Trump, il Papa e la tentazione dell’infallibilità

Umberto Baldo
C’è qualcosa di quasi musicale, in senso inquietante, nel modo in cui Donald Trump alza il livello dello scontro.
Non è un’esplosione improvvisa: è un crescendo.
Un crescendo rossiniano, appunto.
Solo che al posto degli archi e dei fiati, ci sono insulti, ultimatum e nemici sempre nuovi.
All’inizio erano gli avversari politici interni. Poi gli alleati storici. Poi le Istituzioni Internazionali. Adesso persino il Papa.
E qui la faccenda smette di essere solo politica, e diventa qualcosa di più profondo.
Perché attaccare frontalmente Leone XIV non è semplicemente una scelta polemica: è una rottura simbolica.
Persino Adolf Hitler, che certo non era noto per il suo spirito ecumenico, evitò uno scontro diretto e personale di questo tipo con il Pontefice di Roma.
Non per rispetto, sia chiaro; per convenienza.
Trump, invece, sembra non avere più nemmeno quel freno.
A questo punto le spiegazioni possibili a mio avviso sono due.
La prima è quella più semplice, e forse più rassicurante nella sua brutalità: gli americani hanno eletto alla Presidenza un uomo incapace di controllare i propri impulsi, uno che trasforma ogni dissenso in un affronto personale; in parole brutali uno squilibrato.
Una lettura che circola sempre più spesso, e che ha il pregio della chiarezza, anche se riduce tutto ad una patologia individuale.
La seconda ipotesi è più interessante, ma anche più inquietante.
Trump non è fuori controllo: è coerente.
Il suo schema mentale è elementare e spietato.
Esistono solo vincitori e perdenti; ed in questo schema non c’è spazio per Autorità autonome. Chi non si allinea, diventa automaticamente un nemico.
Il Papa, in questo contesto, è quasi una provocazione vivente.
Non è un capo di Stato come gli altri, non gioca sullo stesso terreno, non accetta la logica del potere come dominio.
Quando parla di pace, di limiti morali, di umanità, introduce un linguaggio che Trump non può controllare né piegare.
E quindi lo attacca.
Non è teologia. È dinamica di potere.
Ma quel che inquieta maggiormente è che, aperta la caccia al Papa, i collaboratori dell’attuale Presidente repubblicano si sono uniti all’offensiva.
Perfino il vicepresidente degli Stati Uniti, J. D. Vance, cattolico convertito, si è permesso di impartire lezioni di teologia al Pontefice e, con un’audacia sconcertante, spiegargli cosa sia una “guerra giusta” per la Chiesa.
Si tratta di un concetto sviluppato da Agostino d’Ippona.
Prevost, primo Papa agostiniano, è uno dei maggiori esperti mondiali di Sant’Agostino.
C’è poi un elemento quasi grottesco, che però dice molto del momento storico.
Trump pubblica su Truth immagini di sé come taumaturgo, come figura quasi messianica.
A questo punto, l’idea che prima o poi possa prendersela direttamente con Dio non è nemmeno più una battuta così assurda.
È la logica conseguenza di un ego che non tollera concorrenti, nemmeno sul piano simbolico.
Eppure, come spesso accade, l’effetto ottenuto è l’opposto di quello cercato.
Attaccando Leone XIV, Trump ha fatto qualcosa che pochi leader contemporanei riescono a ottenere: ha unito.
Ha compattato attorno alla figura del Papa romano non solo il mondo cattolico, ma anche leader politici, opinioni pubbliche, e persino autorità religiose di altre fedi, comprese quelle islamiche.
Persino Giorgia Meloni si è dovuta unire al coro di condanna del Tycoon.
Un risultato che nessuna enciclica avrebbe potuto garantire con altrettanta rapidità.
Paradossalmente, è stato proprio l’attacco a conferire al Pontefice una statura globale.
Da figura relativamente poco conosciuta al momento dell’elezione, Robert Prevost si è ritrovato investito di un’autorità morale riconosciuta ben oltre i confini della Chiesa.
Un capolavoro involontario.
E qui si apre una riflessione più ampia.
Quando la politica smette di riconoscere qualsiasi limite, quando pretende di inglobare anche la dimensione morale e spirituale, finisce per scontrarsi con qualcosa che non può dominare.
E in quello scontro, spesso, si indebolisce.
Trump continua il suo crescendo.
Ma ogni crescendo, per definizione, arriva ad un punto di rottura.
La domanda non è se accadrà, ma quando.
E soprattutto, con quali conseguenze per un equilibrio internazionale già fragile come vetro sottile.
Nel frattempo, resta questa scena quasi surreale: il leader politico più potente del mondo che attacca il Papa… e finisce per rafforzarlo.
Non esattamente la dimostrazione di controllo che forse voleva dare.
Umberto Baldo










