3 Marzo 2026 - 9.40

La politica estera non è una Chat di Condominio. Diplomazia da Centro Sociale

Umberto Baldo

C’è qualcosa di teneramente ingenuo nell’idea che la politica estera funzioni come una chat di Condominio: “ragazzi domani attacchiamo. Vi va bene? Avete impegni?”

Quando ho letto l’accusa di Elly Schlein a Giorgia Meloni:  “Meloni non interviene, eppure l’amicizia che rivendica con Trump  non gli ha impedito di non avvertirla dell’attacco, tanto da avere il nostro Ministro della Difesa bloccato a Dubai”, ho avuto un dubbio: o mi ero perso un capitolo fondamentale della diplomazia moderna, oppure qualcuno confonde i rapporti tra Stati con le relazioni di Facebook.

Vi giuro che quando ho letto questa uscita mi sono dovuto dare due schiaffi perché pensavo di essere nel corso di un sogno.

“Non è possibile”, mi sono detto, perché viene da chiedersi che idea abbia dei rapporti fra Stati una ragazza che aspira al ruolo di Capo del Governo italiano.

Forse non le è ancora chiaro che la politica estera non è una sorta di “Centro sociale” su scala planetaria in assemblea permanente, dove qualunque decisione deve essere proposta, discussa, condivisa, votata, e poi eventualmente messa in atto. 

E’, piaccia o no, il luogo della decisione rapida, della segretezza, della sorpresa.

Dopo si potrebbe anche dire alla nostra Segretaria che ad un eventuale futuro Premier  non dovrebbe sfuggire che sarebbe  bastato osservare i movimenti della flotta Usa per rendersi conto che l’attacco era non solo possibile ma anche imminente. 

In altre parole, bastava guardare le portaerei americane in movimento. 

Quando una flotta con due gruppi navali completi si concentra in un’area calda, non sta facendo una crociera premio. 

Dall’epoca di Scipione l’Africano in poi, le navi da guerra si muovono per combattere, non per sfilare.

Davvero qualcuno può ragionevolmente immaginare Donald Trump che  il venerdì telefona ai leader europei per annunciare:  “Ragazzi, sapete qual è la novità?  Domattina con il presto gli amici israeliani raderanno al suolo la casa dove Khamenei farà una riunione con i maggiorenti del regime iraniano, dopo di che scateneremo assieme a loro un attacco mirato a scardinare le linee di comando degli Ayatollah”.

Via, siamo seri!

La segretezza non è una maleducazione. È la condizione stessa dell’efficacia di un’azione militare.

Più Capitali informate significa più nodi nella catena. Più nodi significa più rischio. 

Ed in certe operazioni il rischio non è un dettaglio; è la differenza tra riuscita e fallimento.

Tutto il resto è politica interna travestita da indignazione geopolitica.

Elly Schlein non è sola. Giuseppe Conte parla di “umiliazione”, Angelo Bonelli rincara.

Tutti misurano l’orgoglio nazionale in base al numero di telefonate ricevute. Come se la dignità di un Paese dipendesse dall’essere inserito in una lista broadcast.

La verità, molto meno romantica, è che nelle operazioni militari il criterio è semplice: meno persone sanno, meglio è. 

Guardate che il mio non è cinismo; è realismo.

Pensate che qualora Trump avesse deciso di avvertire alcuni Capi di Stato o di Governo, proprio nessuno di questi non sarebbe stato tentato di farsi bello con Khamenei avvertendolo del pericolo?  Sarebbe bastato spostarsi di qualche decina di metri per vanificare le bombe israeliane.

Non pensiate che sia fantapolitica, perché una notizia del genere avrebbe potuto essere barattata con enormi vantaggi, magari inconfessabili.

Non è spregiudicatezza, è logica elementare. 

La sorpresa non è un effetto collaterale, è parte integrante della strategia.

Qui non si tratta di simpatie personali tra leader. Non è questione di “amicizia”. 

È questione di operational security, quella cosa noiosa che serve ad evitare che le bombe manchino il bersaglio perché qualcuno, per vanità o convenienza, ha parlato troppo.

Il provincialismo dei nostri Demostene emerge proprio in questo: trasformare una dinamica di potenza globale in una polemica da talk show “domestico”. 

Come se la Casa Bianca dovesse certificare il nostro ruolo internazionale con una telefonata preventiva.

Nell’Italia in cui tutto va bene per screditare l’avversario, a maggior ragione in fase di campagna referendaria, noto che sia la maggioranza che l’opposizione usano la mancata informazione preventiva sull’attacco come argomento di lotta politica interna.

Questo la dice lunga a mio avviso sullo spessore di chi ci governa, e di chi aspira a governarci.

Il risultato, al di là degli aspetti più “goldoniani”, è che i nostri Demostene stanno palesando la loro sostanziale inconsistenza. 

Con un Governo che balbetta, ed un’Opposizione che si limita a dire cose tanto semplici quanto irrealistiche: riprendere la trattativa mentre piovono missili da tutte le parti?

Lo so che ormai non è più di moda, ma consiglierei a coloro cui abbiamo malauguratamente affidato i nostri destini, di andarsi a rileggere con attenzione “Il Principe” di Nicolò Machiavelli”.

Non quello caricaturale del cinismo a buon mercato, ma quello della “verità effettuale delle cose”. 

La politica non è il mondo come dovrebbe essere. È il mondo come è. 

E chi governa, ieri come oggi, deve muoversi dentro quella realtà.

Cinque secoli dopo, la lezione del Segretario resta identica: il potere non si esercita con le buone intenzioni, ma con la capacità di capire tempi, rischi e necessità.

Il resto è polemica da “baruffe chiozzotte”, che mostra, qualora ce ne fosse ancora bisogno, quanto la nostra sia ormai una “politica da operetta”. 
E noi, puntualmente, ci buttiamo dentro con entusiasmo adolescenziale.

Poi  non stupitevi che io trovi tutto questo un po’ comico. 

Io invece mi stupisco che non lo troviamo tragicamente prevedibile.

Umberto Baldo

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