30 Aprile 2026 - 8.34

Achille e la tartaruga.  Fiscal drag: il furto perfetto che unisce destra e sinistra

Umberto Baldo

Ogni anno, di questi tempi, il Ministero dell’Economia fornisce i dati relativi a redditi e tassazione dell’esercizio precedente.

Ed ogni anno questa è l’occasione per incazzarsi di brutto.

Ve lo ricordate uno dei paradossi più famosi della storia, quello attribuito a Zenone di Elea?
Se gli studi liceali sono ormai un ricordo lontano, ve lo rinfresco.

Achille, simbolo di rapidità, deve raggiungere la tartaruga, simbolo di lentezza. Achille corre dieci volte più svelto della tartaruga e le concede dieci metri di vantaggio. Achille percorre quei dieci metri e la tartaruga avanza di un metro; Achille percorre quel metro, la tartaruga avanza di un decimetro; Achille percorre quel decimetro, la tartaruga percorre un centimetro; Achille percorre quel centimetro, la tartaruga percorre un millimetro; Achille percorre quel millimetro, la tartaruga percorre un decimo di millimetro, e così via all’infinito; di modo che Achille può correre per sempre senza raggiungerla mai.

Immagino vi stiate chiedendo dove voglio arrivare.

Presto detto: Zenone certamente non aveva idea di cosa fosse il fiscal drag, ma se gli fosse stato noto questo meccanismo fiscale avrebbe sicuramente ribadito il suo paradosso, prendendo come esempio il sistema tributario italiano.

Proviamo a decrittarlo.

Io in Achille vedo il contribuente, e nella tartaruga lo Stato. E vi spiego il perché.

Il fiscal drag è un meccanismo diabolico: se le aliquote fiscali restano “uguali”, ma i salari nominali aumentano, ecco che il contribuente finisce negli scaglioni di reddito superiori.
In questo modo il Governo formalmente non alza le imposte, ma ne incassa in misura maggiore.

È così che, come per magia, il fiscal drag diventa l’unica tassa che cresce da sola, trasformando l’Italia nel Paese in cui anche l’inflazione paga le tasse.

Ecco perché il Contribuente-Achille non raggiungerà mai la Tartaruga-Stato: perché il “silenzioso” aumento della pressione fiscale, dovuto all’inflazione, spinge i contribuenti verso scaglioni di reddito più alti senza un reale aumento del potere d’acquisto.  Guadagni di più, ma compri di meno.
E così lo Stato è sempre quel “filino” più avanti, come nel paradosso.

Sono anni che, in teoria, si discute su come eliminare questo vero e proprio “furto” di Stato, ma senza alcun costrutto. 

Perché la politica – destra, centro e sinistra, senza differenze – ha scoperto che lucrare sull’inflazione è un affare d’oro per il bilancio pubblico.

Volete smontare un meccanismo così geniale?
Giammai.

Ed infatti non ne avete mai sentito parlare né Giorgia Meloni, né Elly Schlein, né l’allegra compagnia che frequenta i palazzi romani.

Ma davvero tutto ciò è ineluttabile?

Direi proprio di no, perché altrove in Europa le cose girano diversamente. Vediamo come.

Austria: uno degli esempi più virtuosi e recenti. Dal 2023 ha abolito il fiscal drag indicizzando automaticamente gli scaglioni IRPEF per due terzi del tasso di inflazione, mentre il restante terzo viene deciso politicamente per favorire i redditi più bassi.

Belgio: prevede un’indicizzazione automatica annuale basata sull’indice dei prezzi. Questo vale sia per gli scaglioni di reddito, sia per le deduzioni standard.

Svizzera: a livello federale (ed in quasi tutti i cantoni), l’adeguamento degli scaglioni all’inflazione è obbligatorio non appena l’inflazione accumulata supera una certa soglia, solitamente l’1%.

Danimarca: gli scaglioni e le detrazioni principali vengono rettificati annualmente seguendo l’andamento dei salari medi, il che di norma copre l’inflazione e mantiene costante la pressione fiscale rispetto alla ricchezza prodotta.

