Se la Magistratura si divide sulla riforma della giustizia

Se la riforma della giustizia fosse davvero l’attentato alla democrazia che alcuni descrivono, la Magistratura italiana dovrebbe essere compatta come una falange macedone.
Silenzio assoluto, linea unica, coro unanime per il No.
Invece non è proprio così.
Succede che le toghe abbiano idee diverse, e che si scontrino. E pure parecchio.
Per fare un solo esempio, il Procuratore di Napoli Nicola Gratteri non ha dubbi: separare le carriere tra Giudici e Pubblici Ministeri sarebbe un errore e rischierebbe di indebolire l’autonomia della Magistratura.
Una posizione chiara, forte, molto visibile, di una parte importante della Magistratura che vede nella riforma un tentativo di ridimensionare il ruolo del Pubblico Ministero, e di alterare gli equilibri dell’Ordine Giudiziario.
Ma non tutti i Magistrati sono barricati dietro il No.
Se andate ad esempio in Rete, su Radio Radicale potete vedere ed ascoltare la Registrazione video dell’assemblea “50 magistrati per il Sì”, svoltasi a Roma sabato 28 febbraio 2026 alle 10:30, organizzato dal Comitato Nazionale Sì Riforma, con tanto di elenco delle 50 toghe che hanno partecipato (https://www.radioradicale.it/scheda/783165/50-magistrati-per-il-si).
E non è l’unica.
Perché nel mondo delle toghe chiaramente esiste anche un altro filone, molto meno rumoroso ma altrettanto reale, tanto da essere comunque ben rappresentato da testimonianze in Rete.
Un esempio eclatante è Luca Palamara, ex membro del CSM e protagonista dello scandalo che qualche anno fa ha scoperchiato il sistema delle correnti dentro la Magistratura.
Dopo quella vicenda, Palamara, che è stato per qualche anno anche Presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, è diventato uno dei sostenitori della separazione delle carriere, convinto che serva proprio a ridurre il peso delle correnti e dei giochi di potere interni.
Ora, non è necessario amare Palamara per riconoscere un fatto: se anche dentro la Magistratura qualcuno sostiene la riforma, significa quanto meno che il problema esiste.
Il punto, quindi, non è Palamara.
Il punto è che la storia della corporazione tutta compatta contro il cambiamento inizia a scricchiolare.
E qui arriviamo al cuore del problema.
La Magistratura italiana per fortuna non è un blocco monolitico.
È un sistema attraversato da correnti organizzate, gruppi culturali, rivalità personali e carriere da costruire.
Quando una riforma tocca il meccanismo che regola questo equilibrio, è inevitabile che scatti la reazione.
Non è ideologia. È fisiologia del potere.
La riforma prevede tre cambiamenti principali: separazione delle carriere tra Giudici e Pubblici Ministeri, due CSM distinti, nuove regole di selezione dei membri degli Organi di autogoverno.
Una modifica tecnica, sulla carta.
Nella realtà significa cambiare gli equilibri che durano da decenni di una delle corporazioni più influenti dello Stato.
Quindi a voler essere equanimi, noi non stiamo assistendo ad un mero confronto/scontro tra Magistratura e Politica; Politica che fra l’altro in questo frangente sta dando il peggio di se stessa.
Si assiste a qualcosa di molto più interessante, che succede in qualsiasi altro ambiente “umano”.
Non si parla più solo di principi, bensì anche di potere.
Toghe contro toghe.
Una battaglia interna, combattuta a colpi di interviste, convegni ed appelli pubblici.
Ne consegue che il referendum sulla giustizia è diventato qualcosa di molto più italiano.
Non solo, ripeto, una battaglia tra politica e toghe, ma anche una battaglia tra toghe.
Con la differenza che, questa volta, il pubblico non sta in tribunale.
Sta alle urne.










