20 Maggio 2026 - 10.27

Vannacci non nasce dal fascismo. Nasce dal vuoto della politica

Umberto Baldo

C’è una vecchia espressione della politica francese che per decenni ha accompagnato la sinistra europea, Partito Comunista Italiano compreso: “Pas d’ennemi a gauche”. Nessun Nemico a Sinistra.

Tradotto: qualunque litigio interno, qualunque differenza ideologica, qualunque guerra civile permanente tra trotzkisti, socialisti, ecologisti, massimalisti, radicali, pacifisti, terzomondisti e cultori del veganismo decolonizzato, alla fine si concludeva sempre così: il vero nemico è dall’altra parte, e noi dobbiamo marciare unitari.

Era una regola non scritta, ma ferrea.

ll problema è che oggi quella logica sembra essersi trasferita quasi integralmente nel campo opposto (“pas d’ennemi a droite”).
Perché intorno al generale Roberto Vannacci ed al suo “Futuro Nazionale”, segnalati in costante crescita fra sondaggi e nuove adesioni, sta accadendo qualcosa che va ben oltre la semplice ascesa di un personaggio controverso.
Sta emergendo un riflesso collettivo della destra italiana contemporanea: chiunque venga attaccato dai giornali progressisti, dalle élite culturali o dal politicamente corretto, diventa automaticamente un simbolo da proteggere.

Anche quando dice sciocchezze, anche quando esagera, anche quando sbaglia clamorosamente, come con il suo filo-putinismo. 

Perché ormai il meccanismo psicologico è questo: se “i soliti ambienti” ti demonizzano, allora devi avere per forza qualcosa di autentico.

Ed è precisamente qui che nasce il fenomeno Vannacci.

Non tanto nei suoi libri. Non tanto nelle sue idee. Nemmeno nelle sue provocazioni.
Ma nella straordinaria capacità di incarnare un sentimento diffuso di insofferenza. 

Vannacci parla semplice.   Anzi: parla a martellate.

In un’epoca in cui molti politici sembrano usciti da un corso aziendale di “comunicazione inclusiva e resiliente”, lui usa un linguaggio diretto, ruvido, militare.
Frasi corte. Nemici chiari. Concetti immediatamente comprensibili.

E questo, piaccia o no, funziona.

Perché una parte dell’Italia è stanca, stanca economicamente, stanca culturalmente, stanca psicologicamente.

Stanca di sentirsi spiegare che ogni problema è complesso, articolato, multilivello, interdisciplinare e meritevole di un convegno con buffet vegetariano finale.

Così arriva il Generale che dice: immigrazione incontrollata; identità nazionale;  sicurezza;  gender; matrimoni ed adozioni fra omosessuali; politicamente corretto;  diritti trasformati in ideologia? 

Che problema c’è? Un bel ritorno a vecchi principi!   Ghe pensi mì!

E lo dice senza filtri.

Per molti italiani questo basta già a renderlo credibile.

Naturalmente il personaggio aiuta.
La divisa pesa. Eccome se pesa.

In tempi percepiti come confusi, la figura militare continua a evocare ordine, disciplina, decisione.
È un riflesso antico: quando la politica appare debole, cresce il fascino dell’uomo forte. 

Non necessariamente autoritario. Ma deciso, netto, poco incline ai sofismi.

E infatti Vannacci viene percepito da molti come un outsider.
Uno che “non appartiene al sistema”.

Il che è abbastanza ironico, considerando che in Italia ormai qualunque figura pubblica, dopo due settimane di televisione, tre interviste e quattro milioni di visualizzazioni, si definisce antisistema pur avendo già portavoce, ufficio stampa e tournée politica.

Ma la politica contemporanea funziona così.
Non conta ciò che sei. Conta ciò che rappresenti emotivamente.

E Vannacci, piaccia o non piaccia, ora rappresenta il diritto alla rabbia.

