30 Aprile 2026 - 11.30

Marco Pannella. L’eredità di un gigante

Umberto Baldo

Se chiudo gli occhi oggi, a dieci anni dalla sua scomparsa, l’immagine che si impone prepotente non è quella di un semplice politico, ma di un gigante morale che ha abitato il secolo scorso con la forza di un uragano. 

Vedo quella sigaretta eternamente accesa, come un altare laico al libero arbitrio; vedo il volto scavato, reso affilato e quasi trasparente dai lunghi scioperi della fame e della sete; e sento, in sottofondo, le note solenni del Requiem di Mozart che Radio Radicale diffondeva come unico, sublime intermezzo. 

Pannella comprese, prima di chiunque altro, che l’informazione è democrazia. 

Fondò Radio Radicale con un principio rivoluzionario: trasmettere tutto. 

Insieme a figure indimenticabili come Massimo Bordin — la cui voce arrochita dal fumo era il mattutino laico mio e di milioni di italiani — Marco ha dato vita a un modello di informazione unico al mondo. 

Una struttura privata che svolgeva, ed esercita tuttora, un servizio pubblico essenziale, portando il Palazzo nelle case dei cittadini senza mediazioni, senza tagli, senza filtri. 

La “trasmissione integrale” non era solo una scelta tecnica, ma un atto di profonda fiducia nella democrazia: il cittadino doveva poter ascoltare, vedere e giudicare da sé. 

Senza questa radio, l’Italia sarebbe stata un Paese più buio e meno consapevole. 

Marco Pannella non è stato solo un uomo: è stato un metodo, un’eresia, un grido incessante di vita in un Paese troppo spesso rassegnato al silenzio.

Per chi ha vissuto la seconda metà del Novecento, Pannella è stato il punto di rottura necessario. 

In un’Italia ingessata tra le grandi ideologie di massa, egli ha introdotto la centralità dell’individuo. 

Non era un politico che si adattava alle convenienze; era un militante totale, un provocatore che usava il proprio corpo come unico e supremo strumento di lotta politica. 

La sua politica non si faceva nei salotti ovattati, ma si sdraiava davanti ai cancelli delle carceri, si affacciava ai microfoni delle radio libere, urlava nelle piazze il diritto negato degli ultimi.

Per chi non lo ha conosciuto, Pannella non era un politico nel senso tradizionale del termine: non cercava il potere per il potere, non aspirava a Ministeri o poltrone. 

Era un “agitatore di coscienze”, un uomo che ha passato sessant’anni a disturbare il sonno degli indifferenti.

A volte basta un gesto fra i tanti per capire la dignità di una persona.

Uno di questi riguarda il coraggio solitario di Marco Pannella di fronte alla barbarie internazionale. 

Il 7 ottobre 2006 — nel giorno del compleanno di Vladimir Putin — veniva assassinata Anna Politkovskaja, la voce più limpida e coraggiosa contro i crimini russi in Cecenia.

Ai funerali della giornalista a Mosca, l’Unione Europea brillò per la sua assenza. 

Nessuna delegazione ufficiale, nessun rappresentante delle alte istituzioni europee ebbe il coraggio di sfidare il Cremlino con la propria presenza. 

L’indegnità di un’istituzione si misura spesso dai gesti che sceglie di non compiere. 

Pannella, allora parlamentare europeo, non accettò questo silenzio complice e partì da solo per Mosca.

“Nemmeno un usciere”, commentò con amarezza riferendosi all’assenza dell’Europa. 

Per Marco, la presenza di un solo usciere, o persino di una donna delle pulizie mandata ufficialmente dalle istituzioni, avrebbe cambiato il peso morale di quella giornata. 

Lui scelse di essere quell’usciere, quella testimonianza fisica che ci ricorda che la dignità non può essere sacrificata sull’altare della realpolitik.

Nato a Teramo nel 1930, Pannella è stato il fondatore e l’anima del Partito Radicale. 

Ma definirlo attraverso un Partito è riduttivo. 

Egli è stato il leader di una forza politica che, pur restando numericamente piccola, è riuscita a cambiare la spina dorsale dei diritti civili in Italia. 

Quando Pannella iniziò la sua attività, l’Italia era un Paese profondamente diverso. Le sue battaglie contribuirono a cambiarlo.

Il Divorzio: Attraverso referendum e battaglie di piazza, costrinse il Paese a una modernità allora impensabile. 

L’Aborto: Portò alla legge 194, sottraendo migliaia di donne al rischio della clandestinità. 

La Giustizia: Si batté per il superamento dell’ergastolo e per condizioni umane nelle carceri, luoghi che visitava regolarmente, specialmente nei giorni di festa, per non lasciare soli gli “ultimi”.

Il voto ai diciottenni: Fu lui a premere perché la maggiore età fosse abbassata, dando voce ai giovani nelle istituzioni.

ll tratto distintivo di Pannella era il suo metodo: la non-violenza gandhiana. 

In un’epoca segnata dagli anni di piombo e dal terrorismo, Marco rispondeva con il digiuno. 

I suoi scioperi della fame e della sete non erano forme di autolesionismo, ma atti politici supremi: “Metto in gioco la mia vita per ricordarvi che state calpestando la legge”, diceva ai potenti. 

Lo abbiamo visto per decenni con il volto scavato, la voce che diventava un soffio, ma con occhi che brillavano di una determinazione feroce. 

Era il modo per dare visibilità a chi non ne aveva: i carcerati, i malati terminali, gli ultimi della terra. 

Pannella era capace di alleanze impossibili. 

Poteva dialogare con i Papi come con i mangiapreti, con i conservatori come con gli anarchici. Non cercava il consenso facile, cercava la verità del diritto. È stato il primo a denunciare lo sterminio per fame nel mondo, il primo a battersi per la depenalizzazione delle droghe leggere per combattere la mafia, il primo a chiedere una giustizia giusta che non distruggesse la vita degli innocenti.

Perché dopo dieci anni sento il dovere di ricordarlo?

Perché oggi viviamo in un tempo di “politicamente corretto” e di passioni tiepide. 

Pannella ci ha insegnato che non bisogna avere paura di essere soli se si è nel giusto. 

Ci ha insegnato che “il silenzio è il vero crimine della democrazia”. 

Ogni volta che una coppia decide di separarsi civilmente, ogni volta che una donna esercita un diritto sul proprio corpo, ogni volta che un carcerato viene trattato come un essere umano e non come un numero, ogni volta che una libertà individuale viene difesa contro l’arbitrio del potere, lì c’è un pezzetto di Marco Pannella.

Oggi, a dieci anni dalla sua morte, mi manca quel suo modo di prenderci per il bavero e  di costringerci a pensare. 

Oggi Pannella non c’è più.  Ma il silenzio che denunciava è rimasto. Solo che adesso lo chiamiamo equilibrio, prudenza, responsabilità. 

Il problema non è che manchi lui; è che manchiamo noi.

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