20 Aprile 2026 - 21.45

Troppe vigne in Veneto: è tempo di mettere un limite!

Torni in un luogo, in bici, magari dopo un paio d’anni ed è completamente trasformato. Là dove c’era prato, magari qualche coltura tradizionale oggi c’è … una vigna! In Veneto la vite non è più soltanto una coltura. È diventata un modello economico dominante, un paesaggio industriale diffuso, un simbolo identitario che negli anni ha occupato spazio, risorse, scelte politiche e immaginario collettivo. Ma proprio per questo oggi serve il coraggio di dirlo con chiarezza: di vigne ce ne sono troppe, e continuare ad allargarne la superficie è un errore economico, ambientale e sanitario.

Per molto tempo il vino veneto è stato raccontato come una storia di successo senza ombre. Export, turismo, promozione territoriale, reputazione internazionale: tutto sembrava confermare la bontà di una corsa apparentemente inarrestabile. Ma ogni monocultura spinta oltre una certa soglia finisce per presentare il conto. E quel conto oggi non riguarda solo i produttori: riguarda il territorio intero, chi lo abita, chi lavora in agricoltura e chi vorrebbe un’economia più equilibrata e meno fragile.

Il primo nodo è economico. Puntare in modo sempre più massiccio sulla vite significa legare una parte enorme del destino agricolo regionale a un solo comparto, esposto per definizione alle oscillazioni dei mercati, ai cambiamenti nei consumi, alla concorrenza internazionale e alle crisi climatiche. Quando un territorio investe quasi tutto su una sola filiera, smette di essere forte: diventa dipendente. E la dipendenza, in economia, non è mai una buona notizia. Se il vino rallenta, se i prezzi si comprimono, se la domanda cala o si sposta, intere aree rischiano di trovarsi senza alternative credibili. È la fragilità nascosta dietro l’apparente prosperità.

Il secondo nodo è agricolo e sociale. L’espansione della vite ha sottratto spazio ad altre colture, impoverendo la diversità produttiva e restringendo le possibilità per chi vorrebbe fare un’agricoltura diversa: cereali di qualità, orticole, frutteti, allevamento estensivo, produzioni biologiche, filiere locali per il mercato interno. Quando il valore fondiario sale perché tutto ruota attorno al vigneto, entrare in agricoltura diventa più difficile per i giovani e per chi non appartiene già al sistema. Il rischio è un territorio meno pluralista, meno accessibile, meno resiliente.

Poi c’è il tema ambientale, che non può più essere liquidato come un fastidio ideologico. La trasformazione intensiva del paesaggio porta con sé consumo di suolo, semplificazione ecologica, erosione, pressione idrica, perdita di biodiversità. Le colline e le campagne non possono essere considerate solo come superfici da mettere a reddito. Sono ecosistemi, non fabbriche all’aperto. E un ecosistema impoverito è un danno collettivo, anche quando produce profitto per qualcuno.

A questo si aggiunge la questione più delicata, ma non meno urgente: la salute. Dove la viticoltura è intensiva, soprattutto se concentrata in prossimità di abitazioni, scuole e aree frequentate, cresce inevitabilmente la preoccupazione dei residenti rispetto all’uso di trattamenti fitosanitari. Non si può far finta che il problema non esista o ridurre ogni critica a un attacco ideologico contro il vino. La salute pubblica viene prima di qualsiasi rendita di settore. Un grande comparto economico dovrebbe essere il primo a pretendere regole più severe, distanze chiare, controlli rigorosi e trasparenza totale. Se invece reagisce difendendo lo status quo, finisce per alimentare sfiducia e conflitto.

Per tutte queste ragioni serve una scelta politica netta: fermare l’ulteriore espansione dei vigneti nelle aree già sature. Non è una crociata contro il vino, né contro i produttori. È una misura di equilibrio, di buon senso e di lungimiranza. Porre un limite non significa demolire una filiera importante; significa impedirle di divorare tutto il resto. Significa riconoscere che lo sviluppo, per essere davvero tale, deve avere un confine.

Il Veneto ha bisogno di meno retorica e più governo del territorio. Ha bisogno di una programmazione che tuteli la varietà agricola, sostenga le colture alternative, premi le pratiche davvero sostenibili e rimetta al centro l’interesse generale. Continuare a piantare vigne come se il futuro fosse la semplice replica del passato è una scorciatoia pericolosa. I segnali della crisi ci dicono che quella stagione dell’espansione infinita è finita.

Ora la domanda è semplice: vogliamo un Veneto interamente piegato alla monocultura del vino, o un Veneto capace di difendere il proprio paesaggio, la salute dei cittadini e un’economia agricola più equilibrata?

La risposta, se si guarda oltre gli slogan, dovrebbe essere altrettanto semplice: serve un limite, e serve adesso.

Potrebbe interessarti anche:

Troppe vigne in Veneto: è tempo di mettere un limite! | TViWeb Troppe vigne in Veneto: è tempo di mettere un limite! | TViWeb

Testata Street Tg Autorizzazione: Tribunale Di Vicenza N. 1286 Del 24 Aprile 2013

Luca Faietti Direttore Fondatore ed Editoriale - Arrigo Abalti Fondatore - Direttore Commerciale e Sviluppo - Paolo Usinabia Direttore Responsabile

Copyright © 2026 Tviweb. All Rights Reserved | Tviweb S.R.L. P.Iva E C.F. 03816530244 - Sede Legale: Brendola - Via Monte Grappa, 10

Concessionaria pubblicità Rasotto Sas

Credits - Privacy Policy