Tra piazze e Realpolitik: La causa palestinese come lusso identitario occidentale

Umberto Baldo
Le piazze italiane e le acque del Mediterraneo, in questo 25 aprile 2026, ci restituiscono un’immagine putroppo ormai familiare, ma profondamente contraddittoria.
Mentre i collettivi pro-Palestina animano le manifestazioni con insulti, tensioni crescenti e violenze, la Sumud Flotilla si appresta ad una nuova “crociera” verso le coste di Gaza.
Eppure, mentre queste navi cariche di attivisti internazionali cercano la rottura simbolica dell’assedio israeliano, oltre l’orizzonte il panorama è drasticamente diverso.
Il contrasto tra l’effervescenza occidentale e la fredda cautela del mondo arabo rivela una verità scomoda: la Palestina è diventata un vessillo identitario per l’Occidente, ma è rimasto un fardello geopolitico per i suoi vicini.
La Sumud Flotilla è l’epitome di questo attivismo occidentale: una spedizione che mescola l’aiuto umanitario alla sfida politica frontale.
Per gli attivisti, è un atto di resistenza civile; per Israele, una provocazione alla sicurezza; per le grandi potenze, un rumore di fondo.
In Europa, manifestare o imbarcarsi è spesso un esercizio di “purezza ideologica”, un rito che non trova riscontro nelle strade del Cairo o di Amman.
Lì, scendere in piazza non è un gesto simbolico ma un rischio esistenziale.
I leader arabi sanno che una folla che acclama la “resistenza” esterna può, in pochi minuti, voltarsi contro il proprio palazzo presidenziale per protestare contro la crisi e la repressione.
A volerla dire tutta, perché quando Israele ha invaso Gaza, l’Egitto non ha aperto i propri confini ai palestinesi, ma al contrario li ha sigillati?
Proprio questa freddezza dei vicini arabi per la “causa palsetinese” tocca il nervo scoperto del conflitto.
Mentre la Flotilla cerca di forzare i blocchi marittimi, l’Egitto di Al-Sisi rinforza quelli terrestri a Rafah.
Non è solo cinismo, è memoria storica:
Il trauma dell’instabilità: Da Settembre Nero in Giordania alla guerra civile libanese, l’accoglienza di masse palestinesi politicizzate è stata legata a crisi interne devastanti. Nessuno Stato arabo oggi è disposto a rischiare la propria tenuta per una fratellanza che si è dimostrata politicamente esplosiva.
La trappola di Hamas: Per i regimi sunniti, Hamas non è solo “resistenza”, ma una costola dei Fratelli Musulmani finanziata dall’Iran. Vederli ridimensionati o eliminati è, nei corridoi del potere di Riad e del Cairo, un obiettivo strategico prioritario, ben oltre la retorica di facciata.
Sullo sfondo di questo scontro tra navi e piazze, si sta consumando quella che definirei la marginalizzazione del problema.
Le grandi potenze — USA e Cina — hanno smesso di cercare una “soluzione giusta” per concentrarsi su una “gestione stabile”.
L’obiettivo è una pace transazionale: trasformare la Palestina (o ciò che ne resta) in un protettorato economico gestito da tecnocrati, o da una forza multinazionale araba, spegnendo la miccia ideologica con investimenti massicci (in dollari o yuan poco importa).
In questo scenario, le spedizioni come la Sumud Flotilla appaiono come relitti di un’epoca romantica, mentre la storia vera si scrive nei patti di sicurezza tra Tel Aviv e le capitali del Golfo.
Concludendo, siamo di fronte a un paradosso storico che la giornata del 25 aprile cristallizza perfettamente:
In Occidente, la causa palestinese vive una nuova giovinezza come “brand” della protesta intersezionale e post-coloniale. È una lotta “estetica” e morale, che trova nella Flotilla la sua espressione più cinematografica.
Nel Mondo Arabo, la questione viene silenziosamente archiviata. La divisione insanabile tra una Cisgiordania burocratizzata e una Gaza ridotta in macerie offre l’alibi perfetto per non intervenire.
Mentre le navi della Sumud Flotilla solcano il mare cercando uno scontro che l’Europa applaudirà e il mondo arabo ignorerà, la realtà geopolitica ha già voltato pagina.
Gli equilibri post-Iran secondo me non prevedono uno Stato Palestinese sovrano, ma una zona grigia di stabilità controllata.
Il dramma dei palestinesi è oggi questo: avere milioni di sostenitori nelle piazze occidentali, ma non avere più un solo alleato reale disposto a rischiare il potere per loro nel proprio cortile di casa.
Se la mia analisi è corretta (ma non lo pretendo sia chiaro!) — se cioè la causa palestinese è ormai stata declassata a semplice pedina dai regimi arabi ed a fastidio logistico dalle grandi potenze — allora si pone un interrogativo bruciante per il movimento Pro-Pal occidentale.
Se l’obiettivo è realmente il benessere e la dignità del popolo palestinese, e non solo l’auto-celebrazione di una propria identità politica, forse sarebbe il momento di riconoscere che la battaglia, così come è impostata, combatte contro i mulini a vento della storia.
Continuare ad investire capitali emotivi e politici in una narrazione che non trova più alcuna sponda reale nel mondo arabo rischia di essere un accanimento terapeutico ideologico.
In un mondo che corre verso nuovi equilibri di potenza, la domanda sorge spontanea: non sarebbe più utile, per chi ha davvero a cuore i diritti umani, dedicarsi a cause dove l’impatto della solidarietà occidentale può ancora spostare l’ago della bilancia, invece di restare aggrappati a un conflitto che i suoi stessi “fratelli” hanno già deciso di marginalizzare?
Forse, la vera “resilienza” oggi starebbe nell’accettare che alcune bandiere, nel deserto della Realpolitik, non sventolano più per la libertà, ma solo per abitudine.
Umberto Baldo










