La crisi del petrolio si riflette anche in farmacia

Umberto Baldo
Con la guerra del Golfo l’Europa scopre di non essere vulnerabile solo sul fronte energetico, ma anche in numerosi altri settori: fertilizzanti e plastiche sono solo due esempi.
C’è però un comparto che ci riguarda molto più da vicino, perché coinvolge ciò che abbiamo di più caro: la nostra salute.
Avrete già capito che parliamo di farmaci.
È un problema che viene da lontano.
Verso la fine del secolo scorso, sull’onda della globalizzazione, gran parte degli impianti chimici destinati alla produzione dei principi attivi fu trasferita in Paesi come la Cina e l’India, dove il costo del lavoro e dello smaltimento era inferiore, e le normative ambientali decisamente meno stringenti rispetto all’Occidente.
Come di dice: lontano dagli occhi, lontano dal cuore.
In questo modo si riuscivano a contenere i costi dei medicinali, soprattutto dei generici, e contemporaneamente a “ripulire” le statistiche ambientali europee, semplicemente spostando altrove la fase più grossolana ed inquinante del processo produttivo.
Fu la grande trovata della globalizzazione: in nome di un ecologismo da salotto, noi europei respiravamo aria più pulita mentre il resto del mondo – quello considerato meno sviluppato, anche se la definizione meriterebbe qualche revisione – continuava a farsi carico delle conseguenze ambientali.
Le cose, però, non sono andate esattamente come previsto.
E ci ha pensato la pandemia da Covid-19 a ricordarcelo: il sistema scricchiolava.
Non mancavano solo i pezzi di ricambio per le auto od i nuovi modelli di iPhone; cominciavano a scarseggiare anche i principi attivi base dei farmaci provenienti da Cina e India.
A questo punto qualcuno potrebbe obiettare: ma in Europa, e in Italia, abbiamo aziende farmaceutiche importanti, che rappresentano una quota significativa delle nostre esportazioni!
È vero. Ma quasi tutti i principi attivi più comuni sono prodotti a partire da precursori petrolchimici provenienti dai Paesi del Golfo Persico.
Questi vengono raffinati e poi trasportati via mare, attraverso quello stretto ormai diventato un nodo strategico globale, fino agli impianti chimici asiatici.
Il paracetamolo, la metformina, antibiotici come amoxicillina e ciprofloxacina richiedono metanolo, acetone e diclorometano come solventi nei processi di estrazione e cristallizzazione.
I farmaci oncologici e biologici, invece, dipendono da una catena del freddo altamente energivora e da imballaggi in polietilene, polipropilene o PET: tutti derivati della nafta.
L’India, in particolare nei distretti industriali di Mumbai, Chennai e Hyderabad, produce la maggior parte dei farmaci destinati ai Paesi a medio e basso reddito, ma anche circa il 20% dei generici mondiali.
Per farlo, importa ogni anno 4,35 miliardi di dollari in principi attivi farmaceutici, di cui tre quarti dalla Cina.
E qui il quadro si completa: i precursori fondamentali per le industrie cinesi e indiane – come metanolo e glicole etilenico – dipendono in larga misura proprio dal passaggio attraverso lo stretto di Hormuz.
Il cerchio, insomma, si chiude.
Il problema, come detto, non nasce oggi.
Da tempo a livello politico si parla della necessità di riportare in Italia la produzione di principi attivi ed eccipienti.
Il motivo è semplice: basta una crisi diplomatica o commerciale con Cina, India o Medio Oriente per mettere a rischio, nel giro di pochi mesi, anche la produzione dei farmaci salvavita.
È un approccio che ha senso.
La produzione farmaceutica non può essere considerata solo una questione industriale o commerciale: è un tema strategico, e sempre più geopolitico.
La morale è fin troppo evidente.
Ogni medicinale contiene un principio attivo: un antidolorifico, una statina, un farmaco oncologico.
E se guardiamo agli antibiotici, molti di quelli più utilizzati in Italia non hanno più alcuna produzione nazionale.
Il rimedio, come per altri settori strategici, viene indicato nel “reshoring”, cioè nella rilocalizzazione, nel rientro in Italia delle produzioni.
Per la verità non si tratta di un problema solo italiano.
Secondo rapporti recenti, in oltre un terzo dei Paesi dell’Unione Europea e dell’EFTA il numero di farmaci indisponibili supera le 600 unità.
E non si tratta più di carenze episodiche, ma di una condizione strutturale, che coinvolge un numero crescente di terapie essenziali.
La guerra del Golfo, tuttavia, mette in luce un limite evidente: anche le politiche di reshoring avviate negli ultimi anni potrebbero non essere sufficienti.
Se la crisi dovesse protrarsi, il problema non riguarderebbe più soltanto i costi o le difficoltà logistiche, né basterebbe riportare gli impianti in Italia, o sotto il controllo di Paesi “amici”.
Perché se ad indebolirsi è il primo anello della catena, cioè la materia prima stessa da cui tutto parte, allora non c’è rilocalizzazione che tenga.
Ci vuole la pace.
Umberto Baldo










