9 Aprile 2026 - 10.55

Benvenuti a “Gardaland Hormuz”: dove il Diritto Internazionale va a morire

Umberto Baldo

Ho come il vago sospetto che gli Ayatollah a Teheran abbiano finalmente trovato la loro “bomba atomica”. 

No, non parlo di quel marchingegno micidiale che fa agitare Israele e gli Stati Uniti, fatto di uranio arricchito, centrifughe che fischiano e sanzioni che mordono. 

Quella è roba da fisici annoiati ed ingegneri nervosi.

Parlo di una splendida, ecologica e bio-sostenibile bomba atomica “naturale, fatta di sana terra e rinfrescante acqua salata: quella simpatica strettoia che i geografi chiamano Stretto di Hormuz. 

Grazie alla gentile pressione bellica di Washington e Tel Aviv, Teheran ha avuto l’illuminazione: perché faticare a costruire testate quando la natura ti ha regalato il rubinetto del mondo? 

Controllando l’unica porta di servizio del Golfo Persico, l’Iran ha scoperto di poter tenere per le caviglie (volevo scrivere per le palle) non solo l’economia regionale, ma l’intero assetto globale.

Mentre il resto del mondo scopre con orrore che la propria solidità economica dipende da quanti motoscafi dei Pasdaran ronzano in quel braccio di mare tra l’Oman e gli Emirati, i persiani se la ridono. 

E ne hanno ben donde. Bisognerebbe ricordare a certi biondissimi inquilini della Casa Bianca che, mentre i nativi americani inseguivano bisonti a piedi nudi cercando di capire come funzionasse una freccia, gli antenati di Teheran progettavano già le metropoli delle Mille e una Notte con tanto di architettura d’avanguardia.

Oggi, con una lucidità tattica e strategica che farebbero invidia ad un campione di scacchi sotto steroidi, hanno chiarito il concetto: “Il mare è nostro e le regole le scriviamo noi col pennarello indelebile”.

Secondo la raffinata dottrina giuridica dei Guardiani della Rivoluzione, il regime legale dello Stretto deve evolversi. 

In che modo? 

Semplice: trasformandosi in un casello autostradale di lusso. 

Il progetto è già nero su bianco, già approvato dal Parlamento iraniano con la benedizione di Hamid Hosseini (portavoce degli esportatori petroliferi).

La proposta è di una modernità disarmante: ogni petroliera che vuole passare deve sganciare un pedaggio in criptovaluta pari a un dollaro per barile. 

Niente contanti, niente bonifici tracciabili, solo puro bit-oro digitale. 

È la prima volta nella storia che un’arteria vitale del pianeta viene gestita con la filosofia di un parcheggiatore abusivo di alto livello.

Ma il vero colpo di genio, la ciliegina sulla torta di questo delirio collettivo, arriva da Donald Trump. 

Di fronte a questa pretesa iraniana, il Tycoon non ha risposto con le cannoniere, ma con l’istinto del venditore di tappeti. 

La sua obiezione? “Va bene il pedaggio, a patto che sia una Joint Venture con gli USA”.

Siamo alla logica più pura della “realpolitik da marciapiede”: non importa se l’atto è illegale, immorale o contrario ad ogni logica diplomatica; l’importante è che ci sia una fetta della torta per noi. È una visione del mondo che definire “meretricia” è quasi un complimento: tutto ha un prezzo, basta che il bonifico arrivi sul conto giusto.

Una fredda applicazione della logica “se non puoi batterli fatturaci assieme”.

A questo punto, sorge spontanea una domanda: e il Diritto Internazionale? 

Quelle noiose paginette, quei tomi che anch’io ho studiato, scritti per evitare che il mondo torni alla legge della clava? 

Quella Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare del 1982, che “garantiva che gli stretti strategici rimangano aperti alla libera navigazione ed al sorvolo, limitando la sovranità degli Stati costieri a favore della comunità internazionale”

Roba da romantici del secolo scorso.

Roba per chi crede ancora alle fate e ai bilanci in pareggio.

L’Iran ci sta impartendo una lezione di macroeconomia brutale:  lo stretto è nel mio giardino? Il pedaggio lo decido io.

Non sei d’accordo? Cazzi tuoi, io sparo.

È una logica d’acciaio, resa ancora più inossidabile dal fatto che né gli USA né l’Iran hanno mai ratificato la Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare del 1982. 

Sono come due vicini di casa che non hanno firmato il regolamento condominiale e ora si sentono autorizzati a bruciare i rifiuti sul pianerottolo e a mettere il lucchetto all’ascensore.

Siamo passati dal diritto internazionale al diritto “tariffario”. 

Il mondo pacifista si era illuso che il mare fosse di tutti, un bene comune dell’umanità. 

L’ironia della storia, invece, ci riporta dritti al Medioevo, con i signorotti locali che calano la catena nel porto e chiedono il dazio.

L’unica differenza è che oggi non usano le alabarde, ma i portafogli digitali e i droni kamikaze. 

Benvenuti nel nuovo ordine mondiale: un grande, immenso, salatissimo pedaggio.

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Testata Street Tg Autorizzazione: Tribunale Di Vicenza N. 1286 Del 24 Aprile 2013

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