Mps: Lo Stato spettatore ed il viale del tramonto di Caltagirone

Umberto Baldo
In Italia, si sa, il disinteresse della politica è spesso la forma più sofisticata di intervento. I
l silenzio del Ministero dell’Economia durante l’ultima, turbolenta, assemblea di Monte dei Paschi di Siena non è stata una distrazione, ma un atto politico pesantissimo.
Mentre Francesco Gaetano Caltagirone tentava l’affondo finale per trasformare la Banca senese nel suo personale fortino finanziario, lo Stato ha scelto di guardare altrove, lasciando che fosse il “freddo mercato” a regolare i conti.
Per quanto mi riguarda, mi è difficile credere ad uno Stato realmente defilato quando in ballo c’è il futuro della Banca più antica del mondo, fresca di un risanamento faticosissimo, con grande dispendio di soldi dei cittadini.
Eppure, quel 4,86% rimasto nel cassetto del Tesoro, non votato, è il vero segnale della fine di un’epoca.
Il messaggio lanciato del Ministro dell’Economia Giorgetti mi sembra chiaro: la missione di salvataggio è finita, il matrimonio con Mediobanca è l’approdo sicuro, ed il Governo non ha alcuna intenzione di fare da scudo a manovre che sanno di “potere romano” d’altri tempi (non giurerei che Giorgia Meloni, romanocentrica, la pensasse nello stesso modo).
Rimanendo fuori dall’assemblea, lo Stato ha di fatto tolto l’ossigeno alla lista di Caltagirone, lasciando che il “Re del cemento” si scontrasse frontalmente con la realtà dei grandi Fondi internazionali e dei Proxy Advisor.
Un disimpegno calcolato che ha permesso a Luigi Lovaglio di riprendersi le chiavi di casa, ma che lascia anche un interrogativo: lo Stato si sta davvero ritirando, od ha semplicemente scelto di appaltare la stabilità del sistema a Mediobanca e Delfin?
Per Francesco Gaetano Caltagirone, Siena doveva essere la rivincita dopo le ferite ancora aperte di Trieste e Milano.
Dopo vari tentativi falliti di assalto alle Generali, e aver visto svanire il sogno di una Mediobanca a propria immagine e somiglianza, l’imprenditore romano sembrava aver puntato tutto su MPS, per riprendere la tela del suo disegno.
È salito nel capitale fino al 13%, ha spinto per la defenestrazione di Lovaglio ed ha cercato di imporre Fabrizio Palermo, un manager dai trascorsi eccellenti ma con un’etichetta politica (quella dei 5 Stelle in epoca CDP) difficile da digerire per Francoforte e per i grandi investitori come Blackrock
Il risultato è un isolamento che brucia.
Persino Delfin, la cassaforte dei Del Vecchio che per anni è stata il suo braccio armato nelle battaglie azionarie, lo ha abbandonato sull’altare di Siena.
La famiglia Del Vecchio ha preferito la concretezza dei numeri di Lovaglio — l’uomo che ha curato il malato MPS — ai disegni strategici di Caltagirone, e con questa scelta probabilmente spera di dimostrare alla Procura Milanese che il “ventilato” concerto non è mai esistito.
È la sconfitta di una visione “nazional-romana” della finanza, punita da un mercato che non accetta più di scommettere su figure non super partes o prive di un’expertise bancaria pura.
Detta in altre parole questa scelta di Giorgetti può essere letta anche come il segnale di una diversa distribuzione dei pesi dentro il centrodestra.
Meno Roma, più Milano, meno centralità di Fratelli d’Italia, un po’ più spazio alla sensibilità leghista incarnata dal Mef.
Non in forma plateale, non con una rottura, ma con la discrezione tipica delle partite vere.
La vittoria di Lovaglio è netta nei numeri (quasi il 50% dei voti), ma rischia di essere di Pirro nella gestione quotidiana.
Ci troviamo davanti ad un Consiglio di Amministrazione spaccato: 8 membri alla lista vincente, 6 a quella sconfitta guidata dall’ombra di Caltagirone.
Come potranno convivere Lovaglio e il presidente Maione dopo quanto accaduto? Il rischio è che ogni Consiglio di Amministrazione si trasformi in una trincea.
Con l’integrazione con Mediobanca alle porte, MPS avrebbe bisogno di una guida coesa; si ritrova invece con un’opposizione interna agguerrita che rappresenta pur sempre un socio al 13%.
Il mercato ha vinto la battaglia, ma la guerra per la stabilità di Siena a mio avviso è tutt’altro che finita.
Concludendo, Delfin ha dimostrato di poter decidere le partite senza legarsi stabilmente a nessuno. Banco Bpm si conferma un attore per possibili futuri consolidamenti.
Caltagirone resta centrale, sia pur ridimensionato.
Ma soprattutto, il vero scontro si sposta altrove: su Mediobanca e Generali, dove gli equilibri sono tutt’altro che definiti.
La partita di Siena, insomma, probabilmente non è il punto di arrivo. E’ solo l’inizio del secondo tempo del risiko bancario italiano. In questo quadro lo Stato osserva dalla riva del fiume, convinto — forse troppo ottimisticamente — che la Banca possa ormai camminare da sola.
Umberto Baldo