Qui la sinistra commette spesso un errore clamoroso.
Continua a utilizzare la categoria del “nemico fascista” come una chiave universale buona per tutte le stagioni. 

Una liturgia che funziona ancora nelle piazze militanti, nei cortei, nei festival dell’antifascismo permanente, e nei salotti dove da quarant’anni si ripete lo stesso copione morale. 

Ma che sempre meno riesce a interpretare la realtà.

Perché definire automaticamente “fascista” o addirittura “nazista” ogni fenomeno sovranista, identitario o populista che cresce in Europa è ormai una semplificazione quasi caricaturale.

Significa non capire nulla di cosa sta accadendo.

Alternative für Deutschland in Germania, Rassemblement National in Francia, Vox in Spagna, i movimenti nazional-conservatori dell’Inghilterra, del Nord Europa o dell’Est, si possono criticare quanto si vuole, e spesso ci sono motivi seri per farlo, ma archiviarli semplicemente sotto la voce “ritorno del fascismo” rischia di essere un esercizio più consolatorio che analitico.

Perché il consenso che raccolgono nasce soprattutto da fenomeni molto contemporanei: paura del declino economico;  crisi della globalizzazione;  immigrazione percepita come incontrollata;  fiducia verso le élite;  perdita di riferimenti identitari; insicurezza sociale e culturale. 

Fenomeni enormi, profondi, trasversali

Liquidarli con la parola “fascismo” spesso serve più a tranquillizzare chi la pronuncia che a comprendere chi vota quei movimenti.

Ed è proprio questo il punto che molti non vogliono vedere: il consenso verso Vannacci non nasce necessariamente dalla nostalgia del Ventennio.
Nasce molto più spesso dalla sensazione, diffusa in mezzo continente, che qualcuno finalmente dica cose che altri fingono di non vedere.

Naturalmente questo non significa che tutto ciò che dice Vannacci sia giusto, equilibrato o condivisibile (ad esempio io non condivido quasi nulla del suo pensiero).
Ma la politica seria dovrebbe capire i fenomeni prima di insultarli.

Perché quando milioni di elettori europei vengono descritti automaticamente come “fascisti”, il rischio non è soltanto quello di sbagliare analisi; é quello di smettere completamente di parlare con una parte reale della società.

Ed ogni volta che televisioni, editorialisti o influencer lo attaccano con toni apocalittici, il fenomeno Vannacci cresce ulteriormente.

Perché nell’era dei social la persecuzione è diventata carburante politico. 

L’algoritmo non premia la moderazione; premia lo scontro.

Un ragionamento equilibrato raccoglie qualche cenno di approvazione.
Una frase incendiaria scatena guerre di commenti, milioni di visualizzazioni e trasformazione immediata del protagonista in icona identitaria.

I social non cercano la verità. Cercano il coinvolgimento emotivo.
Ed è difficile immaginare qualcosa di più emotivamente coinvolgente di un Generale che sfida il politicamente corretto con la sicurezza di chi sembra parlare da una caserma durante una tempesta.

La questione vera, però, è un’altra.

Come accaduto con Donald Trump, Vannacci non è la causa.
È il sintomo.

Il sintomo di un’Italia in cui una parte crescente della popolazione non si sente più rappresentata dal linguaggio delle élite politiche e culturali di destra come di sinistra.
Un’Italia che non necessariamente vuole estremismi, ma pretende qualcuno che parli chiaro, senza perifrasi sociologiche.

E forse la domanda che dovrebbero porsi molti dirigenti  della sinistra, ma anche della destra, non è: “Come fermiamo Vannacci?”

Ma: “Perché così tanti italiani sentono il bisogno di ascoltarlo?”

Perché quando milioni di persone iniziano a cercare uomini forti, linguaggi semplici e identità nette, il problema raramente è soltanto l’uomo che sale sul palco.

Molto spesso il problema è il vuoto che trova sotto il palco stesso.

Umberto Baldo

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