di ogni tipo, sembrano aver scoperto che la carta bollata può fare più paura della censura esplicita.

E il risultato è devastante soprattutto per i piccoli giornali e le testate indipendenti.
Perché i grandi gruppi editoriali forse riescono ancora a sopportare anni di contenziosi.
Ma un giornale locale?   Un sito di informazione?   Un piccolo editore?
Bastano due o tre cause aggressive per mettere in crisi un’intera redazione.

Così nasce la vera malattia della stampa moderna: l’autocensura preventiva.

Non scrivere, non approfondire, non indagare troppo, non disturbare il potente di turno.

Il problema infatti non è soltanto economico; è  psicologico.
Quando un giornalista sa che ogni articolo critico può trasformarsi in anni di udienze, spese legali e richieste milionarie di risarcimento, inevitabilmente comincia a limarsi le unghie da solo.
Taglia una frase, evita un nome, rinuncia ad un’inchiesta.

Ed è esattamente a quel punto che la democrazia comincia lentamente a marcire.

Perché la libertà di stampa non muore soltanto quando arriva la dittatura.
Muore molto prima. 

Muore tra una diffida ed una citazione civile.  Muore nell’ansia economica.  Muore nella paura di pubblicare.

La direttiva europea prova almeno a mettere qualche argine: non una rivoluzione, sia chiaro, perché a Bruxelles adorano complicare anche il modo di bollire un uovo, ma almeno un tentativo di civiltà giuridica.
Prevede l’archiviazione rapida delle cause manifestamente infondate, così da evitare che un giornalista debba passare anni in tribunale solo perché ha fatto il proprio lavoro.
Introduce sanzioni economiche contro chi usa le querele come manganelli intimidatori, trasformando la giustizia in una forma elegante di censura preventiva.
Stabilisce forme di tutela per le vittime delle cosiddette “cause bavaglio”: assistenza legale, risarcimenti e strumenti per evitare che il peso economico di una causa distrugga chi ha osato raccontare fatti scomodi.

La direttiva richiama anche un principio fondamentale delle democrazie liberali: chi esercita funzioni pubbliche, detiene potere economico od occupa ruoli di forte esposizione mediatica deve accettare un livello più elevato di critica.
Perché chi entra volontariamente nello spazio pubblico non può pretendere di godere della stessa impermeabilità di un privato cittadino.
La politica, l’informazione ed il controllo dell’opinione pubblica vivono anche di critiche dure, satire pungenti e giudizi severi. Diversamente, ogni articolo scomodo rischierebbe di finire in un’aula di tribunale, con la libertà di stampa ridotta a disciplina per temerari o milionari.

Il principio, in fondo, è semplice: la libertà di stampa non può diventare un lusso riservato soltanto agli editori ricchi od ai giornalisti con un avvocato incorporato nel comodino.
Perché in una democrazia sana chi denuncia un abuso dovrebbe avere la protezione della legge, non la certezza di passare gli anni successivi tra udienze, parcelle ed intimidazioni mascherate da tutela dell’onore.

Ecco perché la direttiva Daphne nasce da un’idea molto concreta: impedire che la paura dei tribunali diventi una forma moderna di censura. Più silenziosa, più elegante, più occidentale. Ma sempre censura resta.

Come si vede, misure di buon senso.
Talmente di buon senso da risultare quasi rivoluzionarie nel nostro Paese.

E qui arriva il punto politico vero: l’Italia rischia di recepire questa direttiva nel modo più “italiano” possibile.
Formalmente sì.  Sostanzialmente no.

Per spiegarmi meglio, si tema la tentazione burocratica; quella di fare il minimo indispensabile, limitando le tutele ai soli casi transfrontalieri. 

Una specie di capolavoro amministrativo: fingere di applicare una legge europea lasciando scoperto il novanta per cento dei casi reali.

Del resto il nostro sistema ha spesso un talento speciale: trasformare ogni grande principio in un modulo da compilare.

Ma qui non stiamo discutendo di cavilli giuridici.
Qui si parla della salute democratica del Paese.

Perché quando chi detiene potere economico o politico può usare la giustizia come strumento di pressione contro chi informa, il problema non riguarda più soltanto i giornalisti.
Riguarda tutti i cittadini.

Una società senza informazione libera non diventa subito una dittatura.
Diventa qualcosa di peggio: una democrazia che continua a votare, discutere, indignarsi… ma sempre dentro uno spazio pubblico addomesticato dalla paura.

E la paura, nella storia europea, non ha mai prodotto buona informazione.
Ha prodotto solo silenzi disciplinati ed obbedienti.

Umberto Baldo

PS: va segnalato che l’Unione europea aveva dato tempo fino al 7 maggio per recepire la direttiva contro le SLAPP.  Ma sull’Italia pesa ancora un silenzio assordante.  Speriamo che i Partiti capiscano l’importanza di dare attuazione a questa norma di civiltà e libertà.

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Testata Street Tg Autorizzazione: Tribunale Di Vicenza N. 1286 Del 24 Aprile 2013

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