Francia: storicamente aggiorna i limiti degli scaglioni nella legge finanziaria annuale, sulla base  dell’inflazione dell’anno precedente, anche se resta una decisione politica.

Germania: non ha un automatismo rigido scritto nella legge fondamentale, ma dal 2012 il governo è obbligato a presentare ogni due anni un “Rapporto sulla progressione fredda”. Su questa base, il Parlamento vota quasi regolarmente l’adeguamento degli scaglioni.

Paesi Bassi: utilizzano un fattore di correzione dell’inflazione per adeguare scaglioni e crediti d’imposta, anche se il governo può applicarlo solo parzialmente per esigenze di bilancio.

Per capire come gira negli Usa vi rimanda qui: https://www.tviweb.it/italia-il-paese-dove-anche-linflazione-paga-le-tasse/

Vi è chiara quale sarebbe la soluzione più lineare del problema?

Semplice come l’acqua: indicizzare gli scaglioni di reddito IRPEF all’inflazione.

Ma la domanda vera è un’altra: perché a Berlino, Parigi o Vienna è possibile ciò che in Italia nessuno si sogna nemmeno di proporre?

Il problema è la spesa pubblica.
Il problema è che i soldi delle tasse non bastano mai, ed i numerosi tentativi di spending review si sono rivelati tutti fallimentari.

Ma non si spende solo troppo: si spende male.
E, giusto per fare un esempio, genialate come il Superbonus 110% al di là delle Alpi non si sono mai viste.

Questa stortura strutturale del nostro Paese, in cui lo Stato si appropria di reddito che non gli competerebbe, emerge ancora più chiaramente osservando come i Governi abbiano reagito al fiscal drag, creando di fatto “figli e figliastri” tra i cittadini.

Lo sgravio sui contributi sociali ha comportato un abbassamento della pressione fiscale per i redditi tra i 15 mila e i 35 mila euro.
Ma i lavoratori che non hanno beneficiato di alcuna agevolazione – cioè quelli che guadagnano più di 35-40 mila euro ( i nababbi) – il drenaggio fiscale se lo sono “fumato” fino all’ultima goccia.

Guardate, per me il recupero del fiscal drag è una questione etica.
Uno Stato degno di questo nome non può comportarsi come lo Sceriffo di Nottingham.

E, come accennavo, non è più un problema di destra o di sinistra.

La destra, nella sua versione “sociale”, in questi anni di governo, ha mostrato non solo di essere orientata a favorire la parte meno abbiente della società – il che, con un’evasione fiscale strutturale, rende quantomeno discutibile basarsi quasi esclusivamente sull’Isee – ma anche alcune categorie considerate “strategiche”. 

Tradotto: chi ha voce, lobby e capacità di blocco ottiene attenzione, tipo i taxisti, i balneari e gli autonomi; il resto può aspettare. 

Il cosiddetto ceto medio, quello che le tasse che paga davvero, resta come sempre il bancomat silenzioso del sistema.

La sinistra, dal canto suo, continua a muoversi dentro schemi novecenteschi come se il mondo non fosse cambiato. Tra una proposta di patrimoniale e l’altra, sembra non accorgersi che tassare sempre gli stessi non è giustizia sociale, ma solo una scorciatoia politica. 

E soprattutto non capisce che, senza un’idea moderna di equità fiscale, continuerà a perdere consenso proprio dove dovrebbe trovarlo.

Nel frattempo, il fiscal drag resta lì, silenzioso, invisibile, perfino elegante nella sua ipocrisia: non compare in nessuna legge, non viene votato da nessuno, ma incassa ogni anno più di qualsiasi riforma annunciata in conferenza stampa.

E allora la verità è molto più semplice e molto meno nobile di quanto si voglia far credere: non si elimina il fiscal drag non perché sia difficile, ma perché conviene. 

Conviene a chi governa oggi, e conviene a chi governerà domani.

Achille, insomma, può continuare a correre.
La tartaruga non ha alcuna fretta di farsi raggiungere.

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Testata Street Tg Autorizzazione: Tribunale Di Vicenza N. 1286 Del 24 Aprile 2013

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